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6/10

L'inganno regia di Sofia Coppola

Drammatico
recensione di Leda Mariani

Tratto dall’omonimo e noto romanzo di Thomas Cullinan (1019-1995), già oggetto di un famoso adattamento cinematografico dal titolo La notte brava del soldato Jonathan (1971), di Don Siegel e con Clint Eastwood nella parte del protagonista, L’inganno è l’ultima fatica di Sofia Coppola, oltre che una delle storie preferite di Stephen King. Il romanzo viene rieditato quest’anno da DeA Planeta.

Quando il soldato nordista John McBurney (Colin Farrell), gravemente ferito, viene condotto alle porte del Collegio per signorine di Miss Martha Farnsworth (Nicole Kidman) e di sua sorella Harriet (Kirsten Dunst) in Virginia, la direttrice accetta di accudirlo in nome della carità cristiana. Ma la presenza del giovane in una casa in cui otto donne vivono isolate da oltre tre anni, non può che scatenare intrighi e gelosie. Quando il gioco si spinge troppo in là, John scopre di non essere l’unico in grado di mentire, manipolare, ferire. E mentre la resa dei conti si avvicina, a pagare il prezzo più alto potrebbe essere proprio lui.

In un vorticoso alternarsi di voci e punti di vista, Thomas Cullinan dà vita ad una storia sensuale, potente e modernissima. Una meditazione in forma romanzesca sull’eterna, sconcertante violenza delle passioni umane.

Una pellicola purtroppo un po’ spenta

Usciti dall’anteprima di questo film si resta in dubbio… Non si può certo dire che sia girato male, o che non abbia spessore, perché sceneggiatura e regia hanno tutte le carte in regola per originare un’opera completa e godibile. Tuttavia, non si può dire nemmeno che quest’ultimo lavoro della Coppola sia qualcosa di memorabile.

Comunemente inteso come il remake del film di Siegel, L’inganno evoca le atmosfere di pellicole come Picnic ad Hanging Rock, di Peter Weir (1975), non solo per le atmosfere americane di fine Ottocento e i bellissimi costumi di Stacey Battat, ma anche e soprattutto per una costante ed angosciante linea di tensione, di sospensione, che procede orizzontale, senza tregua, dall’inizio alla fine, trasmettendo la sensazione dell’impossibilità di fuga: dalla vita, dalla situazione, da sé stessi. I personaggi sono come sospesi in un limbo inquietante, fuori dallo spazio e dal tempo. Il romanzo evoca strutture narrative dalla composizione interessante, nelle quali più voci si intrecciano nella ricostruzione di un unico evento, lasciando allo spettatore/lettore il compito di tirare le somme (Rashomon, 1950, di Akira Kurosawa, è un esempio fra tanti), ma il film ha scelto una maggiore linearità del racconto.

La fotografia di Philippe Le Sourd (AFC) è davvero molto interessante: crepuscolare, costantemente tra penombra e tramonto, a lume di candela, e molto adatta alla creazione di questo senso di sospensione straniante. Non tutto si vede, non tutto si può capire e l’ambiente appare criptico ed enigmatico.

Rispetto alla pellicola di Siegel, potremmo considerare il lavoro della Coppola come un ribaltamento al femminile delle stesse circostanze: la medesima situazione, analizzata tuttavia da un altro punto di vista. Cosa molto più interessante della pruriginosa analisi delle dinamiche sessuali femminili ed adolescenziali, che comunque porta avanti il grosso del film.

Attrici tutte molto brave, soprattutto Nicole Kidman nel difficile ruolo di Martha: rigida, solida, inquietante e spaventata/spaventosa quanto serve, e una trasfigurata (e giustamente imbruttita, per la parte dell’ingenua sedotta e abbandonata), Kirsten Dunst. La pupilla della regista ha rappresentato in maniera credibile e singolare, molto fine, questo suo ruolo di donna in trappola, che vede nell’amore una tanto attesa possibilità di fuga e che quindi è per prima vittima dei raggiri e degli interessi di John.

Colonna sonora perfettamente orrorifica, composta dai Phoenix e basata sul Magnificat di Claudio Monteverdi: inquietante, raffinata e sottile.

Purtroppo questo film non riesce, dal mio punto di vista, a rendere lo spessore del romanzo e l’evoluzione psicologica dei personaggi: anziché esprimere con chiarezza il legame che gradualmente John intreccia con le ragazze e con le due istitutrici, fingendo, seducendole, e mettendole una contro l’altra per ingannarle tutte a proprio vantaggio, le fa sembrare un gruppo di pazze maniache che si accaniscono sul malato (soprattutto nella seconda parte del film, dopo una prima dal ritmo blando), spostando lui nella posizione di “vittima totale”, della quale non si intercettano per nulla le sfumature psicologiche e l’anima tendenziosa, nonostante la buona interpretazione di Farrell.

Peccato davvero, per questo film che ha cercato di restare fedele ad un romanzo molto potente, ma la cui sceneggiatura, scritta dalla Coppola stessa con Albert Maltz e Irene Kamp, non ne cattura l’anima.

Giusto per dare un’idea, dal romanzo, uno dei primi pensieri del personaggio di Matilda Farnsworth: <<All’epoca non avevo idea di quanto male avessimo dentro, tutte noi. È strano come non ci fermiamo mai a pensare al male che ci si accumula dentro. A come, giorno dopo giorno, i cattivi pensieri possano impilarsi uno sull’altro, finché non ci ritroviamo con un enorme mucchio di malvagità sepolto nel petto. E a quel punto basta una parola di troppo per accendere la miccia… magari una sciocchezza, qualcosa che in un altro momento avremmo liquidato con un’alzata di spalle. Allora perdiamo la testa. Facciamo cose che, Dio ci è testimone, mai e poi mai saremmo state capaci di fare>>.

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