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10/10

Indizi di felicità regia di Walter Veltroni

Documentario
recensione di Leda Mariani

È legittimo, ed è pensabile cercare di essere felici in tempi così complessi, controversi, pieni di paure come quelli che stiamo vivendo? Si può ancora conoscere quella inebriante sensazione di un minuto, o di una vita, mentre tutto intorno sembra franare?

O forse è sempre stato così, come sosteneva persino Epicuro nella sua lettera a Meneceo, più di 2300 anni fa: <<Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è, tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla>>.

Questo film-intervista costruisce delle vere e proprie ipotesi (premesse che cercano una dimostrazione) di felicità, a partire da persone comuni: dal loro vissuto individuale, famigliare, e professionale. Perché anche quando non la si aspetta, la felicità può esserci, come concreta esperienza, vissuta e possibile.

<<La felicità non è mai uno stato permanente>>, ha spiegato Veltroni, <<è una condizione che non ha tempo. Può essere una giornata, un mese, un istante. Può essere un’esperienza vissuta, o un pensiero. Nel film la narriamo attraverso le persone che possono raccontarci queste loro vicende, quei momenti unici nei quali si è sentita la pienezza delle possibilità della vita. Luoghi, persone, momenti: gli indizi della felicità. Un sentimento possibile, anche in tempi di passioni tristi>>.

Racconti necessari.

La felicità è dare: un film che dovremmo girare tutti.

Il nuovo documentario-intervista di Veltroni, che viene dopo Quando c’era Berlinguer e I bambini sanno, è stato presentato in diretta via satellite nei cinema italiani, in collegamento dall’Anteo SpazioCinema di Milano, il 22 maggio, dal regista accompagnato da Ilaria D’Amico e Antonio Albanese, per confrontarsi sul tema chiave del film e porsi l’essenziale domanda: <<Cosa significa, per noi oggi, la parola felicità?!>>.

Il film è stato poi distribuito nelle sale solo il 23 e 24 maggio da Nexo Digital, ma con l’estate alle porte, che ripropone tutti i successi cinematografici della stagione, avremo sicuramente modo di rivederlo, ed è una cosa che mi sento di consigliare a chiunque.

Non aspettatevi, ovviamente, un film d’intrattenimento spettacolare, ma qualcosa di molto semplice, di intimo, chiaro e genuino insomma. Di molto personale. Quelle che emergono dall’intreccio delle interviste, infatti, non sono dotte opinioni sul concetto di felicità, bensì segni di vita vissuta, che il film raccoglie mettendosi semplicemente sulle tracce dell’esperienza della felicità. E in effetti quest’ultima emerge, sempre ai limiti della commozione, potentemente, dai racconti di chi l’ha sentita sopra e sotto la propria pelle, in quel vissuto che dimostra come essa esiste: impalpabile, informe, indescrivibile, ma vera, e profondamente emozionante.

A questo film ho dato un voto molto alto: non tanto per la sua fattura, ma piuttosto per la necessità che secondo me abbiamo di storie di questo tipo. Di riflessioni come quella di Indizi di felicità abbiamo assolutamente bisogno. Il documentario ci dice chiaramente che la vita non è solo paura, terrore e tragedia. Che non esistono solo esseri umani spregevoli e privi di scrupoli. Che l’umanità forse non fa così schifo come sembra, ed esistono ancora persone belle, coraggiose, altruiste e caritatevoli in ogni circostanza.

Si dirà, ovviamente, che questo documentario, che emerge dall’intreccio di interviste a persone comuni, di quelle che di fatto incrociamo, nel nostro quotidiano, è finito al cinema poiché “fatto da Veltroni”. Questo film lo si amerà profondamente, o non lo si capirà per nulla; questa risolutezza è nella sua forma, nella sua sostanza: pura, semplice, senza compromessi estetici o narrativi. Persone malevole, sempre vittime del loro istinto distruttivo, diranno senza dubbio che il film è retorico, che è facile, che non scava  fondo. Ma la tesi è proprio questa: non serve chissà cosa per comprendere la felicità: gli uomini l’hanno capita, vissuta, e raccontata, già migliaia di anni fa. E chi ha provato la vera sofferenza, o dolori tra i più forti, sa, come qualunque epicureo, che è indiscutibilmente vero che la felicità per l’umanità risiede nei piccoli e irripetibili istanti: nella condivisione, nella speranza, nel dare agli altri, più che nel ricevere. Chi ha vissuto tragedie, tutto questo lo sa benissimo… lo sa, ed è davvero bello vederlo raccontato, così com’è, senza confusione, senza strati di inutilità a soffocare qualunque concetto di natura semplice e diretta.

Questo è un film decisamente filosofico: che vuole essere tutto fuorché estetico (pur avendo la fotografia del bravissimo Davide Manca). È un’opera anche imprecisa, ricca di sbavature, con l’audio fuori sincrono dall’inizio alla fine, ma allo stesso tempo vera, “vera” proprio in senso filosofico, ed esistenziale: un lavoro netto e onesto.

Abbiamo bisogno di storie così: di vicende che potremmo raccontare tutti, ogni giorno, per consolarci della vita e per aiutarci a vicenda. Con in mano i nostri mediamente inutili cellulari potremmo condividere storie di coraggio, di bellezza, e portare alla luce quel lato umano meraviglioso e quasi divino che stiamo seppellendo sotto una marea di cazzate e sotto la superficie patinata di una società edonista e frivola: sotto a dignità, onore, amore…

E quindi che importa se è stato Veltroni, o “ciccio palla”, a dare vita a questo piccolo oggetto necessario? Basta spazzatura, basta effetti speciali che nascondono povertà di idee e d’anima! Guardiamoci in faccia e raccontiamoci quello che siamo e quello che possiamo ancora essere, nel bene e nel male. Che sia un uomo importante, o l’ultimo dei venuti, a raccontare questo intreccio di esperienze, sono queste stesse che contano: nient’altro. Conta il messaggio, non sempre la forma. Siamo malati di forma. Meglio questo, che le “palate di merda” (e scusate il francesismo) che riceviamo ogni giorno dai nostri ultimi “intellettuali”.

Bello l’inizio: sincero e veritiero. Bello il finale, emozionante e commuovente. Bisogna essere mostri per non restarne minimamente colpiti. Andate a vederlo e guardatevi dentro: forse non sarà un capolavoro, ma di certo un film essenziale. Guardatevi attorno, raccontiamoci le nostre storie e diamoci la possibilità di capire come vivere al meglio ciò che abbiamo ricevuto. Ed è un bene che in questo documentario, a parlare siano persone comuni, con i loro accenti, le loro diversità, con la loro forma propria, perché nessun attore avrebbe potuto restituirci questo infinito senso di prossimità e di verità… nessuno.

N.B.: La luna piena, brano tratto dall’album Il codice della bellezza, di Samuel, firmato dallo stesso autore assieme a Lorenzo Jovanotti Cherubini, è stato scelto da Veltroni per accompagnare il film nelle sale.

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