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7/10

The Killer Inside Me regia di Michael Winterbottom

Thriller
recensione di Alessandro Pascale

Lo sceriffo Lou Ford (Casey Affleck) è molto rispettato nella comunità di una piccola città del Texas, e appare alla gente sempre paziente e attento. C'è chi pensa che sia noioso, ma niente di più. In realtà, però, nessuno è a conoscenza di quello che Lou stesso definisce una sua malattia: è infatti un serial killer. Quando era più giovane ha commesso dei crimini, ma fu il fratellastro a prendersene la colpa. Questa sorta di "malattia", che era da tempo latente sta per riemergere con effetti disastrosi.

Freddo, glaciale, assolutamente insensibile e diabolicamente calcolatore.

Queste le caratteristiche di Lou Ford, lo spietato vice-sceriffo impersonato da Casey Affleck, che un bel giorno inizia a seminare omicidi su omicidi sfruttando la propria credibilità pubblica di uomo rispettato e onesto.

Siamo negli anni '50 e siamo in una piccola comunità sperduta del Texas. Potete quindi immaginare il clima, ammantato di perbenismo e costumistica borghese, che vuole il rispetto formale delle regole di cortesia e buona creanza ma che legittima affari sporchi e abusi di potere.

È per questo che in tale clima risalta ancora di più la violenza dovuta ad una devianza istintivamente cinica e grottesca di Lou, personaggio capace di mandare in carcere il proprio fratello, uccidere la donna amata, impiccare ragazzini adolescenti e via dicendo. Tutto senza scossoni emotivi né sbalzi passionali, quasi a denotare tutto ciò come la normalità nella vita di Ford. Dal punto di vista recitativo ciò porta alla ricerca da parte di Affleck di una voluta inespressività facciale ed emozionale, alla ricerca di una staticità puramente irrazionale e innaturale. L'effetto è ovviamente straniante, e conferisce all'opera un carattere sinistro, macabro e grottesco che si lega alla doppia natura thriller-noir del film.

Inevitabile il rimando al film American Psycho e doveroso un parallelo: laddove nel film di Mike Harron (e soprattutto nel romando di Bret Easton Ellis) ad essere messo sotto accusa era il sistema culturale capitalista nel suo complesso, giudicato responsabile della devianza sociale degli uomini, in The killer inside me (basato sul romanzo di Jim ThompsonL'assassino che è in me”), la follia sembra avere una doppia origine: da un lato i trascorsi di un'infanzia psichicamente burrascosa, vissuta attraverso un ingresso precoce nel mondo di una sessualità perversa ed incestuosa. Dall'altro la noia (in pieno stile esistenzialista alla Sartre) di una vita banale, ripetitiva e priva di passioni forti, da cui si esce attraverso l'incontro con la prostituta Joyce Lakeland (la procace Jessica Alba) e il riaccendersi di una scintilla tenuta celata per tanto tempo. Il venir fuori della vera natura del vice-sceriffo sanguinario è la messa d'accusa alla vita borghese in cui, per dirla alla Pirandello, ogni persona è costretta da indossare una maschera per nascondere il proprio vero io, oppure, per dirla alla Goffman, in cui tutti siamo attori di un teatro quotidiano nel quale recitiamo una parte imparata troppo bene. Alla lunga si esplode, e non c'è niente da fare. Era in fondo questo lo stesso discorso di fondo che si trovava in Revolutionary road, o che spiegava la scelta di ribellarsi di Johnny Cash in Walk the line.

Nel complesso The killer inside me è un'opera fascinosa e ammaliante, anche se sviluppata narrativamente con tempi troppo lenti e lunghi, il cui effetto è positivo solo in contrasto con i pochi scatti espliciti di pura violenza, ma che nel complesso rendono più pesante e prolissa la storia.

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