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8/10

Snowtown regia di Justin Kurzel

Drammatico
recensione di Victor Musetti

Storia del famoso serial killer australiano John Bunting, colpevole di aver ucciso tra l'agosto 1992 e il maggio 1999 ben 11 persone in circostanze atroci.

Snowtown è un anonimo paese di periferia nel sud dell'Australia. Di certo nessuno ne avrebbe mai sentito parlare se non fosse che, nei sette anni che separano l'agosto 1992 dal maggio del '99, fu teatro dell'omicidio di ben 11 persone per mano di John Bunting, ormai divenuto il più famoso serial killer australiano. Il regista Justin Kurzel, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, ha deciso di raccontare questa storia con gli occhi di Jamie Vlassakis, un giovane ed ingenuo ragazzo incapace di reagire di fronte alle violenze del carnefice e trovatosi presto ad essere suo complice.

Agli occhi di una persona impreparata Snowtown potrebbe sembrare all'inizio un dramma familiare come un altro. Dei ragazzi cresciuti in condizioni precarie. Il trauma di una violenza sessuale e il dolore di una madre incapace di proteggere i propri figli. Risultano spesso confusi i legami affettivi tra i personaggi, ma è chiaro sin da subito che la crescita dei ragazzi sia stata fortemente danneggiata dalla mancanza di una figura paterna dominante. John Bunting in questo senso ci è presentato come una sorta di salvatore. Paffuto, gentile e carismatico, diventa presto un vero e proprio punto di riferimento non solo all'interno della famiglia ma anche tra i vicini, che condividono con lui l'intolleranza per omosessuali, pedofili e tossicodipendenti.

Questo contagioso clima di normalità di fronte alla violenza (all'inizio solo verbale) si insinua lentamente anche nella testa dello spettatore che, suo malgrado, non avrà difficoltà a sentirsi partecipe di efferatezze e ingiustizie di ogni tipo quasi libero dai sensi di colpa. Il punto di vista del racconto è infatti quello di una vittima. Una mente altamente influenzabile, incapace di reagire ed intervenire di fronte al carattere dirompente di John Bunting, a tal punto da diventare complice dei suoi crimini più terribili. E non poteva esserci un terreno più fertile per l'odio e la violenza che lo squallido quartiere di periferia di Snowtown. La paura per il diverso è in quel contesto condivisa e giustificata. Sono persone di per sè incapaci di razionalizzare, di mettere a fuoco e di comprendere l'origine del proprio orrore. Persone bisognose di appigliarsi a qualcuno di cui fidarsi ciecamente, qualcuno che sappia il fatto suo e che sia in grado di comprendere a pieno le loro paure.

Daniel Henshall, unico professionista in un cast di esordienti, riesce a dare al suo John Bunting un'interpretazione piena di sfumature. E' impressionante ad esempio il senso di sicurezza che riesce a trasmettere pur non nascondendo mai una vena di follia nei propri occhi. Il suo è un personaggio estremamente complesso proprio perchè suscita emozioni contrastanti. E lo spettatore, avendolo identificato istintivamente come un personaggio positivo, si trova in seria difficoltà non appena diventa chiara la sua natura folle e violenta. Lucas Pittaway è bravissimo nel rappresentare la lenta discesa di Jamie Vlassakis nelle tendenze omicide del carnefice. Su di lui si regge la tensione dell'intero film, sempre sospesa sull'incertezza e la speranza di vederlo reagire di fronte all'ennesima ed insostenibile tortura.

Da osservatore incredulo e sconvolto a complice di numerosi delitti. E in una scena in particolare, proprio al culmine della sopportazione, è forte la tentazione di voltare lo sguardo e di rifiutare ciò che sta accadendo. Snowtown è un film che ti entra nelle viscere per divorarti dall'interno. E' la dimostrazione fedele di quanto una società che abbandona i propri figli possa generare dei mostri. Sono persone comuni, il nostro vicino di casa e anche il nostro migliore amico. Chiunque è un potenziale John Bunting alla nascita, la differenza sta nel manifestarlo o meno. Un film da vedere, diffondere e da utilizzare a scopi educativi, magari.

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