R Recensione

8/10

Via Dalla Pazza Folla regia di Thomas Vinterberg

Romantico
recensione di Elena Rimondo

La giovane e indipendente Bathsheba Everdene eredita la fattoria dello zio, diventando la prima donna imprenditrice del Wessex e oggetto di desiderio di ben tre uomini: il paziente e affidabile Gabriel Oak, un ricco proprietario terriero e un sergente mascalzone. Purtroppo è l’ultimo ad avere la meglio sugli altri due pretendenti, ma ci penserà il caso a riportare l’ordine nell’apparentemente idilliaca campagna del sudovest dell’Inghilterra.

Più che Tess dei d’Urberville, è Via dalla pazza folla il romanzo di Thomas Hardy che più ha affascinato il cinema, forse per via dell’happy end e per la giusta dose di colpi di scena che contiene. Il romanzo era già stato portato sullo schermo nel 1967 da John Schlesinger, con Julie Christie nel ruolo di Bathsheba e Alan Bates nei panni di Gabriel Oak. Il più recente Tamara Drewe di Stephen Frears è tratto dalle vignette di Posy Simmonds, a loro volta ispirate al romanzo di Hardy. Tanto il film di Frears è comico, moderno e irriverente, tanto quello di Vinterberg è fedele al romanzo, al punto che molte scene sono state girare in aperta campagna nei luoghi dove la storia si svolge, nel Dorset. A parte il taglio di alcuni fatti per ovvie ragioni cinematografiche, la sceneggiatura di David Nicholls (scrittore inglese famoso per One Day, da cui è stato tratto un film) non ha cambiato di una virgola la storia concepita da Hardy, ma ha lavorato piuttosto sulla caratterizzazione dei personaggi.

Se Hardy è stato spesso (ed erroneamente) criticato per aver creato dei personaggi privi di spessore psicologico, lo stesso non si può dire della Bathsheba interpretata da Carey Mulligan e dal Gabriel Oak cui dà voce e corpo Matthias Schoenaerts. La Bathsheba di Carey Mulligan ha perso la vanità che contraddistingue il personaggio creato da Hardy, ma non per questo è meno credibile, anzi. Il suo comportamento suscita non poca riprovazione, ma il più delle volte lo spettatore è messo nelle condizioni di provare la stessa indecisione che una donna ricca, single e senza parenti avrà dovuto provare nell’Ottocento di fronte al dilemma del miglior partito scegliere. La faccenda si fa più complicata, poi, quando la donna in questione non ha in realtà nessuna intenzione di sposarsi per poter conservare la propria indipendenza. La Bathsheba del film è dunque una proto-femminista, che però finisce per sposare un uomo che le toglie qualsiasi dignità, ma ignora invece l’uomo ideale, ovvero Gabriel Oak, l’unico personaggio che, dall’inizio alla fine, non sbaglia mai, e per questo verrà giustamente ricompensato.

È proprio nella natura del legame tra Bathsheba e Gabriel che Vinterberg si è preso più libertà, poiché nel romanzo il loro amore assume il carattere di stima reciproca e amichevole. Per quanto riguarda i personaggi di contorno, il Boldwood interpretato da Michael Sheen, che molti riconosceranno come il sosia di Tony Blair (vedi, per esempio, The Queen di Stephen Frears), fa quasi tenerezza, mentre il Frank Troy di Tom Sturridge è vacuo e odioso proprio come l’originale. Curiosa invece la scelta di far interpretare Liddy, la cameriera che spinge Bathsheba ad inviare il fatale ‘valentine’ a Boldwood, alla stessa attrice che in Tamara Drewe interpretava il ruolo corrispondente.

Se ad un cast ben assortito si aggiunge una fotografia stupenda, scenografia e costumi accurati e una musica molto romantica e folk allo stesso tempo (non a caso il compositore è scozzese), l’effetto James Ivory è quasi assicurato, con la differenza che il film di Vinterberg è tutt’altro che freddo e compassato. Per esempio, la scena in cui Troy esibisce a Bathsheba la sua abilità con la spada sprizza erotismo da ogni fotogramma, così come la scena del bagno delle pecore.

Peccato che nel nostro paese questo film, tratto da un capolavoro dell’Ottocento da riscoprire, stia circolando poco, nonostante le incredibili analogie con la storia dell’Elisir d’amore di Donizzetti. 

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