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10/10

I Am Not Your Negro regia di Raoul Peck

Documentario
recensione di Leda Mariani

Pensato lungo l’arco di tutta una vita e lasciato ai posteri come manoscritto incompleto, RememberThis Housedi James Baldwin, romanziere e saggista che negli anni della contestazione ha rappresentato una delle principali voci dei diritti degli afroamericani, non è mai stato pubblicato. Raoul Peck ne ha acquisito i diritti per realizzarne un documentario "testamentario" sulla secolare questione dei neri, mescolando materiali d'archivio al proprio girato, sullo sfondo dell'inedito testo letto da Samuel L. Jackson. I AmNot Your Negro è una gemma preziosa estratta e rielaborata con cura dalla miniera d'oro degli scritti del grande attivista/pensatore/scrittore nato ad Harlem nel 1924 e morto in Francia trent'anni fa.Sarebbe riduttivo affermare che si tratta “solo” di un documentario su e contro il razzismo, mentre soprattutto nella forma, orientata ad esaltarne gli importanti contenuti, è un'opera sulla filologia dell'identità del diverso e dei conflitti ad essa collegati. In questo senso si rende emblema della necessità scientifica all'uguaglianza di ogni essere umano rispetto ad ogni tipo di diritto, e diventa manifesto che condanna senza esitazione le politiche che rifiutano accoglienza ed integrazione, con un speciale occhio punitivo sul: <<Paese più fortunato di tutti, ma che, rispetto agli altri, si è comportato in maniera più irresponsabile>>.

Attraverso un meticoloso lavoro di editing, Peck assembla le parole di Baldwin e le affida alla voce di Samuel L. Jackson, che lavora sorprendentemente di sottrazione. Le immagini scelte per accompagnare le parole dello scrittore massimizzano l'effetto sullo spettatore, invitandolo a riflettere sulla sua immunità dal pregiudizio razziale. Difficile uscire dalla visione di questo documentario senza aver indagato e scavato profondamente nella propria coscienza, e in quella collettiva.

Portare lo “sguardo bianco” al di fuori di noi

Inedita quanto importantissima, e disturbante nella sua capacità di denuncia, la questione di Raoul Peck ereditata dal suo mentore è proprio relativa all'identità dell'essere nero, travisata dalla Storia così per come è stata e viene raccontata. Il film è destinato a mettere in crisi ogni preconcetto, invitando lo spettatore a ripensare e riosservare la nostra educazione alla luce di un’implicita questione razziale, perché, come ricorda sempre Baldwin, <<Il mondo non è bianco, né lo é mai stato. Bianco è solo il colore del potere>>. Lo spunto storico dei ragionamenti contenuti in Rememberthis House furono le vite e le morti (per omicidio) dei tre grandi leader della battaglia per la parità dei neri, diversamente manifestata da Medgar Evers, Malcom X, e Martin Luther King. Le tre figure emblematiche sono i fili conduttori cronografici di un agire differente rispetto a cause pressoché uguali, dalla rabbia di Malcolm X, alla mano tesa del reverendo King.

Il viaggio del regista haitiano - e nero - sulle tracce inedite di Baldwin inizia con una carrellata longitudinale sotto una delle soprelevate di New York, di quelle destinate a confluire in un ponte. Ciò che Peck si appresta a mostrare è il non facile collegamento fra quel manoscritto frammentario di 50 anni fa e l'attualità, dimostrando quanto sia drammaticamente pertinente e ancora valido.Partendo dalle apparizioni dello stesso Baldwin in diversi tv show americani e in alcune lezioni universitarie, il materiale selezionato e montato dal regista si arricchisce di un collage di sequenze cinematografiche estratte da i film che - nel bene o nel male - hanno forgiato l'immaginario collettivo dell'identità dei "blacks", anzi, dei "negri" ricordando la radice etimologica del termine "nero" riferita alle tenebre e alla morte. <<Io stesso fin da piccolo>>, ricorda Baldwin letto da S. L. Jackson , <<ero talmente invaso da immagini di bianchi che uccidono gli indiani nei Western, da rendermi conto che come 'nigger' ero l'indiano della situazione: il diverso, il nemico>>.

Nel documentario viene ricordatoche Baldwin non aderì mai alla violenza delle Black Panthers: lui intendeva cambiare le coscienze dall'interno, come si comprende dai suoi illuminanti interventi e scontri televisivi. Lo "Your" del titolo, viene inteso come "of the whites", nell'ottica di un’eterna rielaborazione della Storia vista dai neri di tutto il mondo, a partire dagli Africani-Americani. In questo senso, come sottolineato dall’intellettuale di Harlem, <<La storia dei negri d'America è la storia dell'America. E non è una bella storia>>. 

In occasione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina 2017 di Milano, Raoul Peck ha confermato di aver voluto esplorare l'intero corpus baldwiniano, introducendo alcune questioni di fondamentale importanza. Come riconquistiamo la nostra visione del mondo? Come facciamo ad informarci in un ambiente in cui è così difficile distinguere le notizie vere da quelle false, o le immagini fedeli, da quelle ritoccate? Sono tempi confusi e tutte le opinioni sembrano avere lo stesso valore, anche se provengono da persone che non hanno approfondito  un determinato contenuto. Il pensiero di Baldwin ha dato al regista l’esempio di una logica e degli strumenti per ragionare, ma l’autore si occupò anche di un importante studio sulle immagini per ricostruire l'oggetto "Negro", dalla sua origine, alla sua evoluzione nell'immaginario dei bianchi e Peck voleva anche indagare cosa fosse il "negro" nel cinema hollywoodiano, sul quale si è formato. In questo senso I AmNot Your Negro è anche un film sul cinema stesso.Nessuna immagine è innocente oggi: questo il documentario riesce a raccontarlo in maniera perfetta, a renderlo evidente, facendo anche retrocedere di molto l’immagine, rispetto al contenuto. Le associazioni iconografiche e concettuali che il film propone rompono gli stereotipi ai quali siamo abituati: li scardinano, li ribaltano completamente, facendoci percepire, allo specchio, il nostro stesso agghiacciante sguardo.

Intervista a Sonia Forasiepi, di Amnesty International

Sonia Forasiepi lavora in Amnesty International da molto tempo come attivista. Durante gli ultimi anni si sta occupando di due aree molto legate tra loro: l’Educazione ai Diritti Umani e i Patrocini.

1)      Qual è il coinvolgimento di Amnesty International nella diffusione e distribuzione del documentario?

In Amnesty International ci è chiara la necessità ed il valore della denuncia delle violazioni dei diritti umani. Ci sono molti modi per farlo, ma sicuramente i lavori artistici sono quelli che restano più a lungo nelle memorie e nei cuori delle persone. È proprio per questa ragione che abbiamo, anche in Italia, un gruppo di lavoro dedicato ai patrocini. Il nostro contributo all’opera patrocinata è legato alla visibilità che riusciamo a dare attraverso i nostri canali mediatici e i nostri attivisti.

2)      Come siete venuti a conoscenza di questo film, quasi completamente autoprodotto?

Abbiamo ricevuto la richiesta di patrocinio da parte della casa di produzione: patrocinio che gli è stato da subito attribuito, perché il film rappresenta una chiara denuncia contro la discriminazione, ovvero contro quel fenomeno che identifica una minoranza con certe caratteristiche, e decide che quelle persone hanno meno diritti degli altri. È proprio questo che si vedrà nel film: la discriminazione razziale.

3)      Il documentario, nella forma, oltre che nel contenuto, è capace di scardinare il nostro sguardo: di decostruirlo e ribaltarlo. Si lavora sullo stereotipo, sottolineandone la portata culturale, e ricordandoci il valore e la pericolosità della comunicazione sociale, oggi distorta in qualunque modo. Lei cosa pensa di questa osservazione?

La tematica degli stereotipi è alla base delle nostre attività, delle nostre lotte contro le discriminazioni a favore dell’universalità dei diritti umani. E di stereotipi parla questo film: negli Stati Uniti d’America, un bianco al volante che supera i limiti di velocità è in ritardo a un importante appuntamento di lavoro; invece un nero si sta allontanando velocemente dal luogo dove ha commesso una rapina. Un bianco con le mani in tasca ha freddo; un nero ha un coltello o una pistola. Si chiama, tecnicamente, “racial profiling”, profilazione razziale: è l’attitudine delle forze di polizia a considerare una persona più o meno sospetta in base al colore della pelle. L’attitudine che ogni anno, su tutto il territorio nazionale, causa centinaia di omicidi. Nei processi per reati che prevedono la pena capitale, un nero che ha ucciso un bianco ha il doppio delle possibilità di essere messo a morte rispetto ad un bianco che ha ucciso un nero. Relativamente alla pericolosità della comunicazione sociale, si tende sempre più spesso ad attribuire ogni responsabilità a “loro” e ciò è oggi sufficiente per strappare un applauso, aumentare il consenso, accedere ad alti incarichi politici. Nella nostra Europa, sempre più “orbanizzata” (ovvero imitante l’atteggiamento e i discorsi del primo ministro ungherese), si stanno svolgendo campagne elettorali in importanti paesi, come Francia, Germania, Olanda e anche in Italia. Il rischio che quella retorica divisiva e multi-fobica, intrinsecamente razzista, prevalga, è elevato.

4)      Perché è importante vedere questo film?

Perché ci fa riflettere e non solo su ciò che fu (e che ancora è) negli USA. C’è razzismo, che produce tortura, in Libia contro i migranti e i richiedenti asilo che provengono dall’Africa sub-sahariana. C’è razzismo, che produce schiavitù, in Mauritania, da parte degli arabi contro gli africani. C’è razzismo nel Sudafrica post-apartheid da parte dei neri contro altri neri, i migranti provenienti dai paesi confinanti. C’è razzismo in Russia contro i “neri” del Caucaso. C’è razzismo in quella velenosa retorica del “noi contro loro” o del “prima noi, poi loro” di cui sono sempre più intrise le campagne elettorali di candidati alla guida di paesi che additano al “nemico” - invariabilmente, lo straniero che viene da sud, capro espiatorio per tutte le stagioni di crisi, di fallimento delle politiche economiche e sociali. Nel XXI secolo, il razzismo che denuncia con forza il capolavoro di Raoul Peck non solo esiste ancora, ma è in rimonta. Ecco perché è importante far vedere “I am not your Negro” al maggior numero possibile di persone, ad un pubblico adulto, come nelle scuole.  

5)      Due parole su Amnesty International e su progetti di comunicazione e sensibilizzazione che sta seguendo, sempre a livello audiovisivo e cinematografico.

Dal 1961 in AI lottiamo affinché tutti gli esseri umani, nessuno escluso, possa godere di tutti i diritti umani! Quindi il nostro impegno è contro le violazioni dei diritti umani e, tra questi, contro qualsiasi tipo di discriminazione. Come dicevo prima, per noi le opere artistiche, non solo audiovisive (ma anche musicali, teatrali, letterarie), sono fondamentali per la comunicazione, la diffusione e la divulgazione dei principi fondamentali legati ai diritti umani. Abbiamo patrocinato centinaia di lavori negli ultimi anni, opere molto diverse tra loro, ma legate dalla profonda convinzione che senza l’uguaglianza in dignità e diritti, non ci sarà mai pace e giustizia. Le opere patrocinate ci aiutano nella denuncia e nella divulgazione affinché tali violazioni non si ripetano più. Ma c’è ancora tanto da fare...

6)      Vuole aggiungere una sua personale impressione sul film?

Ho trovato questo film a dir poco ‘emozionante’ (tanto da averlo visto più volte) per l’apparente semplicità con cui affronta una tematica relativa ad una violazione così pervasiva, sia come vastità di territorio, che a livello di ampiezza temporale. Molto belle anche le musiche. Colpisce anche la ripetuta e palese “ovvietà” delle rivendicazioni di uguaglianza. Ma a quanto pare per molte persone il concetto di uguaglianza dei diritti umani non è ancora scontato. Ed è per questo che la nostra organizzazione e noi attivisti continuiamo, in maniera ostinata, costante, perseverante, a puntare il dito contro chi non rispetta le leggi internazionali sui diritti di tutte le persone al mondo.

Per ulteriori approfondimenti, si consiglia la lettura dell’ultimo Rapporto Annuale di Amnesty International:

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/

Link sugli Stati Uniti:

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/americhe/

 

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