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7/10

Il viaggio di Fanny regia di Lola Doillon

Guerra
recensione di Leda Mariani

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Fanny Ben-Ami del 2011, il film racconta la storia vera della scrittrice, all’epoca tredicenne, e delle sue due sorelle, lasciate dai genitori in una delle colonie francesi destinate a proteggere i minori dai rischi della guerra. In collegio le bambine conoscono altri coetanei e con loro, quando i rastrellamenti nazisti si intensificano e inaspriscono, sono costrette alla fuga. I bambini fanno appello a tutta la loro forza interiore e al loro coraggio per affrontare pericoli e peripezie nel tentativo di raggiungere il confine svizzero e salvarsi. Dovranno fare i conti con la fame, con il freddo, con l’odio dei nemici, ma incontreranno talvolta persone disposte a proteggerli anche a rischio della propria vita. Tra ardue difficoltà e nella paura riusciranno tuttavia a conservare la loro leggerezza, imparando ad essere indipendenti e scoprendo il valore della solidarietà e dell’amicizia.

Una vicenda tutta europea

Le storie e dunque anche i film che trattano in vario modo i temi del nazismo sono molte. Tuttavia, non c’è limite a quanto si possa apprendere dalle nuove e più complete informazioni che ognuna di queste storie ci regala. “Il viaggio di Fanny”, ad esempio, ci pone di fronte alla realtà di quei bambini che siamo abituati ad identificare come vittime impassibili e che invece anche nelle situazioni più difficili spesso riescono ad arrangiarsi, grazie alla loro fantasia e speranza. Persone coraggiose, prima di ogni altra cosa, che in questo caso ci restituiscono anche la percezione di una dimensione più europea della guerra Nazista, che siamo ovviamente abituati ad associare immediatamente alla Germania, e che invece riguardava e riguarda ancora, tutta l’Europa.

Il film ha un tocco particolarmente femminile, percepibile da ogni punto di vista, sia registico e narrativo, che fotografico. Lola Doillon, al suo terzo lungometraggio, dirige in maniera magistrale ed empatica i piccoli protagonisti della pellicola, esaltandone i caratteri e le potenzialità come attori. Anne Peyrègne, la sceneggiatrice, scrive una storia molto misurata, giustamente trattenuta, fatta di silenzi e che rende viva e vera la reciproca scoperta e l’intesa che si sviluppano man mano tra i piccoli protagonisti della vicenda, uniti da un destino comune e dalla lotta per la sopravvivenza.

La vicenda di Fanny è prima tutto una storia di coraggio, di crescita, soprattutto nell’affrontare le proprie paure, che sa mettere adulti e bambini a confronto, facendo capire ai giovani che il mondo adulto non è poi così lontano dal loro: che è fatto delle medesime paure, gioie e difficoltà. Come racconta la stessa Doillon: <<è la storia di chi è costretto a crescere velocemente (che vi si identificherà subito) e delle angosce che derivano da separazione, paura dell’ignoto e dell’oblio, alle quale Fanny si oppone usando in maniera molto creativa, ma anche assolutamente pertinente, la sua macchina fotografica >>. Ma il film comunica allo stesso tempo anche tutta la gioia di vivere, l’irriducibile spensieratezza, l’energia e la perseveranza di questi bambini, nucleo simbolico dell’infanzia in generale.

Il film si volge nella Francia occupata, ma la guerra è fuori campo: saputa, intuita e sempre dietro l’angolo. Un fantasma che incombe come “l’uomo nero”, ma che agli occhi dei bambini resta qualcosa di quasi raccontato e soprattutto, d’incomprensibile.

Si entra perfettamente in empatia con la testarda eroina, interpretata dalla dodicenne esordiente Léonie Souchaud, che esprime la medesima forza, intelligenza e testardaggine della vera Fanny. Funziona l’alchimia intra ed extradiegetica tra le sorelle, ed è forse un bene che questa storia sia stata rappresentata sotto forma di film, piuttosto che di documentario, perché funziona proprio nel suo farci tornare un po’ bambini, calandoci in maniera totale nei panni dei personaggi.

Piacevolissima la discreta fotografia di Pierre Cottereau, ed impeccabile l’interpretazione di Cécile de France nel ruolo di Madame Forman, educatrice inventata pensando alle figure di Nicole Weil-Salon e Lotte Schwarz: donne incredibili, che si impegnarono corpo ed anima per salvare tutti questi minori durante la guerra, dure e dolci come madri che proteggono i loro cuccioli.

Un film che consiglio alle famiglie e da far vedere ai ragazzi, nelle sale italiane il 26 e 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria.

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