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4/10

The Circle regia di James Ponsoldt

Drammatico
recensione di Leda Mariani

Tratto dal bestseller di Dave Eggers, il thriller fantascientifico racconta le vicende di Mae (Emma Watson), mettendo sostanzialmente in guardia il pubblico rispetto ai pericoli dell'era dei social network. Ambientato in un futuro poco definito – ma verosimilmente non troppo lontano – il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca Internet Company The Circle, azienda leader nella gestione di dati personali , da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un Campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati, diventano progressivamente sempre più sinistri ed opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae, è di rinunciare gradualmente alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su Internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak, alle vicende più intime e famigliari. Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita. Quando tutto sembra perfetto, Mae comincia a capire che il potere derivante dalle informazioni private nasconde risvolti particolarmente inquietanti.

Il titolo – The Circle – evoca la circolarità della struttura panoptica immaginata da Foucault in un regime di sorveglianza perfetta, fondato cioè sul perenne controllo reciproco, assicurato oggi da quel desiderio di visibilità alla base dell’uso dei social network, che tende ad abbattere i confini tra pubblico e privato. Il gigante informatico che è al centro di questa distopia, somiglia ad un’ideale fusione tra Google, Paypal, Pinterest, Twitter e Facebook. “The Circle” rappresenterebbe una sorta di Grande Fratello aggiornato al tempo dei social network: una società non desiderabile fondata sul nostro esibizionismo, che nella storia è quello della protagonista, perché il male del futuro potrebbe apparire sempre più somigliante alla banale Mae, che all’occhio sospeso nell’oscurità del Grande Fratello.

Diversi studi hanno dimostrato che nel momento in cui qualcuno interagisce con noi su Facebook o Twitter, riceviamo una piccola scarica di adrenalina che, alla lunga, può creare dipendenza. The Circle ha il merito di metterci di fronte a questa nostra eventuale dipendenza, problematizzandola.

Un cerchio che diventa un gran buco nell’acqua… Distopia non riuscita.

Devo purtroppo ammettere che per me questo film è stata una grossa delusione, naufragata penosamente, con tutto il suo potenziale inespresso, in una pellicola dalla regia sconnessa ed incerta.

Una buona introduzione conduce forse un po’ troppo sbrigativamente all’inserimento della protagonista in quella che sembra da ogni punto di vista una grande e ricchissima setta, più che un’azienda illuminata, ma la storia, dopo un primo e significativo evento tragico, che avrebbe dovuto segnare il “giro di boa” narrativo, si schianta verso la fine frettolosa, inconsistente, in maniera quasi anti-narrativa. Non si tratta di un finale aperto, ma di un vero e proprio abbandono della narrazione, che resta lì, sospesa, svuotando di significato tutta la costruzione precedente.

Salverei il film solo per le importanti premesse: per la tematica, ma per questo esiste già il romanzo.

Sembra quasi che gli sceneggiatori, giunti all’apice del racconto, se ne siano andati, lasciando la storia là, sola ed inchiodata su sé stessa. Lo spettatore resta impalato davanti alle sue stesse domande: e quindi? Cosa accadrà all’azienda? Cosa significa? Resterà tutto di dominio pubblico, ma meglio? E come? Cosa osservano dunque i droni del finale?!! E le grandi, ambiziose tematiche legate al concetto di privacy, di trasparenza, di comunicazione, di verità, onestà, e di controllo sociale?! Se ne restano lì, attonite, senza futuro… La verità a tutti i costi può renderci persone migliori? Esiste davvero la condivisione? Siamo già noi l’espressione della condivisione assoluta, nella nostra interezza, posti di fronte ad altro da noi?

Il film è molto ricco e di certo confezionato bene, almeno dal punto di vista estetico. Brava la Watson e cast d’eccezione, con l’interpretazione efficace ed adeguata di Tom Hanks, ma è una vera tragedia dal punto di vista registico e narrativo. The Circle si pone i giusti interrogativi, seguendo la gradualità della comprensione degli eventi del personaggio di Mae, ma alla fine tutto salta, e senza dare alcuna spiegazione. Manca il perché… Insomma, non si capisce molto.

Salvo solo la fotografia di Matthew Libatique, che comunque amo per Il cigno nero (2010) e Requiem for a Dream (2000). Ma al confronto, qualunque puntata di Black Mirror - che apprezzo profondamente - è da premio Oscar da ogni punto di vista.

Il regista, James Ponsoldt (Smashed, The End of the Tour), ha scritto la sceneggiatura assieme a Dave Eggers, l'autore del bestseller, ma i risultati, purtroppo, non hanno confermato le aspettative. La Watson è una "guppy", "una nuova", come viene definita in quella multinazionale di internet da cui il titolo, ma fin dall'inizio sarà difficile affezionarsi a lei, stare dalla sua parte, sostenerla, o quantomeno incoraggiarla nelle sue scelte. L'insofferenza nei suoi confronti sarà poi totale quando, ormai star della rete con milioni di viewers e followers, si trasformerà in una sorta di maestrina moralista che invoca in ogni angolo del globo a votare per un cambiamento radicale della società. Per il povero spettatore, che a quel punto non saprà più se andare via, o continuare a sorbirsi questo strazio, a nulla servirà l'entrata in scena di Tom Hanks, nei panni di Eamon Bailey, il fondatore di quell'azienda che punta a unificare social media, email, servizi bancari e shopping online, dominato dalla Content Intelligence, per creare una nuova era di civiltà e trasparenza. Il Premio Oscar appare solo per pochi minuti, per poi tornare nei momenti più improbabili, e  ci sono altri personaggi, come ad esempio il ragazzo di colore che ha creato il sistema "TruYou", che sbucano nella storia, sembrano poter avere un ruolo decisivo, per poi svanire nel nulla senza motivo. Nessuno dei caratteri è pienamente formato, o almeno abbastanza da sembrare reale, ma si tratta comunque di finzione, di un romanzo, anche piuttosto generico rispetto ai dettagli tecnici. Solo che domande come "quali potrebbero essere le implicazioni di una società trasparente?", o riflessioni come "siamo davvero sicuri che riusciremmo a mostrare una versione di noi migliore, se sapessimo di essere osservati ventiquattro ore al giorno?" restano tali in questo film che, a differenza del libro - una distopia perfetta ed inquietante - non riesce a darci nessuna risposta in tal senso – o meglio – ce la da', ma senza aggiungere o togliere nulla rispetto a quanto già detto da film simili, come The Social Network, o lo straordinario Her. Quello che emerge è solo un "potenziale inespresso", come dice la stessa Mae/Watson durante il suo colloquio di lavoro, ed è proprio un peccato.

Negli Stati Uniti il romanzo ha fatto discutere moltissimo,  ovviamente sulle tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network. Eggers, parlando del suo metodo di lavoro, ha dichiarato di non aver raccolto documentazione per scrivere il libro, evitando di proposito di studiare le aziende simili a quella raccontata e di intervistarne i dipendenti. Perché si trattava appunto di un romanzo: del racconto di un osservatore, non di un partecipante, che se non è in grado di offrire la chiusura di un cerchio, per lo meno è in grado di fornire una scheggia essenziale di verità… verità che il film non riesce a trasmettere, o comunque non fino in fondo. Ad Eggers non interessava più di tanto restituire accuratamente il funzionamento dei mondi descritti, quanto piuttosto studiare le implicazioni nelle relazioni umane che hanno questi dispositivi, ma i personaggi del film non sono abbastanza umani: sono invece molto stereotipati, mal sviluppati, e in sintesi superficiali.

Il romanzo ha fatto discutere anche per un possibile plagio, rivendicato da Kate Losse, ex dipendente di Facebook e autrice del memoir The Boy Kings: A Journey into the Heart of the Social Network. Ma in ogni caso Jane Ciabattari sul Boston Globe è arrivata ad ammettere: <<Quando ho finito di leggere il bello e caustico romanzo di Eggers, ho avuto voglia di disconnettermi da tutti i dispositivi online e di ritirarmi per un po’ in un mondo sotterraneo. Penso che fosse quello che lui aveva in mente>>, e questo forse anche il film riesce a trasmetterlo, in piccola parte, volontariamente o meno.

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