The Yards regia di James Gray
DrammaticoDopo il brillante esordio con Little Odessa, James Gray ripropone una storia che, nella trama, non può non ricordare Carlito’s Way, e i thriller appartenenti a quel genere. Anche in questo caso, il protagonista, Leo, è un apparente loser che, uscito di prigione, tenta di reinserirsi nella società, deciso a cambiare vita. Si affida al suo miglior amico, Will, fidanzato e futuro marito di Erica, la donna che Leo segretamente ama, e ad un suo zio che gestisce una ditta di riparazioni delle ferrovie e che corrompe le commissioni per ottenere appalti, talvolta sabotando anche le aziende concorrenti. A causa loro, Leo si troverà nuovamente nei guai e dovrà riprendersi, in un modo o nell’altro, la sua vita.
La sceneggiatura scritta con Matt Reeves è notevole, ma la pellicola ebbe poca fortuna con la critica e con il pubblico. È un noir che parte sottotono, che brucia tutta la metafora del titolo (che si riferisce agli scambi ferroviari) già nell’incipit, ma che prosegue piacevolmente tratteggiando i personaggi tramite le loro azioni e le loro non azioni. La prima scena si apre con una ripresa dal treno con cui Leo inizia a percorrere il suo nuovo cammino, ma il suo viso trasmette uno stato d’animo disincantato, avvilito, poco promettente, e tutto preannuncia che, primo a o poi, qualcosa lo porterà a deragliare.
The Yards è un placido precursore dell’omologo I padroni della notte, forse non possiede il carisma della pellicola con Eva Mendes, ma è un’opera di prim’ordine, dotata di tecnica e grazia considerevoli, con un pregevole cast (magnifico il duo Wahlberg/Phoenix) ed una superba colonna sonora di Howard Shore. Bellissima la fotografia di Harris Savides, immersa nei toni caldi, accompagnata dai bellissimi primi piani di Charlize Theron in versione dark, o del presuntuoso e poi disperato Joaquin Phoenix, già grandissimo interprete feticcio di Gray.
Ovviamente Mark Walhberg è aiutato da un ottimo cast, ma denota ugualmente grande personalità nella sua stupenda interpretazione di Leo Handler: memorabile nella scena in cui deve uccidere un presunto testimone, ricoverato in ospedale, ed ha il volto semicoperto da una mascherina che lascia intravedere unicamente i suoi intensi occhi atterriti dall’angoscia. È sicuramente un film passato in secondo piano rispetto agli altri lavori di Gray, ma non manca delle sue note caratteristiche. Probabilmente è di più difficile lettura, possiede una bellezza che passa inosservata, ma che resta impressa e che porta un attento osservatore a comprendere in maniera più precisa i tratti distintivi della personalità di uno dei migliori registi dei nostri tempi.
È una semplice storia di esistenze che si trovano a dover affrontare una sorte avversa, che non riescono sempre a seguire la retta via, che faticano a rimettersi in carreggiata, ma che, nonostante tutto, trovano la forza e il coraggio di tornare in piedi, di riprendere il treno che avevano perso e di continuare il loro cammino. La vita è sempre un sottile equilibrio tra la nostra integrità e le nostre debolezze: c’è sempre il rischio di cadere, ma per andare avanti è necessario decidere coraggiosamente da che parte stare e procedere in quella direzione senza lasciarsi condizionare dal giudizio altrui. Forse il deragliamento è uno dei pochi modi per comprendere le nostre vulnerabilità e sicuramente, nella maggior parte dei casi, è la maniera più sicura per tirare fuori la forza di combattere contro i soprusi di coloro che, erroneamente, vogliono dimostrare di essere più forti senza averne il diritto.
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