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7/10

Civiltà Perduta regia di James Gray

Avventura
recensione di Valeria Verbaro

Il Maggiore Percy Fawcett, inviato in Amazzonia dall'esercito britannico e affascinato dalla giungla e dalle sue popolazioni, comprende di aver scoperto le tracce di una civiltà antichissima. A causa dello scetticismo della comunità scientifica, dimostrare l'esistenza della Civiltà Perduta diventa, dunque, l'ossessione della sua intera vita.

"A man's reach should exceed his grasp". Ciò a cui un uomo aspira dovrebbe andare oltre le sue possibilità, altrimenti la vita stessa non ha alcun senso, non ha un vero scopo. Il verso del poeta Robert Browning citato da Nina Fawcett (Sienna Miller) chiosa perfettamente la storia del leggendario Percy Fawcett (Charlie Hunnam),  maggiore dell'esercito britannico, inviato a esplorare e mappare l'Amazzonia per conto della Royal Geographical Society -  ed è notevole che in un film già adattato dal romanzo "Z la città perduta" di David Grann, il senso ultimo delle vicende provenga da citazioni squisitamente letterarie, fra cui emerge anche il bel poema di Kipling, "L'esploratore". Senza nulla togliere, infatti, alla regia di James Gray che è in grado di costruire immagini di rara bellezza, sia nella campagna inglese o irlandese, sia nella reale foresta amazzonica, la vera forza del film risiede nella sua aspirazione universale, non prettamente cinematografica, a rappresentare, attraverso una riuscita drammaturgia, emozioni e motivazioni comuni a ogni essere umano, prima fra tutte l'attrazione per l'ignoto. Il mistero della giungla è infatti per Fawcett un'ossessione ineliminabile, ma anche un rifugio sicuro dai suoi tormenti interiori. Come una calamita, l'Amazzonia  - deserto verde e sconosciuto - e la civiltà perduta di "Z" attraggono fatalmente ogni pensiero del protagonista e assorbono ogni sua energia fino a mostrare l'intero volto di Fawcett, senza filtri; quello di un uomo sì coraggioso ma anche spietato, impaziente e profondamente egoista, fagocitato dalla sua stessa ricerca, dalla sua sete di risposte. Un uomo in grado di sacrificare se stesso e gli altri per il raggiungimento di uno scopo, per la realizzazione di un sogno. Se da un lato, però, il film sfrutta la spinta di un desiderio universale di conoscenza per creare un legame forte con lo spettatore, dall'altro lato "Civiltà perduta" offre anche preziosi spunti di riflessione sociale. In primo luogo, come spesso accade nei film di Gray, molta attenzione è posta sulle dinamiche della famiglia. Percy e Nina Fawcett, per esempio, vivono una storia d'amore lontana dai costumi di inizio Novecento. Il loro rapporto moderno sottintende una parità quasi anacronistica eppure reale. La vera Nina, infatti, collaborava con le Suffraggette e, come il personaggio della Miller, era una donna forte e indipendente, capace di vivere per anni lontana dal marito ma incapace di accettare la sua assenza passivamente. In secondo luogo, inoltre, è particolarmente rilevante nel corso della pellicola il tema del pregiudizio sociale, del razzismo e della supremazia bianca. Fawcett e i suoi fedeli compagni di viaggio Costin (Robert Pattinson) e Manley (Edward Ashley) sono gli unici veri esploratori nel film; coloro che viaggiano con occhi sempre nuovi e sono in grado di lasciare indietro le proprie convenzioni per abbracciarne di nuove ed entrare così realmente in contatto con l'Altro. La continua contrapposizione fra la mentalità aperta del viaggiatore e quella ristretta e superba del colonizzatore, in conclusione, è un potente motore di riflessione morale che, senza eccedere nel didascalismo, conferisce a questo racconto di avventura uno spessore ulteriore, capace forse di lasciare una traccia più profonda e duratura nell'esperienza dello spettatore.

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