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8/10

Song To Song regia di Terrence Malick

Drammatico
recensione di Valeria Verbaro

Sullo sfondo della scena musicale di Austin, in Texas, si incrociano le vite e le storie d'amore di due coppie. In un vortice di ossessioni, desideri e tradimenti i quattro protagonisti inseguono tenacemente i loro sogni di fama, ricchezza e Rock and Roll.

Un lungo, estenuante, flusso di coscienza, a tratti ipnotico, a tratti straniante: è così che si potrebbe definire l'ultimo lavoro di Terrence Malick; un film impossibile da raccontare e racchiudere in una canonica trama. Song to song è, infatti, molto di più. È sperimentazione cinematografica al massimo delle sue potenzialità, è scomposizione del tempo e degli spazi; è frammentazione, rifiuto della narrazione. Al ritmo di continui monologhi interiori, quelli di Faye (Rooney Mara) soprattutto, le immagini scorrono apparentemente sconnesse, legate da una trama implicita che scalpita, che freme per affiorare ma che, in realtà, non viene mai raccontata se non attraverso dei brevi flash, degli effetti privi di cause. Il resto è lasciato in gran parte alla ricostruzione e alla partecipazione attiva dello spettatore. Il risultato è un film che assume spesso la forma di un trailer, ossia una narrazione che procede per stralci e per salti e ciononostante riesce ugualmente a suscitare l'interesse del pubblico e trascinare quest'ultimo in quello che diventa indiscutibilmente un intrigante gioco di percezioni visive e uditive.

Complice la magica eppure iperrealista fotografia di Emmanuel Lubezki, infatti, il mondo creato da Malick è una vera e propria esperienza sensoriale, un'immersione sinestetica nei colori, nell'architettura delle luci, nella geometria degli spazi, continuamente amplificata e intensificata dallo scroscio di parole e musica. È un'immersione in profondità nella Vita, negli sguardi, nei desideri, nei pensieri, nelle domande a se stessi, quelle senza alcuna risposta. Per quest'impostazione introspettiva, quindi, il regista può permettersi di indugiare per degli eterni secondi sui volti e sui silenzi diegetici, lasciando che siano le voci over, fuori campo, a parlare; è per questo motivo, inoltre, che Fassbender, Mara, Gosling e Portman possono ridurre al minimo la recitazione e persino, per brevi attimi, giocare a essere se stessi davanti alla macchina da presa. Song to song, in altri termini, tenta di sfondare la barriera della quarta parete, principalmente rinunciando alla mediazione tradizionale della narrazione lineare, per cercare, invece, un contatto diretto con lo spettatore. Lo fa, tuttavia, in modo contro intuitivo, attirando lo spettatore all'interno di uno spazio-tempo volutamente alienato in cui non valgono le coordinate di riferimento comuni e in cui la vita procede di canzone in canzone, senza ordine e senza regole, in un liberatorio caos sensoriale in cui è fin troppo facile perdersi.

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