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10/10

Crocevia Della Morte regia di Joel Coen

Noir
recensione di Guido Giovannetti

Tom Reagan è il braccio destro di un potente politico-boss irlandese, Leo, il quale tiene molto in considerazione la sua opinione. Un giorno si accende un contrasto fra l’irlandese e il boss italo-americano Johnny; quest’ultimo ha richiesto a Leo il consenso per l’uccisione di un book-maker imbroglione, Bernie, ma l’irlandese si rifiuta di dare il via libera. Non c’è apparente motivo per giustificare il rifiuto di Leo (la faida con Johnny comporterebbe grosse perdite umane, rispetto ad una sola uccisione), ma il boss si è invaghito della sorella del book-maker, Verna, che lo sta manipolando per garantire protezione al fratello. Tom prova a far notare tutto questo al suo Boss, ma Leo si è davvero invaghito della femme fatale e non lo sta a sentire. Fra l’altro Tom ha anche problemi di gioco (deve una grossa somma ad un certo prestasoldi, Lazare) ed è uno dei tanti amanti di Verna; quando Leo verrà a conoscenza della storia fra i due, la situazione crollerà.

Si sa che i fratelli Coen, Joel e Ethan, difficilmente sbagliano un colpo. La loro filmografia comprende titoli ormai cult, sia degli anni ’90 che dei ’00 (Fargo, Il Grande Lebowski, L’Uomo Che Non C’Era, Non È Un Paese Per Vecchi…), nei quali ciò che risalta maggiormente all’occhio (oltre ad altri evidenti pregi) è la sapiente costruzione di una trama (quasi) mai scontata, o comunque svolta con un intreccio complesso e geniale, i cui tasselli vengono infine genialmente sistemati, generando schemi difficili ad immaginarsi per lo spettatore. Crocevia non fa eccezione; pur possedendo una sostanziale linearità a livello narrativo (nessun flashback è qui presente), ciò non impedisce ai fratellini di mettere in atto colpi di scena e ribaltamenti di fronte imprevedibili. Ogni minimo personaggio è utilizzato nella vicenda, e la sua morte o sopravvivenza saranno fondamentali per ripristinare la condizione di equilibrio narrativo nel finale, una condizione che (come si vedrà) favorisce decisamente il nostro protagonista, l’imperscrutabile Tom Reagan.

Un’altra caratteristica che dona lustro al film è la dualità di toni narrativi; abbiamo scene d’azione a ritmo serrato, sicuramente improbabili ma di ampio effetto visivo (la sparatoria che vede Leo/Albert Finney assoluto protagonista) e sequenze più calme, quasi pacate, dove si erge la figura titanicamente riflessiva di Tom/Gabriel Byrne (azzardo: il miglior personaggio mai descritto dai Coen). Altro punto a favore della pellicola è proprio il pari valore di vicenda e personaggi; in Fargo e Non È Un Paese Per Vecchi (film pure bellissimi) le figure dominano leggermente la narrazione, mentre Crocevia si mette al pari de Il Grande Lebowski, regalando ai suoi “characters” un’impasto narrativo di tutto rispetto in cui muoversi ed esprimere la loro originalissima personalità (pur essendo presenti anche qui le macchiette, come la donna fatale o l’italo-americano mafioso).

E ancora, le atmosfere; cupe in prevalenza (ma con sprazzi di colore), torbide e cruente (le morti sono incredibilmente sanguinose e violente, secchi colpi di rivoltella alla testa o lenti martiri a colpi di pala), rimandano al classico, ma con una nuovo gusto per il grottesco e l’eccesso che dona una patina quasi “pulp” a molte sequenze di Crocevia Della Morte. Già abbiamo accenato al fatto che vicenda e personaggi vadano di pari passo, ed infatti tutte oscure sono le figure umane della pellicola; quando ormai lo spettatore è quasi convinto di avere scovato una scintilla di positività in un personaggio, questo smonta tutte le sue illusioni nella scena successiva, rivelando una natura basilarmente negativa ed egoista (in maggior o minor parte). Inutile parlare della regia (ma, ovviamente, lo faremo lo stesso); oltre alla già citata sparatoria, memorabile è la scena del bosco nei pressi di Miller’s Crossing (da cui il titolo originale), un mix perfetto di ansia e terrore, narrato e sciolto con incredibile maestria dai frateli Coen.

Cosa fare con una pellicola che, come Crocevia Della Morte, possiede una grande storia, supportata da grandi personaggi, corredata di un grande script ed un grande regista coadiuvati da una colonna sonora a tratti “classica”, a tratti totalmente stridente con i canoni del genere (si veda l’inno irlandese Dany Boy, una delle più dolci e commoventi melodie celtiche, che accompagna la pluricitata scena della sparatoria, creando una dissonanza di straordinario impatto), ma sempre pronta a sottolineare con efficacia le sequenze del film? È semplice; basta assegnarle il voto massimo, confermando una volta di più l’importanza e la bellezza del Cinema di questi due, geniali fratellini, una delle maggiori ventate di originalità nel panorama della Settima Arte.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 2 voti.
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1
alexmn 8/10

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