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5/10

Codice Unlocked regia di Michael Apted

Azione
recensione di Leda Mariani

La storia è quella di Alice (Noomi Rapace), qualificato agente della CIA, ed esperta nella conduzione di interrogatori, che riesce ad ottenere da un giovane prigioniero membro di una cellula terroristica, delle informazioni vitali su un prossimo attacco contro un obiettivo americano a Londra. La donna riferisce i risultati dell’interrogatorio a Frank Sutter, uno dei responsabili dell’operazione, ma di lì a poco scopre di essere stata raggirata, perché Sutter non è affatto chi lei pensa. Alice si rende conto di aver fornito involontariamente all’uomo informazioni utili alla realizzazione dell’attentato, ed entra in azione per fermarlo, in una rocambolesca corsa contro il tempo per impedire un attacco biologico su Londra.

Messaggi importanti per un thriller che inciampa in continuazione.

Su questo film ho davvero molte perplessità. Con un cast di tutto rispetto, tra la Rapace, Orlando Bloom nel ruolo dell’enigmatico veterano di guerra Jack Alcott, il due volte premio Oscar Michael Douglas nel ruolo del mentore di Alice Eric Lasch, e Toni Colette, oltre che John Malkovich, nei rispettivi ruoli dell’agente MI5 Emily Knowles e di Bob Hunter, direttore delle operazioni europee della CIA, riesce comunque a dimostrarsi un film pretenzioso e alla fine non del tutto risolto.

Georgina Townsley, per la prima volta nei panni di produttrice dopo una lunga esperienza in ambito documentaristico, concepì Codice Unlocked  nel 2006, prima di affiancarsi allo sceneggiatore Peter O’Brien per ricevere un aiuto concreto nella scrittura di questo spy-thriller con le particolarità di avere una protagonista femminile e di essere ambientato a Londra. Dopo un anno di duro lavoro, la sceneggiatura è stata anche inserita nella “The Black List” del 2008 degli esperti del settore per le migliori sceneggiature dell’anno non ancora realizzate. E forse lo script ha messo da subito troppa carne al fuoco, rispetto a quanto la regia è alla fine riuscita a rendere. Sebbene la trama abbia subito diverse rivisitazioni nel corso degli anni, il nucleo della storia è sempre rimasto lo stesso, e sembra che con il tempo la sceneggiatura sia diventata, contrariamente a quanto accade di solito, più attuale oggi rispetto a quando fu scritta. Basta pensare al Virus Ebola, che ha devastato l’Africa occidentale nel 2014, e ai recenti attacchi terroristici in tutta Europa (Londra compresa).

Noomi Rapace ha di certo la fisicità adatta a questo ruolo molto forte, ad ha dato vita ad un personaggio feroce ed intenso, ma lo svolgersi fin troppo sbrigativo degli eventi nella storia, passando da una complicazione all’altra in continuazione, non le hanno forse permesso di esprimere davvero le molteplici sfaccettature che un personaggio di questo tipo poteva dimostrare. Anche Orlando Bloom, finalmente alle prese con un personaggio ambiguo e interessante, si trova a dover esagerare in volubilità, sembrando a tratti schizofrenico e alla fine improbabile, nel suo passare repentinamente da un’anima, ad un’altra; di certo ha incarnato il personaggio in maniera unica, apportando umorismo, mascolinità e presenza, ma la regia non l’ha aiutato, sicuramente. Douglas ovviamente fa bene il suo lavoro, ma anche il suo ruolo diventa un crescendo di discorsi esagerati e di accentuazioni drammatiche che gli fanno perdere credibilità e alla fine a tratti ci si annoia davvero, nonostante non si possa non ammettere che il film ha un suo ritmo, adatto al genere, e che la storia è potenzialmente interessante.

Le interpretazioni migliori restano comunque quelle di John Malkovich nel ruolo di Bob Hunter, che nella resa del personaggio ha fatto scelte forti ed inusuali, dipingendo un capo della CIA intelligente, ironico e totalmente sopra le righe, e di Toni Collette nel ruolo di un’agente M15 forte e materna.

Michael Apted è un regista molto noto nel Regno Unito: nato nel ’41, per ordine della Regina Elisabetta II è stato anche reso Companion of the Order of Saint Michael  per il suo lavoro nell’industria cinematografica e televisiva. La sua comprovata esperienza  rende ancora più enigmatico, per me, il fallimento della tensione narrativa del film, che cala ogni due per tre, inceppa su cambi di situazione drastici e troppo repentini, e si arena in discorsi condotti in maniera delirante sulle paure del presente e sul futuro, ad esempio di Lasch. Tratti troppo lunghi, altri troppo brevi, discorsi  a metà, personaggi secondari che appaiono e scompaiono: troppa roba insomma, e profondamente in disordine. E data appunto la drammatica prossimità di argomenti e paure estremamente attuali, tutto diventa miseramente ancor meno credibile, se non a tratti ridicolo, e lo spettatore si allontana (o si addormenta)… e credo che la prerogativa della produzione fosse l’esatto opposto.

Bella la fotografia di George Richmond, sempre sofisticata, e stupefacente la ricostruzione di Londra a Praga. I produttori hanno infatti deciso di lavorare con Kevan Van Thompson, produttore esecutivo ceco, e dunque sette settimane di riprese hanno avuto luogo nella capitale della Repubblica Ceca durante l’autunno/inverno del 2014, ed un’ulteriore settimana di riprese è stata fatta invece a Londra, durante i primi mesi del 2015.

Un doppio finale, sempre frettolosamente risolto, conferisce il colpo definitivo ad un potpourri raffazzonato e confusionario, in cui anche il messaggio di pace, fondamentale e interessante rispetto all’attualità “vera”, si perde via in una mare di altre cose. Tutt’altro che brillante, questo thriller è davvero poco interessante.

Peccato.

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Ledy 5/10

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