Giallo regia di Dario Argento
ThrillerL’ispettore Enzo Avolfi, italiano, ma con un passato a New York, è sulle tracce di un assassino seriale che sevizia le sue vittime che sceglie tra gli stranieri di passaggio a Torino.
La sorella dell’ ultima vittima affianca l’ispettore nella ricerca e sembra ci sia una svolta nelle indagini.
Purtroppo però l’ispettore non riesce a dipanare la matassa fino in fondo….
Mai visto un film così irreale e con personaggi così stereotipati. L’ultimo film di Dario Argento, che per problemi produttivi non ha avuto nemmeno l’onore di una distribuzione in sala, ci delude per il suo essere più simile ad una fiction di cattivo livello che ad un film da grande schermo.
Certo, alcune scelte fotografiche sembrano essere alquanto ardite con riprese che si distinguono per la loro originalità, ma ciò non basta a fare del film del regista italiano un cult, come lo sono molte altre sue pellicole.
Il film, fin dal titolo, vuole essere un omaggio a quel filone di film che negli anni ’70 spopolò in Italia, e che ebbe appunto in Argento uno dei suoi esponenti di spicco.
In effetti il titolo è solo una scusa per raccontare una storia poliziesca ambientata a Torino al giorno d’oggi e che ha per protagonisti un ispettore italiano con parentele a New York, interpretato da un Adrian Brody alquanto imbalsamato (che per questa parte non ha incassato, a suo discapito, il cachet dovuto) e due sorelle di origine straniera, a Torino per una sfilata di moda, interpretate da Elsa Pataky e dalla sempreverde Emanuelle Seigner (che ci fa rimpiangere la prestazione di Frantic)
L’ispettore è sulle tracce di un serial killer, il quale si diverte a seviziare e deformare le proprie vittime, rigorosamente di sesso femminile, prima di ucciderle.
La ricerca ha una svolta dopo il ritrovamento di una donna di origine orientale, ancora viva e capace di raccontare la sua esperienza. Scopriremo così che il serial killer soffre di un disturbo al fegato che gli dà un colore di carnagione giallo (da qui il secondo significato del titolo della pellicola).
La trama è proprio esile e, seppur il regista si sforzi di creare suspence, non ci riesce per nulla, creando delle macchiette (in primis il serial killer con una voce cavernicola che ci ricorda quella di Freddie Krueger), che tolgono realismo alla pellicola e la fanno decadere in un pessimo b-movie.
L’intreccio è prevedibile, così come le reazioni dei personaggi e i loro comportamenti. La costruzione per flash-backs sull’infanzia dell’ispettore Avolfi non ci regala sorprese e, fin dall’inizio, capiamo il succo del discorso, risultando quindi il prosieguo superfluo.
Manca insomma quel di più che renda il film memorabile. Difficile comunque aspettarsi di più da un regista in crisi creativa che cerca (ma non riesce) di ricreare i fasti del passato.
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