V Video

R Recensione

10/10

Mommy regia di Xavier Dolan

Drammatico
recensione di Francesco Ruzzier

Una madre single, vedova, cresce da sola il figlio violento. Troverà una nuova speranza quando la nuova vicina s'introduce in casa dandole il supporto emotivo necessario.

Giusto per mettere fin da subito le cose in chiaro:

Mommy è un capolavoro.

Xavier Dolan è il prototipo di quello che sarà il cineasta del futuro.

Mommy ti fa morire dal ridere, ti fa piangere, incazzare, gioire e disperare; ti fa appassionare e rimanere senza fiato. Tutto questo perché, a soli 25 anni e con ben quattro lungometraggi alle spalle - i primi tre (J'ai tué ma mère, Les amours imaginaires e Laurence Anyways) presentati alla Croisette in Un Certain Reguard mentre il quarto, (Tom á la ferme) presentato lo scorso anno in concorso alla Mostra del cinema di Venezia - non solo ha talento da vendere, ma possiede già una consapevolezza nell'uso del linguaggio cinematografico che lascia esterrefatti. Sa esattamente cosa vuole dire e soprattutto conosce il modo per narrarlo nel modo più efficace possibile.

Mommy racconta di una madre vedova (Anne Dorval) che si ritrova ad essere totalmente sopraffatta dai problemi che incontra quando riceve l'affidamento a tempo pieno del suo esplosivo  figlio (Antoine-Olivier Pilon) di 15 anni, affetto da ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Con l'entrata in scena della loro nuova vicina di casa (Suzanne Clement), che cerca di sopperire con Steve alla sue mancanze affettive familiari, il terzetto trova finalmente il suo equilibrio e la speranza di costruire un futuro felice.

Già con l'aspect ratio prescelto per Mommy, un insolito, per non dire unico, formato 1:1, l'autore québécois riesce a farci capire subito che i personaggi della sua storia sono imprigionati in una dimensione non adatta a loro, finendo col trovarsi spesso fuori campo, poiché non capaci di rispettare i confini che una società troppo perbenista ha pensato per loro. La macchina da presa si muove spesso con trepidazione nel tentativo di cercare, mantenendo costante il legame con le sensazioni e le emozioni che provano i tre protagonisti, di rendere al meglio l'emotività delle scene.

Mentre il protagonista, un emarginato completamente fuori di testa e al tempo stesso fragilissimo e con un disperato bisogno della vicinanza della madre, sembra uscito da un film di Harmony Korine (o dai due film da lui sceneggiati per la regia di Larry Clark), lo stile con cui Dolan racconta il rapporto con le due madri ricorda molto quello adottato da Gus Van Sant quando si è trovato a dover descrivere le debolezze giovanili. Alla vicinanza "vansantiana", il regista canadese aggiunge delle sequenze in stile videoclip, linguaggio che è capace di domare come quasi nessun altro, riuscendo a raggiungere i cuori e le menti degli spettatori con il solo uso delle immagini, senza mai apparire scontato o artificioso, ma, anzi, raggiungendo una purezza disarmante. Le due donne, entrambe madri con dei problemi diversi e accomunate dall'amore per Steve, sono raccontate con un affetto e un calore tali che è impossibile non riescano a commuovere anche lo spettatore più cinico. Ma è quando il terzetto appare sulla scena nella sua interezza che il film raggiunge delle vette mai avvicinate dal regista nelle sue opere precedenti, soprattutto grazie al già citato uso magistrale del linguaggio del videoclip e di certi brani in colonna sonora, che in altri frangenti o contesti avrebbe fatto apparire alcune scelte quantomeno patetiche (come la sequenza più riuscita del film, che si conclude con i tre che si fanno un selfie al rallenti o l'utilizzo di Wonderwall degli Oasis), mentre in questo caso colpisce grazie alla sincerità di cui sembra stracolmo.

Oltre a tutto questo non si può non sottolineare come praticamente tutto in Mommy sia curato da Dolan stesso: dopo il "scritto e diretto", con lo scorrere dei titoli di coda, vediamo comparire il suo nome un numero spropositato di volte, passando dal montaggio ai costumi fino ad arrivare ai sottotitoli (sia inglesi che francesi) e il pressbook. In questo senso Xavier Dolan si prepara a diventare, in un'epoca in cui i costi produttivi si sono abbassati in maniera vertiginosa, permettendo così a tutti, o quasi, di cimentarsi nella realizzazione di opere cinematografiche, un modello di regista completamente padrone della sua opera - essendo capace di curarne ogni tipo di aspetto, di lavorare con tutti i mezzi, i formati e i generi e riuscendo a produrre un film di 134 minuti in meno di 8 mesi di lavorazione - che tutti i grandi cineasti del futuro saranno portati a seguire.

V Voti

Voto degli utenti: 8,9/10 in media su 7 voti.
10
9
8
7
6
5
4
3
2
1
Snaporaz 10/10
alexmn 10/10
Upuaut 10/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Upuaut (ha votato 10 questo film) alle 18:50 del 27 luglio 2014 ha scritto:

Incontrare un vero regista narrativo provoca una sensazione strana nel panorama cinematografico supersaturo attuale. Capita raramente, ma quando capita è come svegliarsi da un torpore che sembra essere durato un’eternità. In un secondo ci si rende conto dell’artificialità e banalità della maggior parte del cinema che ci circonda ed emerge un trend fatto di inquadrature insapori, camere a mano ingiustificate, ritmo generico, recitazione stock, “realismo” fine a se stesso.

Il segreto che sta dietro al cinema di Xavier Dolan è la sua sensibilità universale.

E' un regista narrativo tout court travestito da auteur.

Il tono delle sue storie potrebbe sembrare simile alla Nouvelle Vague, probabilmente perché partono da una componente autobiografica, ma secondo me sotto sotto, soprattutto a livello registico, ricorda più la New Hollywood degli anni ’70/’80/’90, quei bei film drammatici per il grande pubblico molto personali ma zeppi di tematiche universali con cui la mia generazione (e sicuramente anche quella di Dolan) è cresciuta.

Lo sperimentalismo cinematografico di solito implica un certo impegno razionale da parte dello spettatore oltre che dell'autore, in Dolan invece le scelte narrative considerabili sperimentali sono incredibilmente intuitive (per dirne una l'utilizzo della larghezza del quadro cinematografico per indicare diversi gradi di libertà/oppressione, elemento su cui già aveva sperimentato allo stesso modo in Tom à la ferme), ed è questo che lo differenzia dalla maggior parte del cinema d’avanguardia contemporaneo. Non c’è spazio per lunghe inquadrature meditative dai significati oscuri (o inesistenti). Per questo il suo cinema trasuda energia, freschezza e emotività, nonostante sia costruito in modo incredibilmente preciso e metodico.

La padronanza del mezzo e la sensazione che nulla sia stato lasciato al caso sono evidenti sin dalla prima inquadratura, come già scritto dal recensore qui sopra.

Eppure il film scorre in modo molto naturale, tanto da lasciare l’impressione di aver assistito di persona ad una storia vera piuttosto che aver fissato uno schermo per due ore, a dimostrazione del fatto che camere a mano e improvvisazione non bastano (e spesso non servono se si è padroni della propria arte) a dare genuinità ad una pellicola.

Il tutto sembra quasi un ritorno ad un tempo in cui la figura del regista aveva il ruolo ben preciso di dare un ordine al film, dare un punto di vista invece che limitarsi a seguire gli attori.

Non che ora non succeda più però negli ultimi anni si è creata quest’impressione che dare libertà agli attori e puntare sulla genuinità recitativa in primis sia la via da seguire per il cinema drammatico, indipendente o meno. Basta dare un’occhiata al successo di cui godono i (mediocri) film di David O’Russel o le produzioni che ogni anno ci arrivano dal Sundance, per fare due esempi eclatanti.

Questo è molto significativo perché il pubblico cercato da Dolan non è l'ntellighenzia avanguardista ma proprio il grande pubblico, inteso come era inteso trent’anni fa, spesso alienato, di proposito dal cinema d’autore e incidentalmente dal cinema fracassone e superficiale della maggior parte degli studios hollywoodiani.

Dolan si propone a mio parere non solo come l’esempio del filmaker del futuro ma specificatamente come il filmaker mainstream del futuro, quello capace di portare al cinema gente di tutte le estrazioni sociali, come all’epoca fecero Coppola, Chimino, De Palma, Scorsese, ecc.

Marco_Biasio alle 11:47 del 10 luglio 2015 ha scritto:

Da tempo è nella lista dei compulsory movies. Spero di riuscire a vederlo presto.

Altair882 (ha votato 5 questo film) alle 19:23 del 11 giugno ha scritto:

Non mi ha fatto impazzire da amante dei film horror.Narra la storia di una madre che dopo un intervento chirurgico cambia "completamente" personalita" e gli effetti che ha su suo figlio, per poi concludersi in bruttezza con un finale a sorpresa che ribalta tutta la storia. Personalmente non lo riguarderei.

Upuaut (ha votato 10 questo film) alle 21:15 del 11 giugno ha scritto:

Scusa ma mi sa che hai visto un altro film, la trama di questo non assomiglia minimamente alla tua descrizione.

Possibile che sia La Madre di Andres Muschietti?