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8/10

Quasi Amici regia di Olivier Nakache

Commedia
recensione di Fulvia Massimi

Contro il parere di tutti, Philippe (François Cluzet), miliardario tetraplegico, assume l'ex-galeotto Driss (Omar Sy) come badante, convinto che il ragazzo abbia più potenziale di quanto sembri. Il tempo gli darà ragione e l'amicizia che nascerà tra i due cambierà la vita di entrambi.

In Francia è diventato un piccolo caso, incassando più di settanta milioni di euro (dieci soltanto nel week-end d'apertura) e scalando le vette del box-office nel giro di poche settimane. Ma il successo di Quasi Amici (l'imbarazzante titolazione italiana è totalmente priva di giustificazione) - commedia esuberante e spudorata firmata e diretta da Eric Toledano e Olivier Nakache - non accenna a fermarsi qui, promettendo di sbancare il botteghino anche nei Paesi d'oltremanica.

Traendo ispirazione dalla storia vera dell'aristocratico Philippe Pozzo di Borgo e della sua amicizia quasi ventennale con Abdel Yasmin Sellou (cui è dedicato anche un capitolo del romanzo autobiografico Le Second Souffle), Toledano e Nakache affrontano il tema della disabilità con un piglio ironico irresistibile e al tempo stesso disarmante, capace di rovesciare - per non dire dissacrare - i tabù di una condizione, emotiva prima ancora che fisica, tutt'altro che comica.

L'incontro tra due diversità apparentemente inconciliabili ma paradossalmente affini - topos ricorrente nella tradizione della commedia cinematografica - è il motivo trainante di una sceneggiatura priva di sbavature, che non si lascia intrappolare nelle maglie del sentimentalismo o nella descrizione didascalica e moraleggiante di una realtà sociale degradata (pochi accenni sono sufficienti a mostrare la vita di Driss nelle banlieues parigine), ma preferisce affidare alla caratterizzazione dei due protagonisti (straordinari Cluzet e Sy) il compito di risolvere le tensioni, umane e culturali, insite nella loro relazione.

La qualità di scrittura della coppia Toledano-Nakache (insieme su piccolo e grande schermo fin dal '95) si esprime al meglio fin dalle primissime battute - una corsa mozzafiato sul lungo-Senna con risvolti (im)prevedibilmente comici - mettendo in risalto la predisposizione naturale dei due autori ad uno humour politicamente scorretto ma proprio per questo incredibilmente efficace. La naïveté di Driss verso la condizione di Philippe - esplicitata nelle esilaranti sequenze di "addestramento" - agisce come un vero e proprio detonatore di risate, scatenando una reazione a catena di umorismo irrefrenabile, ed è anche all'uso sapiente di strategie oppositive che si deve il perfetto funzionamento di questa commedia brillante e delicata.

Al ricco industriale che ascolta Berlioz e manovra un'orchestrina da camera come fosse il proprio stereo personale, l'irriverente (ma adorabilmente ingenuo) Driss oppone la gioia funk e caotica dei Kool and the Gang e degli Earth Wind and Fire (memorabile la sequenza di ballo), il canto stonato da vasca da bagno, la risata incontenibile di fronte al ridicolo uomo-albero dell'opera wagneriana. E sulla tela, imbrattata quasi per gioco, appronta il campo per una riflessione collaterale sul valore estetico ed economico dell'arte, che è piuttosto un modo implicito e meno scontato di affrontare la questione fenomenologica delle apparenze su cui, in fondo, tutto il film si gioca.

Sia nella linea narrativa principale (il confronto-scontro tra due mondi opposti e reciprocamente stereotipati) che nella sottotrama romantica (il tentativo di Philippe di costruire un nuovo amore) il problema del sembrare, piuttosto che dell'essere, ovvero del celare più o meno volontariamente agli altri la propria natura, si pone con una certa evidenza. Sbadato, impertinente, spassosamente sfacciato (con l'irraggiungibile segretaria Magalie), Driss conquista Philippe con la sua spontaneità, proprio perché, con l'ingenuità di un bambino, non è in grado di riconoscere la differenza tra ciò che la società definisce diverso (o "diversamente abile") e ciò che invece definisce normale.

Nel rapporto tra i due "intoccabili" del titolo originale (Intouchables, appunto) - giacché entrambi paria sociali, per ragioni differenti ma con esito comune - non c'è spazio per la finzione o le buone maniere di facciata: i discorsi (sulla vita, il passato, il sesso) sono schietti, onesti, aperti alla condivisione delle idee così come delle esperienze (il fumo, le escort) e offrono, senza girarci troppo intorno, la misura di un'amicizia a tutto tondo, ben diversa da quella suggerita dal titolo italiano del film. Un'amicizia che è anche e soprattutto libertà: un sentimento d'infrazione di barriere (architettoniche) e ostacoli sociali di cui il deltaplano, quel brivido adrenalinico e pazzo di chi si libra nel cielo senza curarsi dei pericoli, è la più calzante delle metafore.

Ed è magnifico, infine, come la risata sappia trasformarsi in tenerezza, risolvendosi di fronte ad uno specchio, nel gesto semplice ma intimo di una rasatura scherzosa (ma non troppo), e poi ad un tavolo sul mare, in un atto di affettuosa generosità che sa anche commuovere e scivola via sulle note leggere delle musiche composte da Ludovico Einaudi.

 

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Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 8 voti.

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fabfabfab (ha votato 9 questo film) alle 0:22 del 12 luglio 2012 ha scritto:

Meraviglioso, uno dei pochi film che tratta il tema dell'handicap con la dovuta ironia.

tramblogy (ha votato 8 questo film) alle 14:25 del primo dicembre 2012 ha scritto:

Troppo buffo!!!divertente favolina.