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R Recensione

9/10

Laurence Anyways regia di Xavier Dolan

Drammatico
recensione di Fulvia Massimi

Montréal, 1989. L'insegnante e aspirante scrittore trentacinquenne Laurence Alia (Melvil Poupaud) confessa alla compagna Fred (Suzanne Clément) il desiderio, a lungo negato, di diventare donna. L'amore tra i due sarà messo a dura prova.

Per l'enfant prodige (e terrible) del cinema franco-canadese Xavier Dolan, classe 1989, la Croisette è praticamente una seconda casa. Scoperto qui, nel 2009, con l'eccezionale lungometraggio d'esordio J'ai tué ma mère, e selezionato per Un Certain Regard l'anno seguente con Les Amours Imaginaires, Dolan torna a calcare il red carpet di Cannes con la sua opera più complessa e matura, Laurence Anyways - intensa storia d'amore lunga dieci anni e ostacolata (forse) dalle ragioni del genere più che del sesso - giustamente insignita con la Queer Palm 2012.

Il cineasta di Montréal, da sempre dichiaratamente omosessuale, abbandona gli slanci autobiografici che ne avevano caratterizzato gli esordi (pur traendo ispirazione da una storia vera), ma non smette di indagare le questioni del corpo e della sessualità "non ortodossa" in una società che prima accetta, poi marginalizza - bollando la transessualità come "malattia mentale" - e scarica le colpe sui cugini psichiatri americani, indecisa se prendere o meno una posizione, figurarsi una responsabilità.

A differenza di colleghi e conterranei più "anziani" (Denys Arcand in testa), di cui pure condivide il cinismo, Dolan sfata il mito del Canada "nazione nuova" e per questo incline ad accogliere senza remore la differenza (o meglio, la spécialité) del prossimo, inquadrandone le difficoltà di reazione e le meschinerie che mettono alla berlina il diverso, secondo la logica dell'"Ecce Homo": «Society may not be ready for this. And neither are their families or friends. They witness discomfort and awkwardness wherever they go.»

In una sequenza d'apertura di straordinaria efficacia - come d'altronde è tutto il suo cinema, orchestrato con sconcertante maestria - gli sguardi muti della gente pesano come macigni, in un silenzio gravido di giudizi. La rivoluzione incalzante del nuovo millennio non sembra sfiorare né intaccare i volti "provinciali" di chi scruta, analizza e lancia il proprio anatema silenzioso contro la figura che si muove fiera tra i vapori della strada. Eppure è il 1999, il mondo dovrebbe essere libero, la generazione pronta e la linea di demarcazione sociale tra "norme" e "marginalitè" così labile da poter essere facilmente oltrepassata.

Dolan ricrea un decennio di storia che gli appartiene soltanto di striscio ma che percepisce come unico setting possibile per il suo terzo lungometraggio:«I feel the 1990s was the ideal birthing ground for a film about sex, in this era prejudice regarding homosexuality was easing and panic was giving way to understanding regarding the AIDS crisis. A shocked world was being offered freedom.» La sua non è una scelta casuale nemmeno a livello emotivo: nascita e infanzia, consumate nel lasso di tempo che dal 1989 giunge alla fine del XX secolo, coincidono infatti con la ri-nascita di Laurence, che emerge lentamente dalle acque del soffocamento sessuale per ottenere, lungo due lustri, la tanto agognata metamorfosi.

A proprio agio nel territorio del queer sia nei contenuti che nello stile, Dolan osa più del solito, cimentandosi con la materia eterogenea e sfaccettata dell'appartenenza di genere e di un orientamento sessuale che si sottrae alle logiche del pensiero comune. Laurence Alia non è un "uomo che ama gli uomini" ma un uomo che non sente di appartenere al proprio corpo né alla propria realtà e che per anni ha vissuto in stand-by: come in Romeos di Sabine Bernardi, ma con in più le complicazioni di un'esistenza adulta e già "formata", la scelta di cambiare sesso non implica però il cambiamento delle sue preferenze sessuali.

Quella di Laurence non è una "trasformazione in unicorno", un processo magico e indolore, per quanto il montaggio volutamente ellittico (anche e soprattutto per ragioni di tempo) ne renda conto solo marginalmente. E' piuttosto la metafora della farfalla (M. Butterfly?) a dar ragione della sofferenza fisica provata da Laurence, poiché del dolore emotivo e psicologico sperimentato da entrambi i protagonisti la pellicola di Dolan - grazie anche alla strepitosa performance di Suzanne Clément - offre già un saggio straordinariamente potente. La scelta "di ripiego" di Melvil Poupaud  per il ruolo di Laurence, inizialmente affidato a Louis Garrel, si rivela allora determinante: attore-feticcio di Ozon, e dunque volto noto agli appassionati di cinema queer, Poupaud mette la mascolinità difficilmente occultabile del proprio corpo al servizio di un film che, pur nei suoi (magnifici) eccessi visivi, aspira ad essere realistico.

Come Laurence Alia, anche Xavier Dolan compie dunque la sua trasformazione, la sua transizione verso la maturità. Se in J'ai tué ma mère aveva raccontato le difficoltà di un adolescente gay alle prese con una madre ingombrante in un ambiente ostile, e in Les Amours Imaginaires le conseguenze letali che un triangolo sentimentale non consumato può avere sull'amicizia tra uomo (gay) e donna (etero), in Laurence Anyway, Dolan non aspira più ad esprimere una rabbia individuale, né a collocarsi davanti alla macchina da presa (se non in un brevissimo cameo): per lui "non c'è ruolo da ricoprire" se non quello di scrittore e cineasta. Il gap generazionale tra gli esordi ed oggi, inesistente a livello anagrafico, si percepisce allora nella qualità di una regia che non perde la sua unicità né la sua estrema consapevolezza, ma che si fa ancora più solida e sicura di sé, definendo una volta di più lo statuto autoriale del cinema di Dolan.

L'impiego insistito del video come veicolo di auto-confessione (elemento ricorrente nella cinematografia canadese à la Egoyan) si era dimostrato decisivo in J'ai tué ma mère per fare da filtro alle riflessioni dello stesso Dolan. In Laurence Anyways il raddoppiamento metafilmico lascia invece il posto ad una voce narrante frammentata, brandelli di intervista che aprono e chiudono il film, rifiutando risposte facili e utili solo a soddisfare i pruriti del lettore superficiale, per andare invece a fondo di un sentimento lacerante: "un amore 'sicuro' ma non idiota" che vince la prova del tempo ma non quella dell'accettazione (di sé e dell'altro), perché ad importare sarà anche la persona e non il suo genere ma non tutti sono disposti ad conviverci.

Il tempo del film, dilatato fino a sfiorare le tre ore, è forse l'unico segno tangibile di un cambiamento, ma lo stile di sempre resta immutato. Personale e immediatamente riconoscibile, la regia di Dolan non rinuncia alle pratiche che l'hanno resa tale: l'uso dadaista di didascalie e sovrimpressioni; il ralenti che trasforma la temporalità in un concetto fluido e sfuggente; la predilezione per il primo piano balazsiano che estrae il volto dal tempo e dallo spazio, rendendolo immagine-affezione, pura emozione; la regolazione della messa a fuoco per ragioni di occultamento e svelamento. Più "adulto" nei contenuti e negli intenti, Dolan prosegue nella costruzione del testo filmico come un'opera d'arte poliedrica, in cui allo studio di un impianto cromatico eccessivo - fondato sui toni freddi e ipersaturi della fotografia di Yves Bélanger e dei costumi scenografici di Sophie Beasse - si accompagna un talento unico nell'impiegare brani eclettici (la soundtrack spazia dalla classica all'elettro-pop anni '90) per esaltare l'immagine e, con essa, una figura "femminile" predominante.

La cattiveria degli inizi si stempera diventando sensibilità assoluta, e laddove poco spazio per l'empatia veniva concesso allo spettatore di J'ai tué ma mèreLes Amours Imaginaires, l'identificazione con Fred e Laurence diventa invece pressoché totale. Senza più filtri di sorta, ogni emozione viene amplificata fino al parossismo: la collera in uno squallido ristorantino per famiglie, un cuore che si spezza in un turbinio di foglie e quello sguardo distolto che ci evita deliberatamente ma che è vitale come l'aria nei nostri polmoni. La "rivoluzione" di Xavier Dolan prosegue il suo corso, indifferente alle critiche, e nella a sua freddezza di toni, talvolta letta come presunzione o manierismo, matura un'epica del corpo, del sesso e dell'amore tutt'altro che virtuosistica: l'intero spettro del sentire si apre allo sguardo e un'emozione crescente ci accoglie e coinvolge, lasciando infine il segno.

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