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8/10

Carol regia di Todd Haynes

Sentimentale
recensione di Francesco Ruzzier

Storia d'amore tra due donne - una ricca e una no - nell'America degli anni '50.

Spesso ci si dimentica di quanto il cinema sia una forma d'arte corale, in cui le più svariate professionalità e i più diversi elementi vengono sommati per dare vita ad un lavoro di gruppo che è il film. Ogni tanto si ha però la fortuna di assistere ad una proiezione che riesce a trasmettere l'energia e la magia di questa coralità, ed è il caso di Carol, l'ultima fatica di Todd Haynes, presentato in concorso al 68º Festival di Cannes. Il film riesce a far gustare allo spettatore ogni singolo elemento che contribuisce alla creazione delle immagini, dalla fotografia alle musiche, dai costumi alle scenografie, dalla regia agli attori: tutto in Carol è semplicemente eccelso e così il coinvolgimento e l'immersione nella storia e nell'atmosfera del film non può che essere totale.

Fin dall'inizio Carol trasporta lo spettatore in un'epoca - gli anni '50 americani - intrisa di piacevole  malinconia, di cui è possibile assaporare gli odori, i colori caldi e le sonorità avvolgenti del vinile,   dove si ha la sensazione di muoversi in uno spazio rarefatto e quasi onirico.

Haynes confeziona un'esperienza sensoriale totale simile ad un sogno, che però serve a raccontare una storia tutt'altro che idilliaca: quella di un amore impossibile tra una giovane commessa di un grande magazzino e una ricca signora dell'alta borghesia.

Il regista di Io non sono qui interpreta ancora una volta, come solo lui sa fare nel panorama contemporaneo, il melodramma classico, con tutti i suoi stilemi e le sue censure, risultando però estremamente personale. Il discorso che Haynes mette in piedi viene quindi perfettamente sostenuto dalla struttura del film, che proprio nel suo essere ingabbiata in un genere molto preciso riesce ad adattarsi perfettamente a ciò che vuole raccontare.

Se in Lontano dal paradiso Haynes aveva deciso di inserire la protagonista in una storia che non la coinvolgeva in prima persona, con l'intento di sfruttarla per esplorare e scavare a fondo nel perbenismo dell'America degli anni '50, con Carol decide di partire laddove il film con Julianne Moore finiva, mettendo quindi le due protagoniste al centro dello scandalo e dando per già assodate le dinamiche sociali, potendo quindi confezionare questa volta un vero e proprio melò queer ambientato negli anni '50 e costruito come un film dell'epoca ed arrivando ad una conclusione che rappresenta sicuramente un passo in avanti rispetto al film del 2002.

È però anche vero che se durante la proiezione il film appare talmente coinvolgente, ipnotico e perfetto da far gridare immediatamente al capolavoro - come forse in effetti è - a mente più fredda Carol sembra purtroppo esaurirsi con i titoli di coda, non riuscendo infatti ad offrire degli spunti di riflessione o degli stimoli che siano degni di quella che invece è la sua travolgente e superlativa messa in scena.

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alexmn 9/10

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