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9/10

Le Iene regia di Quentin Tarantino

Mystery
recensione di Maurizio Pessione

Un gruppo di gangster di diversa provenienza viene ingaggiato da Joe, un anziano procacciatore, per organizzare una rapina in un laboratorio dove viene smistata una grande quantità di diamanti. Qualcosa va storto però, perchè al momento scelto per l’azione la polizia li aspetta sul posto ed i sopravvissuti, fra i rapinatori che riescono a fuggire alla cattura, si ritrovano in un capannone dove s’interrogano e si accusano l’un l’altro di essere la talpa che ha tradito. Nessuno si fida più degli altri.

Potrà sembrare un po’ inusuale rispetto allo standard, commentando Reservoir Dogs, che s’inizi tessendo le lodi di due collaboratori ma Quentin Tarantino, anche chi il cinema lo frequenta di rado, è difficile, se non impossibile, che non lo abbia perlomeno sentito nominare. Sally Menke al montaggio e David Wasco alla scenografia invece sono presumibilmente sconosciuti a molti. Il loro lavoro in quest’opera è di notevole importanza, tenendo conto che il film si svolge per gran parte dentro un capannone e che le scene in esterni sono praticamente tutte d’azione convulsa, per le quali il supposto budget iniziale di soli 30.000 dollari sembra davvero poca cosa. Non sarà solo un caso perciò se Tarantino, noto per essere estremamente esigente e rigoroso, li ha voluti entrambi al suo fianco anche nelle opere successive quando, forte del successo ottenuto con questo film, ha avuto a disposizione ben altri mezzi finanziari e volendo quindi avrebbe potuto ricorrere a professionisti più famosi del settore.

Solo infatti grazie all’aiuto economico di Harvey Keitel, il quale, dopo aver letto la sceneggiatura che aveva ricevuto in realtà sua moglie, ha creduto nel progetto e si è offerto di contribuire alla produzione investendo di tasca propria circa 1,5 milioni di dollari, il poliedrico Quentin ha potuto evitare di dover girare questo suo esordio dietro la macchina da presa nel più economico formato 16mm e di ricorrere persino ad alcuni amici nelle parti dei protagonisti.

Le Iene è la prima opera autoriale di Quentin Tarantino dietro la macchina da presa e precede Pulp Fiction della quale rappresenta in un certo senso la prova generale, se non altro dal punto di vista dell’impianto costruttivo. In questo debutto scarno, feroce, violento e fulminante, l’autore dà sfoggio di un grande talento espressivo grazie al quale si è proposto all’attenzione internazionale, prima ancora che in USA, a confermare quindi la classica locuzione latina ‘nemo propheta in patria’. Un po’ come Duel per Steven Spielberg insomma, girato con quattro soldi ed un solo interprete, che è stato il film attraverso il quale il giovane regista ha rivelato le sue doti. Mentre quel caso però, dal punto di vista stilistico, è rimasto un esempio isolato nella cinematografia dell’autore in seguito, fra l’altro, di ET e la serie di Indiana Jones, Le Iene invece dimostra già la coerenza dei temi, oltrechè la piena maturità e la personalità di Tarantino.

Quando il film è stato presentato per la prima volta al Sundance Film Festival ha suscitato però non poche polemiche, sia per le scene di violenza in esso contenute, che per le accuse di plagio nei confronti di un’opera ignota ai più in Europa (ma non in USA) come City On Fire di Ringo Lam. D’altronde chi si aspetta da Tarantino l’innovazione è fuori strada. Egli è bravissimo invece a reinterpretare ed elevare maniacalmente la mediocrità altrui e ad innalzare ai massimi livelli persino il cinema cosiddetto di serie B, donandogli in tal modo una rispettabilità alla quale altrimenti non potrebbe mai ambire.

Proprio le note di produzione ed anche le curiosità che si possono leggere in vari siti Internet su Le Iene evidenziano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il cinema di Quentin Tarantino esiste in quanto prodotto e mirabile sintesi dello stesso insieme al quale appartiene. Egli è infatti uno studioso del cinema dal di dentro. La sua approfondita cultura di svariate cinematografie nazionali, anche relativamente ad opere ed autori considerati minori, gli permette di avere a disposizione un pozzo infinito dal quale attingere informazioni e riletture, persino utilizzare oggetti, simboli e curiosità da sfruttare su vari livelli, dal più profondo e colto, al più scherzoso e banale.

Già a partire da quest’opera tutto ciò è ammirevolmente presente ed il fatto che sia stata realizzata pur con pochi mezzi a disposizione non ha impedito, anzi forse ha spinto ancora di più l’autore ad esaltare la sua ‘rabbia creativa’ la quale, a ben vedere, non è neppure così onerosa poi, richiedendo ‘solo’, si fa per dire, una profonda conoscenza ed una maniacale passione per la cosiddetta settima arte. Poiché nel cinema di Tarantino serietà, brutalità, ironia e divertissement sono un tutt’uno, come se esistesse un unico aggettivo che ne possa esprimere il significato, al grande pubblico egli offre innanzitutto un prodotto che contiene gli ingredienti di base perché possa essere facilmente compreso ed apprezzato. In un secondo strato dedicato agli appassionati e che hanno con lui un comun sentire cinematografico egli riserva invece il piacere di scoprire gli agganci ed i riferimenti funzionali, non solo estetici, relativi ad autori ed opere del passato che egli dissemina, lungo il labirinto narrativo delle sue opere, a partire proprio da questa. Un pubblico affezionato in questo caso, amante dei suoi stessi feticci, senza escludere a priori la sensazione che in alcuni casi Quentin punti addirittura a soddisfare solo il suo ego, in un gioco contemplativo che comprende pure l’autocitazione e l’ironica rilettura di personaggi e sequenze che appartengono alla sua personalissima cineteca.

Qualche esempio sempre tratto dall’aneddotica disponibile in rete? Il titolo italiano Le Iene, che è diventato poi l’eponimo di una nota trasmissione TV, nell’originale suona invece come Reservoir Dogs, che ha dato adito a numerose interpretazioni, mai del tutto chiarite dall’autore. Una immediata traduzione potrebbe essere qualcosa di simile a ‘Cani sciolti’ ma ‘Reservoir’ è una parola d’origine francese che proviene dal titolo di un film di Louis Malle (Au Revoir les Enfants) che Tarantino non riusciva a pronunciare correttamente, storpiandola. Dogs invece deriverebbe dal celebre film Cane di  Paglia di Sam Peckinpah, in originale Straw Dogs. Dalla contrazione dei due titoli è forse nato quello che Quentin ha deciso di assegnare alla sua opera prima il quale, se non è facilmente traducibile come significato, perlomeno suona bene. Per proseguire poi con gli occhiali che indossa Michael Madsen, il cui modello è lo stesso usato in The Blues Brothers e Colazione da Tiffany; per continuare con Steve Buscemi che nella prima lunga sequenza al bar si rifiuta di partecipare alla mancia per la cameriera e sarà ironicamente inserito in un cameo di Pulp Fiction proprio nel ruolo di un cameriere e per citare infine anche il giudice al quale è stato assegnato il controllo della libertà vigilata di Michael Madsen che si chiama Seymour Scagnetti: guarda caso lo stesso nome del poliziotto che insegue i due protagonisti di Natural Born Killers, il cui soggetto è stato scritto proprio da Quentin Tarantino. Insomma si potrebbe continuare a lungo ma è facile rendersi conto di quanto particolare, curiosa, colta dal punto di vista cinematografico, possa essere la ricerca ed il ruolo evocativo che egli assegna a questi particolari. I quali, se vogliamo, potrebbero essere considerati un esercizio fine a se stesso, se non fosse che, com’è noto, anche nelle opere pittoriche più apprezzate la differenza spesso la fanno proprio i particolari che sfuggono ai più. L’evidenza che ne consegue, per il cinefilo in particolare, è che in ogni scena e momento di un film dell’eclettico regista americano, non c’è un solo oggetto, inquadratura o singola sfumatura che si possa definire casuale.

Le Iene inizia con una di quelle discussioni surreali e peculiari nel cinema di Tarantino,  risibile e del tutto estranea al contesto del tema del film, quanto invece intrigante ed illuminante per comprenderne lo stile affabulatorio ed incantatore. Mentre la cinepresa effettua una carrellata in avanti ed indietro alle spalle dei protagonisti seduti in circolo intorno al tavolo di un bar, la disquisizione, chiaramente un diversivo rispetto all’argomento principale della riunione che hanno già discusso in precedenza, verte sul significato della canzone ‘Like a Virgin’ di Madonna ed è lo stesso regista, in questo caso anche attore, a sostenere l’ipotesi che si tratti di una prostituta posseduta da un uomo così voluminosamente dotato da riuscire, sorprendentemente, a farle provare dolore, proprio come se fosse ancora vergine. Ora, questa ipotesi è stata smentita dalla stessa show girl, ma la dice lunga su come anche una sequenza come questa possa diventare metafora del cinema, che per sua natura può raccontare quello che vuole, facendo apparire possibile persino ciò che nella realtà non è (che altro è d’altronde Bastardi Senza Gloria se non la stravolgimento della storia finale dei gerarchi nazisti filtrata dall’immaginazione di Tarantino?).

In un procedimento che sarà ancora più significativo in Pulp Fiction la trama di Le Iene si svolge a capitoli, in certi casi dedicati a spiegare il ruolo di alcuni protagonisti, in altri a raccontare gli eventi senza rispettarne neppure la sequenza temporale. Un procedimento circolare che mira a sciogliere i nodi del racconto, come se si trattasse di sfogliare senza una sequenza logica i petali di un fiore e nel quale i personaggi entrano ed escono dal film anche quando, come nel caso di Mr.Blonde (ovvero Michael Madsen), è già morto ammazzato in precedenza per poi riapparire in seguito, senza che ciò appaia fuori posto o trasmetta la sensazione di un fastidioso disordine narrativo. In un certo senso è come assistere ad una sorta di big bang narrativo al contrario, dall’esplosione (la rapina e la fuga) sino alla contrazione in un’unica piccola massa (la sequenza dell’assegnazione dei ridicoli nomi ai partecipanti l’impresa che Quentin inserisce quasi alla fine del film, a giochi già ampiamente fatti).

Per dimostrare ulteriormente quanto Tarantino non trascuri neppure il più piccolo particolare nei suoi film, subito dopo la prima sequenza del bar, che è servita a sintetizzare in poche battute le singole personalità dei protagonisti, ecco apparire sulle note di ‘Little Green Bag’ dei George Baker Selection, che è diventata un simbolo musicale dello stesso film, i nomi degli interpreti sovrapposti alle loro stesse figure, mentre in ralenty camminano appaiati all’uscita del locale. Quando però arriva il momento di mostrare i nomi minori ed i tecnici che hanno collaborato alla realizzazione, essi appaiono su sfondo nero come a voler spingere lo spettatore a leggerli, al contrario di quello che avviene di solito nella maggior parte dei casi, con tutta la sensibilità nei confronti di chi ha lavorato al suo fianco che un cultore del cinema come Quentin sa rendere esplicita con un semplice e pratico stratagemma. Poco prima che l’elenco sia completato però, alla stregua di un DJ che mixa il raccordo fra due brani musicali per renderli omogenei e conseguenti fra di loro, il regista elabora il legame con la scena successiva (la quale oltretutto rappresenta il vero startup della storia al centro dal film), di tono totalmente diverso, con il lamento straziante fuori campo di uno dei protagonisti che appare drammaticamente e visivamente solo poco dopo. Lo spettatore in tal modo viene catapultato brutalmente, con un metodo simile all’alternanza veloce fra una doccia calda ed una fredda, nel vivo della scena che vede Harvey Keitel al volante di un’auto e Tim Roth, sdraiato nel sedile posteriore immerso in un lago di sangue, colpito al ventre da una pallottola e terrorizzato dalla paura di morire, mentre stanno fuggendo precipitosamente dal luogo del crimine. Il passaggio repentino dal sarcasmo e l’amena ilarità della scena nel bar al momento nel quale i due gangster stanno scappando disperatamente dall’agguato della polizia, dimostra fra l'altro la capacità di Tarantino di passare con disarmante disinvoltura fra due opposte dimensioni narrative come se fosse del tutto naturale e conseguente.

Le Iene è un’opera estremamente violenta. Da questo punto di vista, tornando inevitabile il confronto ancora una volta con Pulp Fiction, si può dire non solo che è molto più esplicita, ma anche molto più dura, come se l’autore volesse mettere subito in chiaro le sue peculiarità e la sua particolare metodologia di costruzione di un film. Se voleva fare colpo c’è riuscito benissimo, viste le reazioni suscitate dalla sua opera. Tolti i dialoghi nonsense all’inizio e quelli quando Mr.White (Harvey Keitel), Eddie (Chris Penn), Mr. Pink (Steve Buscemi) e Mr. Orange (Tim Roth) sono in auto (da notare il sarcastico uso dei nomi, come fosse un fumetto, un’altra costante nelle opere di Tarantino) e discutono sul nome di un’attricetta TV che somigliava alla cameriera del bar, tutto il resto è una sequenza adrenalinica di brutalità e cinismo in un noir dalla tensione angosciante. Un’opera fisica tutta volta al maschile (non c’è in effetti una sola protagonista femminile e persino la cameriera citata in precedenza non appare mai sulla scena) che ha suscitato pure qualche problema morale ai protagonisti nel girare alcune scene (Michael Madsen ad esempio non riusciva ad immedesimarsi nella parte del torturatore del poliziotto interpretato da Kirk Baltz), tant’è che le riprese più efferate sono state girate alla fine così da evitare l’opposizione della compagnia di distribuzione in corso d’opera.

Difficile che Tarantino trascuri anche il minimo particolare si diceva e difatti, tolti di mezzo quasi subito i personaggi di contorno, incluso quello dedicato a se stesso e concentrando l’attenzione sui quattro più significativi, ovvero Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi e Michael Madsen, essi appaiono egregiamente disegnati come figure complementari di uno stesso brodo criminale. Essendo totalmente omessa la scena della rapina che il gruppo dei ‘cani rabbiosi’ ha appena tentato e fallito, tutto il resto, se si esclude qualche breve flashback, si svolge ed è concentrato nel capannone che negli accordi fra i gangsters doveva essere il punto di ritrovo ed è diventato invece il teatro di uno scontro di personalità e di analisi psicologica. Ne consegue una sorta di processo selvaggio e sommario fra professionisti e criminali i quali, pur essendo esperti ed abituati a situazioni di grande rischio, scoprono solo in quel momento quanto sono stati poco avveduti a fidarsi l’uno dell’altro, dopo aver compreso che alla base del fallimento della loro impresa c’è stato il tradimento di uno di loro. Quentin Tarantino è come se spogliasse ogni residuo romanticismo al genere, sostituendolo con un realismo angosciante e penetrante nel quale diventa incomprensibile persino la ragione che può spingere qualcuno ad accettare il ruolo dell’infiltrato, se non un insano istinto autodistruttivo, come sostiene persino uno dei protagonisti ad un certo punto, quando è palese l’assoluta assenza di etica e di principi. E d’altronde come potrebbe essere altrimenti per un gruppo di cani feroci e cinici che si differenziano fra loro, alla stregua dei diamanti che hanno tentato di rapinare, solo per raffigurare le diverse facce della stessa malvagità?

In un tale pessimistico quadro la musica potrebbe sembrare superflua ed invece, come in tutte le opere di Tarantino, non solo è direttamente funzionale alle scene ma pur essendo spesso in voluta disarmonia con le immagini (anche nei momenti più drammatici i toni spesso sono tutt’altro che grevi, amplificandone il contrasto), rappresenta il più evidente segnale della sua geniale contraddizione, del tono semiserio che è caratteristico nell’autore il quale si dimostra anche in questa occasione fine studioso di generi, epoche ed autori dei quali egli diventa a sua volta memoria storica.

Anche un perfezionista come Tarantino, di fronte alla scarsità dei mezzi economici, ha dovuto accettare qualche compromesso come, ad esempio, l’impossibilità di rigirare alcune scene per non sforare il budget. La più nota in  Le Iene è certamente quella della sparatoria finale, quando Chris Penn inizia a sanguinare qualche istante prima, pur impercettibile (ma che i più esigenti e meticolosi osservatori delle singole inquadrature non hanno mancato di notare) di essere colpito dalla pallottola partita dalla pistola di Harvey Keitel. Per chiudere infine con il ricorso ad automobili e vestiti di proprietà degli stessi interpreti. Attori di grido come George Clooney, Christopher Walken e James Woods (per colpa del suo agente che non l’aveva neppure messo al corrente ed in seguito è stato licenziato proprio a causa di questo episodio) rifiutarono di partecipare a questo film per ragioni di cachet. Scommettiamo che si sono mangiati le mani a posteriori?

Se Pulp Fiction è il film perfetto, non solo di Tarantino, ma dell’intera cinematografia degli ultimi vent’anni, Le Iene contiene in nuce tutte le caratteristiche precipue del cinema di questo straordinario autore. Un pò come un diamante grezzo (per restare ancora in tema con la trama del film) prima di essere accuratamente tagliato e valorizzato.

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Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 16 voti.

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo film) alle 21:42 del 16 settembre 2011 ha scritto:

Pur non facendomi impazzire Tarantino, questo film è bello, soprattutto molto più autentico e sincero della filmografia successiva. Le citazioni ci sono già (penso, ad esempio, al "folk bubblegum" utilizzato nella scena del rasoio, che ricorda molto alcuni trucchi di contrasto utilizzati da Fulci, "Non si sevizia un paperino" ad esempio), ma non è una corsa all'accumulo, nè un delirio superomistico di conoscenza cinematografica: si perdono tranquillamente nell'alveolo di una trama bella sostanziosa. Funzionano in particolar modo il surreale dialogo d'apertura, la scena della tortura dell'agente e la fulminea sparatoria a tre fra Mr. White, Joe e suo figlio. Ottima anche la particolare scansione cronologica, che ritornerà con maggiore funzionalità e forza ancor più amplificata in Pulp Fiction, certamente il suo vertice. C'è da dire che per padronanza di mezzi, capacità di direzione e posizionamento delle idee non sembra affatto un esordio sulla lunga distanza. Se si fosse ricordato di essere prima un cineasta e poi un supponente appassionato di cinema...! Splendido Maurizio.

Sydney (ha votato 10 questo film) alle 0:05 del 17 settembre 2011 ha scritto:

Mr. White- Keitel. MR. Pink- Buscemi. MR. Orange Roth. MR. Blonde- Madsen. MR. Brown (che sarà pure un personaggio secondario ma la devastante sequenza iniziale su Like a Virgin la pronuncia proprio lui)- Tarantino. + il sempre sottovalutato Chris Penn in Eddie il bello. Praticamente questa è la sequenza dei più grandi personaggi tarantiniani di sempre... o a pari merito con quelli di PF. Complessivamente forse ancora un gradino sotto alla perfezione cosmica del successivo ma cazzo: questo è tra i più grandi film cult di sempre, un esordio leggendario per un futuro protagonista del cinema mondiale. Tra i tanti film dalla quale prende spunto spicca su tutti, ad ogni modo, The Killing per l'uso dei flashback. Un must.

dalvans (ha votato 9 questo film) alle 0:37 del 12 ottobre 2011 ha scritto:

Ottimo

Ottimo film