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10/10

Blade Runner - The Final Cut regia di Ridley Scott

Fantascienza
recensione di Maurizio Pessione

Sei replicanti sono fuggiti da una colonia extramondo ed a bordo di una navicella spaziale sono tornati sulla terra. La loro intenzione è quella di forzare la data di scadenza della loro vita per diventare uguali agli umani. Siamo nel 2019 e l’uomo viaggia negli spazi interstellari e, fra varie diavolerie tecnologiche, si serve di macchine, i replicanti, costruiti a sua immagine e somiglianza per svolgere le mansioni più pericolose , nonchè come succedaneo sessuale. Per scovarli ed impedirgli di attuare il loro piano viene costretto a riprendere il vecchio mestiere Rick Deckart. un ex appartenente all’unità ‘Blade Runner’ specializzata appunto nella caccia ai replicanti ribelli. Durante una visita alla fabbrica che produce i replicanti, Rick incontra il loro ‘padre’ virtuale, Eldon Tyrell e conosce Rachel, una bellissima replicante. Colpito dalla sensibilità della ‘donna’ e dal suo desiderio e convinzione di essere invece una umana, Rick si affeziona fino ad innamorarsene e proteggerla, anche quando lei prima si isola e poi tenta di fuggire una volta compresa la sua vera natura. Eliminati uno ad uno i replicanti ribelli, Rick ha un rendez-vous con l’ultimo di essi, il loro capo Roy, un replicante carismatico fra i migliori costruiti di sempre, qualitativamente parlando, dotato di grande forza, agilità e abilità: un vero e proprio guerriero, freddo e determinato. Nello scontro impari avrebbe la peggio Rick, se non fosse che Roy all’ultimo momento, dopo averlo umiliato e reso inoffensivo, potrebbe ucciderlo facilmente se solo lo volesse ed invece inaspettatamente lo risparmia ed accetta il suo destino, lasciandosi morire, avendo inteso nel frattempo da Eldon Tyrell che non c’è modo di programmare i replicanti in modo che essi abbiano una vita normale dal punto di vista biologico. Colpito dalla disperata voglia di vivere dimostrata dai replicanti i quali hanno potuto costruire nel tempo anche una sfera psicologica ed affettiva, evidenziando quindi un difetto progettuale che prevedeva invece una vita breve per loro, proprio perché non possano sommare troppi ricordi ed emotività, Rick fugge con Rachel verso un destino ignoto.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…’. Questo è l’inizio della frase simbolo di Blade Runner che Rutger Hauer pronuncia nel finale e che nel gergo attuale è diventata proverbiale per indicare qualcosa di straordinario. Un’alternativa al più datato ‘Volevamo stupirvi con effetti speciali…’ che proviene invece da una nota pubblicità. Nell’opera più importante della filmografia di Ridley Scott la frase citata prosegue poi con un ben più enigmatico ‘…navi da combattimento al largo dei bastioni di Orione… ed ho visto raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser…’.

Un’affermazione che contiene, nel suo insieme e per diverse ragioni, il senso di questo film emblema della fantascienza moderna, capolavoro del regista britannico, che nella sua filmografia segue cronologicamente un’altra icona come Alien, appartenente però ad un genere di fantascienza sbilanciato verso l’horror.

Blade Runner è un film del 1982, ma nonostante l’età riesce ancora a stupire per lo stile moderno e l’ambientazione originale, in una confezione di straordinaria efficacia illustrativa che giustifica appieno perciò l’affermazione citata all’inizio. Contemporaneamente conserva tutti i dubbi interpretativi riguardo alcuni personaggi e la conclusione della storia, che hanno generato nel tempo l’uscita di alcune versioni differenti e persino contrastanti fra di loro e, se vogliamo, questa impostazione si sposa con l’ermetismo della seconda parte della frase pronunciata dal biondo, quasi albino, attore olandese.

Di Blade Runner ne sono uscite infatti più versioni, il che capita solo per quei film che hanno segnato la storia di un genere o di un periodo storico della cinematografia mondiale. The Final Cut si differenzia dalle precedenti principalmente per tre specifiche ragioni: per prima cosa l’opera è stata restaurata e digitalizzata dallo stesso autore nell’arco di sette anni per renderla il più possibile vicina al suo adattamento iniziale, diversamente da quello che poi aveva imposto invece la casa di produzione alla prima uscita; sono state inoltre rimasterizzate, grazie all’ausilio della computer graphics, alcune scene aeree che si esaltano quindi nell’alta definizione ed infine gli occhi dei replicanti sono stati digitalizzati, dando loro una colorazione particolare, soprattutto a quelli della bellissima Sean Young. A ben vedere ci sarebbero parecchi altri particolari da segnalare, anche rispetto alla versione precedente, già ampiamente rivisitata rispetto alla prima e denominata Blade Runner - Director’s Cut, ma non vedendo la necessità maniacale di rimarcarli tutti, si può comunque senz’altro dire che questo taglio finale di Blade Runner mantiene intatto il fascino del film migliorandone semmai l’equilibrio narrativo e la veste estetica, sino al finale che, fra le varie soluzioni proposte nel tempo, appare il giusto compromesso che può accontentare tutti pur mantenendo una certa ambiguità di fondo.

L’opera di Ridley Scott presenta diverse similitudini con altri film e generi, alcune facili da cogliere altre decisamente più recondite e forse pure soggettive. Fra quelle più immediate si può senz’altro citare ancora Alien dello stesso autore mentre fra le seconde si può azzardare qualche affinità persino con un altro film cult di fantascienza come L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, seppure riguardo quest’ultimo potrebbe sembrare una sorta di forzatura. Se in Alien e nel film di Siegel si trattava di considerare l’ipotesi che vede gli extraterrestri impossessarsi dei corpi delle loro vittime per diventarne dei parassiti allo scopo di sostituirsi alla razza umana, in quest’ultima opera il regista britannico, ispirandosi al romanzo Cacciatori di androidi di Philip K. Dick, che mette a confronto gli umani con esseri artificiosamente costruiti i quali, pur avendo le medesime fattezze tali non sono, racconta una storia di replicanti costruiti dall’uomo stesso allo scopo di farsi sostituire nelle mansioni di fatica, di pericolo e come surrogati sessuali nelle colonie galattiche, per chi è costretto a rimanere a lungo lontano dal nostro pianeta e dalle proprie donne o uomini. La differenza ideologica fondamentale con i due esempi citati innanzi sta nel fatto che la rivolta intrapresa dai replicanti non è ostile all’uomo ma è anzi finalizzata ad integrarsi, somigliando in tutto e per tutto ad esso, non per distruggerlo quindi ma per ottenere semmai pari diritti, innanzitutto riguardo le prospettive di vita, da chi oltretutto li ha generati. Un totale capovolgimento insomma rispetto alle due opere prese a confronto in precedenza, ma pur sempre una rappresentazione del mondo prossimo venturo nel quale umani ed esseri diversi sono indistinguibili fra loro, siano essi in contrapposizione oppure in simbiosi. Requisito fondamentale dei replicanti in questo caso è stato infatti quello di averli costruiti uguali all’uomo solo esteriormente, privandoli invece dei sentimenti, di una coscienza e per giunta con una vita limitata nel tempo, affinchè restino immuni da coinvolgimenti psicologici che potrebbero innescare pericolose e spiacevoli conseguenze. Una forma evoluta di schiavitù e discriminazione razziale insomma, con l’uomo che occupa comunque un ruolo egemone ed è determinato a non perdere il controllo ed il potere.

I replicanti sono esseri meccanicamente perfetti, sia anatomicamente che tecnologicamente, un grande risultato della scienza ma anche un potenziale pericolosissimo rischio per l’uomo nel caso in cui diventassero improvvisamente incontrollabili. Un evento tutt’altro che impossibile a verificarsi, in quanto riconducibile ai limiti che la tecnologia, anche quella più evoluta, ha sempre evidenziato nel corso del tempo. Come hanno ampiamente dimostrato, pur in tutt’altro campo, le centrali atomiche giapponesi, teoricamente a prova di sabotaggio ed incidente, eppure incappate recentemente nell’imponderabile, rappresentato da un fortissimo terremoto ed il conseguente spaventoso tsunami che hanno sconvolto tutte le presunzioni riguardo la sicurezza, allo stesso modo anche i replicanti, nel loro piccolo, pur efficienti, indispensabili e mirabilmente programmati, potrebbero diventare un grave problema se dovessero sviluppare autonomamente una coscienza, colmando l’ultimo gap rispetto all’uomo, con tutte le implicazioni etiche ed oggettive del caso.

Blade Runner – The Final Cut rappresenta quindi anche l’esemplificazione dell’utopia di chi ritiene presuntuosamente che si possa manipolare la scienza senza valutarne adeguatamente i pericoli e le conseguenze. La famigerata ‘legge di Murphy’ sostiene invece che se esiste un rischio in qualunque contesto, prima o poi sarà proprio quello ad emergere, ma a quel punto potrebbe essere già tardi per rimediare. Quello che accade nel caso dei replicanti è esattamente ciò che nelle intenzioni non si voleva che avvenisse. Un gruppo di sei fugge da una colonia extramondo e torna con una navicella spaziale sulla terra con un obiettivo ben preciso: introdursi nella Tyrell, la fabbrica dentro la quale sono stati prodotti, per modificare i parametri stabiliti riguardo la durata della loro ‘vita’. Questa consapevolezza ed uno sviluppato istinto di sopravvivenza, nel frattempo raggiunto, hanno permesso loro di superare le barriere dell’incoscienza sino ad arrivare a provare sensazioni, sentimenti ed umori come qualsiasi autentico essere umano. La loro condizione è diventata ancora più difficile e complessa per il fatto che, essendo macchine programmate per una vita operativa breve, non devono conservare ricordi lontani, se non quelli stessi che sono stati inculcati appositamente nella loro mente computerizzata.

Essendo indistinguibili fisicamente dai normali esseri umani, i replicanti, una volta fuggiti ai controlli, possono essere scovati soltanto approfittando dei loro limiti, ad esempio verificando, come nell’interrogatorio della sequenza che apre il film, la reale consistenza della memoria storica nelle loro vite. Per identificarli e renderli innocui però, oramai confusi nella massa di una claustrofobica Los Angeles, non servono ingenti forze di polizia, ma professionisti dotati di particolare acume e professionalità. Uno di questi è Rick Deckart (Harrison Ford) che a suo tempo aveva fatto parte dell’unità speciale denominata Blade Runner destinata appunto a cacciare i replicanti rivoltosi. Scovato da Gaff (Edward James Olmos), un beffardo personaggio che ha l’originale abitudine di costruire piccoli ed allusivi origami, al comando del commissario Bryant, Rick è costretto, pur non avendone alcuna intenzione, a tornare in servizio per catturare i quattro replicanti fuggiti e rimasti in libertà, due uomini e due donne (gli altri due sono stati ‘terminati’ nel frattempo da una scarica elettrica mentre tentavano di entrare nella Tyrell Corporation). Non impiega molto l’abile cacciatore di un tempo, appena inizia ad interessarsi al caso, a riconoscere uno dei quattro, Zhora, in un’affascinante e disinibita showgirl che si esibisce in un locale con un serpente, a sua volta replicante, del quale Ford aveva trovato una scaglia della pelle durante una prima perquisizione. Per eliminarla però Deckart deve far ricorso a tutta la sua forza, esperienza e fiuto da autentico segugio poiché i replicanti sono molto prestanti fisicamente ed atleticamente, dei veri e propri acrobati. Zhora però ha capito subito che l’uomo che è entrato con una scusa nel suo camerino non è il sindacalista che vorrebbe farsi passare, capisce immediatamente di essere stata scoperta e dopo averlo tramortito, tenta una fuga disperata, che si conclude comunque con il suo abbattimento in mezzo ad una folla la quale, nonostante le pallottole vaganti, pare essere completamente passiva, quasi assente.

In seguito, durante una visita alla Tyrell Corporation, Rick incontra un’ulteriore replicante, Rachel, nei panni di un’affascinante segretaria, inconsapevole della sua natura e convinta perciò di essere umana. Rick impiega poco tempo per comprenderne l’origine durante un interrogatorio, meravigliando persino il suo creatore, Eldon Tyrell (Joe Turkell), per la perspicacia e l’efficace metodo inquisitorio che ha messo in atto, ma rimanendo a sua volta colpito dalla sensibilità e dalla fragilità, oltreché dall’avvenenza, di questa donna (?), la quale in una foto che mostra una bambina in compagnia della madre è convinta di aver trovato la prova del suo passato e quindi della sua natura umana.

In una Los Angeles spettrale, caotica, densa di fumi e quindi verosimilmente avvelenata dall’inquinamento, ipertecnologica ed invasa da asiatici le cui immagini e pubblicità appaiono proiettate in grandi display appesi alle pareti dei grattacieli, Blade Runner – The Final Cut è girato quasi sempre di notte o in condizioni precarie di illuminazione. Nell’unico momento di luce solare è lo stesso Harrison Ford a richiedere l’oscuramento, infastidito dall’eccessivo chiarore. I colori predominanti fanno quindi parte della gamma del grigio e del nero, i toni sono cupi, tetri e gli esterni sono caratterizzati da una pioggia costante ed intensa, in una città nella quale dominano la rassegnazione ed il pessimismo e dove ognuno bada essenzialmente a se stesso. Più o meno nello stesso periodo di Blade Runner sono uscite alcune opere caratterizzate da una simile ambientazione in un futuro prossimo, contrassegnato ancor di più da un catastrofismo materiale ed etico, in una condizione di totale ed incontrollabile anarchia, come ad esempio  1997 – Fuga da New York e Interceptor.

Tornando alla storia del film di Ridley Scott, Rick rimane colpito dalla emotività acquisita da Rachel nel corso della sua breve vita e finisce per innamorarsene, seppure la sua schiettezza e la brutalità verbale nel tentare di renderla consapevole sulla sua natura di replicante ha provocato in lei una reazione negativa, una crisi d’identità ed uno scoramento che la spinge a rifiutare le sue avances ed a isolarsi. Salvo poi correre tempestivamente in suo aiuto e salvargli la vita quando un secondo replicante, Leon, che aveva assistito nascosto fra la folla all’inseguimento ed alla successiva esecuzione della sua compagna Zhora da parte di Rick, cerca di vendicarla aggredendolo sin quasi ad ucciderlo. Rachel colpisce a morte Leon con la pistola che Rick aveva perso durante la lotta, un attimo prima che il replicante lo stia per finire.

Curiosamente una frase di Leon nella circostanza ‘…niente è peggiore di una vita che non è una vita!…’ non sembra molto diversa da quelle pronunciate in altri contesti da alcuni personaggi costretti ad una esistenza diversa dalla norma, come Dracula, vampiri in genere ed affini. Non è dissimile nella sostanza, seppure con motivazioni esattamente contrarie, da quella famosa di Klaus Kinski in Nosferatu principe della notte di Werner Herzog riguardo l’insostenibilità di una vita senza fine, oppure, se vogliamo più recentemente, riflette la stesso sentimento d’insofferenza verso l’eternità imposta come una condanna che il bel tenebroso Edward della saga Twilight testimonia più volte a Bella per dissuaderla dal diventare anch’essa un vampiro. Si amplificano in tal modo quindi le interazioni fra Blade Runner, nato come film di fantascienza ed altri generi cinematografici. E la stessa scenografia, dominata da una costante penombra, contribuisce ad accrescere ulteriormente queste analogie fra replicanti e vampiri.

È a questo punto che entra in scena il personaggio simbolo di quest’opera, grazie alla quale ha costruito la sua carriera seguente, ovvero Rutger Hauer, che interpreta Roy. Egli è il capo carismatico del drappello di ribelli e compagno di Pris, interpretata dall’affascinante ed atletica Daryl Hannah, che è riuscita con un escamotage a farsi accogliere in casa di Sebastian (Williams Sanderson), uno scienziato schivo e complessato, che ha però partecipato alla creazione di alcuni particolari ingranaggi dei replicanti. Quest’ultimo vive solitario, in un palazzo semi abbandonato, contornato dai suoi robot-giocattolo che lo accolgono al ritorno a casa come fossero persone vere di una famiglia immaginaria. Grazie a lui, Roy e Pris sono riusciti ad arrivare sino a Eldon Tyrell, in pratica il loro ‘genitore’ e  dopo aver saputo dalla sua viva voce che non è più possibile modificare la scadenza temporale del destino dei replicanti una volta che sono stati realizzati, Roy, assalito da un incontrollabile moto d’ira, uccide entrambi, accanendosi particolarmente sugli occhi di Eldon Tyrell.

Il resto della storia è noto ma per i pochi ancora che non la conoscessero è giusto mantenere un minimo di riserbo, sottolineando la grande tensione che inizia dal momento in cui Rick, scampato il pericolo rappresentato da Leon, segue le tracce dei rimanenti replicanti che lo portano sino all’appartamento dove abitava Sebastian. Lì si svolge la bellissima sequenza, di grande fascino formale, che coinvolge i robot animati e statici, fra i quali si mimetizza Pris, difficile ancora una volta da distinguere rispetto alle marionette umane a grandezza naturale. Il successivo duello finale con Roy, durante il quale quest’ultimo potrebbe avere facilmente la meglio, se solo lo volesse, poiché più forte fisicamente, oltrechè astuto ed agile, è il preludio alla drammatica conclusione ed alla famosa frase citata all’inizio, che restituisce una commovente dignità ai replicanti. Rick, sull’orlo del precipizio ed oramai alla completa mercè di Roy, si trova in una condizione di paura ed imbarazzo misto ad ammirazione, commozione e rispetto per questi esseri che nella loro lotta disperata appaiono più attaccati alla vita dei loro stessi progenitori.

Il film potrebbe finire già qui ma Ridley Scott ha voluto inserire un secondo epilogo, meno evocativo ma molto più controverso e che ha dato adito a numerose interpretazioni nelle precedenti versioni. In quest’ultima, che sembra chiudere il cerchio della storia con un decisivo taglio finale, l’autore prefigura un apparente lieto fine, comunque pregiudicato dal limitato tempo a disposizione che resta ancora a Rachel per fuggire insieme a Rick, il quale la sta proteggendo e non ha alcuna intenzione di sopprimerla come gli è stato ordinato ed ha già fatto nei confronti degli altri ribelli. Davanti alla porta di casa quest’ultimo trova un ultimo origami lasciato sardonicamente da Gaff  e che mette il punto definitivo alla storia.

Origami, unicorno, partita a scacchi: sono numerosi i significati reconditi e contradditori sparsi lungo il corso dell’opera, che effettivamente è sviluppata come una sorta di partita a scacchi fra umani e replicanti. Gli origami di Gaff servono a sottolineare in maniera scherzosa ma anche provocatoria e simbolica, alcuni momenti particolari dell’impresa assegnata a Rick ed a commentare alcune sue reazioni. L’origami a forma di gallina vuole stuzzicare Deckart ad assumere l’incarico e non apparire quindi un codardo.  Quello che mostra l’uomo con un’erezione, durante la perquisizione che eseguono Rick e Gaff stesso nella camera d’albergo dove soggiornavano Leon e Zhora, la showgirl con il serpente vuole rimarcare il suo fascino agli occhi di Rick. L’ultimo a forma di unicorno posto davanti alla porta di casa di Deckart simboleggia invece sia la libertà che l’immortalità, ma nel caso specifico potrebbe rappresentare anche l’illusione della fuga da un destino già segnato.

In realtà la sequenza dell’unicorno che corre, da molti ritenuta inutile ed inopportuna, assume un significato allegorico nei riguardi di Rachel (la purezza che ispira il colore bianco dell’animale), ma anche dell’evasione assieme a Rick nel senso della sopravvivenza. Qualcuno ci ha letto però anche la subdola indicazione che il personaggio interpretato da Harrison Ford stesso sia un replicante, se è vero che Gaff è riuscito a leggerne i sogni, così come Deckart stesso riesce a fare nei confronti di Rachel. Tale impalpabile ed imprevedibile visione significherebbe allora che l’autentico Blade Runner sarebbe proprio l’ineffabile Gaff e Rick invece niente altro che il suo braccio armato per catturare ed eliminare gli altri replicanti. La sua fuga con Rachel non sarebbe altro che una concessione generosa, una sorta di libera uscita, prima della inevitabile e prossima fine che attende entrambi.

La partita a scacchi fra Tyrell e Sebastian, al quale Roy suggerisce infine la mossa vincente, è invece la riproposizione di un incontro realmente avvenuto fra due campioni a Londra nel 1851, denominato dagli esperti ed appassionati di quel gioco ‘The immortal game’. Difficile non vedere una similitudine fra questa partita e quella che si sta svolgendo fra umani e replicanti. La mossa decisiva è il preludio alla fine dello stesso Tyrell per mano di Roy il quale rifiuta il ruolo metaforico del pedone, rivendicando una diversa autonomia ed autodeterminazione.

Come s’intuisce anche da queste ultime considerazioni che provengono da più fonti (esistono siti Internet interamente dedicati a quest’opera ed alle sue diverse interpretazioni) Blade Runner – The Final Cut è un film affascinante ed ancora oggi oggetto di discussioni perché oltre ad essere certamente l’opera di fantascienza più importante degli anni ’80, è come una scatola cinese che sembra non finire mai. Alcune sue sequenze, non solo la celebre frase di Rutger Hauer quindi, sono rimaste scolpite nella memoria collettiva, come esempi di un cinema che non ha età. Interpretazioni a parte, il film è godibile anche preso senza conoscere o approfondire troppo questi particolari suggestivi e ciò è segno inequivocabile di un’opera che riesce a sedurre trasversalmente ogni tipo di pubblico.

Bellissima e seducente Sean Young nei panni di Rachel (peccato non sia riuscita in seguito a dare continuità alla sua carriera); statuario Rutger Hauer nella parte dell’angelo maledetto a capo dei replicanti ribelli; intrigante nella sua breve parte Daryl Hannah, memorabile nella scena della lotta con Rick: un replicante mascherato e truccato a sua volta da manichino, ovvero la finzione elevata alla potenza; mefistofelico Edward James Olmos nei panni di Gaff; buona ma non eccezionale invece l’interpretazione di Harrison Ford, un diligente compitino ma senza colpi di genio interpretativo che un’opera del genere avrebbe forse consentito e meritato. Straordinari invece gli effetti speciali di Douglas Trumbull, saccheggiati a più riprese in seguito da altri autori in opere similari. Solo nelle intenzioni.

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Voto degli utenti: 9,1/10 in media su 10 voti.

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dalvans (ha votato 8 questo film) alle 16:42 del 12 ottobre 2011 ha scritto:

Buono

Buon film

ffhgui (ha votato 9 questo film) alle 17:40 del 18 marzo 2012 ha scritto:

Capolavoro immenso, tra i 5 film di fantascienza più belli di sempre (dietro solo a "Metropolis"-forse- e a "Solaris" "Stalker" e "2001"). Il capolavoro di Scott, film di straordinaria bellezza. Il bello è che il romanzo da cui è tratto è ancora meglio (Dick immenso genio).

Stefano Luigi Maurizi (ha votato 10 questo film) alle 22:49 del 24 settembre ha scritto:

Il miglior noir della storia e (se non consideri Arancia Meccanica uno sci-fi) il miglior film di fantascienza della storia. Anche meglio di 2001