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8/10

La Passione Di Cristo regia di Mel Gibson

Religioso
recensione di Maurizio Pessione

La storia della Passione di Cristo secondo la visione di Mel Gibson che ripercorre il suo supplizio, dall’arresto nell’Orto degli Ulivi, alla crocifissione sulla collina del Golgota ed infine alla sua resurrezione, mettendo in rilievo la violenza inaudita subita da Gesù durante il suo calvario. Figlio di Dio che s’è fatto uomo e che afferma ‘Io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio’. 

Chi scrive è cattolico di nascita, anche se non può definirsi un osservante. Tale considerazione c’entra poco con il film in oggetto, ma forse è un dato che va comunque premesso perché possa essere meglio compresa la difficoltà nello scrivere riguardo un’opera che affronta un argomento di capitale importanza e significato per la religione cristiana e per il quale non si sentiva neppure la necessità di produrre una nuova interpretazione e testimonianza.

Mel Gibson ovviamente sapeva sin da quando ha preso la decisione di realizzare questo film e persino dalla prima sequenza che ha girato che si sarebbe esposto non solo alle perplessità ma anche al terzo grado della critica cinematografica ed avendo avuto l’ardire di toccare corde così sensibili, anche all’analisi spietata di coloro che dal punto di vista storico e teologico gli avrebbero fatto le pulci e non gli avrebbero concesso nessuna licenza. Era perciò già scontato, sin dalla sua genesi, che un film del genere non avrebbe mai potuto ottenere un plauso generalizzato ed anzi che potesse scatenare, come poi è puntualmente avvenuto, reazioni contrastanti, dividendo pubblico, critica e persino studiosi di materia religiosa.

Gibson però è stato accorto, qualcuno malignamente potrebbe suggerire il termine scaltro, perché ha affrontato questo delicatissimo argomento da un particolare punto di vista senza cadere nella trappola di elaborarne un’interpretazione personale. Gli eventi che racconta seguono infatti più o meno l’iconografia classica, perlomeno quella che il cattolico medio, anche non strettamente osservante, conosce attraverso la catechesi e le reminiscenze giovanili. Non ha neppure effettuato un’operazione critica rivisitando alcune figure controverse intorno a Gesù e che hanno dato adito ad accese discussioni nel corso del tempo. Affidare la parte di Maria Maddalena ad una moderna icona della bellezza femminile come Monica Bellucci poteva sembrare come una scelta in senso iconoclasta: un simbolo dell’erotismo a supporto di quello che alcuni sostengono sia stato un rapporto tutt’altro che casto con Gesù e non solo una prostituta riconoscente salvata dalla lapidazione, come invece siamo stati abituati a considerarla. Ebbene non c’è una sola immagine durante il film che non sia castigata e scontata in senso tradizionale, così che la presenza di Monica Bellucci appare persino incomprensibile, a meno di considerarla una scelta mirata dal punto di vista interpretativo, non finalizzata quindi ad altri scopi o reconditi significati.

Le figure di Giuda, Pietro e Ponzio Pilato, sono a loro volta assolutamente convenzionali: il processo sommario, che segue l’arresto nel giardino dei Getsemani, cui viene sottoposto Gesù da parte dei sacerdoti ebrei per essersi equiparato a Dio ed autonominatosi ‘Re dei Giudei’ ed il proverbiale lavaggio delle mani da parte del rappresentante di Giulio Cesare in Palestina, di fronte all’irriducibile determinazione di Caifa e le autorità politiche di Gerusalemme per punire l’arroganza del Cristo con la sua condanna a morte per crocifissione, rappresentano pur sempre ciò che è scritto nei Vangeli

Solo in due casi Mel Gibson è uscito dalla consuetudine del tema in quest’opera: innanzitutto inserendo alcuni momenti della vita quotidiana del Cristo prima che si proclamasse il Messia ed iniziasse la campagna di proselitismo che ha scatenato l’accusa di blasfemia. In secondo luogo mostrando alcuni momenti di tenerezza da parte di Gesù nei confronti della madre Maria, quando ancora era un giovane falegname che non faceva presagire potesse diventare il martire per antonomasia della religione cristiana. Si tratta di alcuni flashback, più che altro utili a stemperare la tensione crescente durante il supplizio di Gesù, che evidenziano però ancora di più tutta la crudeltà e l’indicibile efferatezza delle varie tappe nel percorso sino alla collina del Golgota, aumentando ogni volta, se possibile, l’intensità e l’insostenibilità della tensione.

Ciò introduce alla vera scelta narrativa dell’autore ed all’originalità prospettica, se così si può definirla, dalla quale affronta la Passione di Cristo, che assume significato di allegoria della perversione umana, della crudeltà massima, del degrado della coscienza e del godimento per la sofferenza altrui che riescono a perseguire taluni, siano essi persone singole o istituzioni. Una rappresentazione in chiave horror ed in stile Arancia Meccanica del supplizio di Gesù attraverso l’espressione della violenza gratuita nella sua forma più oscena, ammesso che ci sia una scala di valori anche per essa, con il conseguente scioccante impatto emotivo nello spettatore. L’effetto è a tal punto pesante ed atroce che qualcuno, come nel caso dell’opera di Stanley Kubrick, ha finito per vederci un effetto boomerang, un’elegia dell’accanimento e del dolore procurato con perverso e metodico cinismo. Qualche sciagurato potrebbe anche compiacersi di fronte a questo spettacolo, al contrario delle persone comuni toccate invece nel profondo del loro animo che inorridiscono sino alla commozione davanti alla sofferenza ed alla straziante agonia di un uomo, prima ancora che figlio di Dio in terra, per distogliere infine lo sguardo, quando diventa difficile sostenere sino in fondo l’obbrobrio cui si sta assistendo.

In effetti La Passione di Cristo racconta il martirio di Gesù ponendo al centro la sua tribolazione, proprio dal punto di vista fisico e, complici numerosi ed insistiti primi piani sul suo viso ed il suo corpo, lo spettatore si ritrova a percepirne lo strazio ed il dolore come fosse egli stesso a subirlo, anzichè soltanto ad assistervi nella finzione scenica. Durante l’eucarestia la frase simbolo recita ‘Ecco il corpo di Cristo, prendete e mangiatene tutti per la nuova ed eterna alleanza’ ed allo stesso modo il vino come simbolo del suo sangue. Difatti lo spettatore si ritrova con la sensazione di essere diventato parte di quel corpo e di quel sangue. La voluta insistenza sui più minuti particolari, gli spasmi per il tormento della carne, di solito sfumati nei testi che raccontano quei noti avvenimenti, sono qui resi invece con un realismo impressionante, forse addirittura oltre a come quegli episodi brutali si sono effettivamente svolti. Significativo è anche il confronto con i due peccatori crocifissi di fianco al Cristo (uno dei due è interpretato da Sergio Rubini) i corpi dei quali sembrano, per assurdo, quasi illesi, certamente non paragonabili nelle ferite e persino nella sofferenza, pur essendo anch’essi inchiodati alla croce e destinati ad una morte orrenda.  Siamo insomma davanti ad un raro esempio nel quale la descrizione scritta non riuscirebbe ad ottenere lo stesso effetto immediato e dirompente che percepiscono invece per primi gli occhi osservando le immagini.

L’opera di Mel Gibson rifugge inoltre l’aspetto puramente storico e teologico della Passione per concentrarsi specificatamente sull’olocausto ed il sacrificio altruistico cui si sottopone consapevolmente quest’uomo così diverso per destino, ma così simile nell’aspetto a tutti gli altri e quindi in grado di provare ed anche testimoniare il suo dolore, senza esitare ad affrontarlo perché esso divenga un messaggio inequivocabile per i suoi discepoli, aprendo al contempo la porta anche a possibili interpretazioni e metafore. L’atteggiamento risoluto di Gesù davanti ai sacerdoti, che sono invece espressione dell’integralismo intransigente (qualcuno per questo ha accusato il regista australiano di atteggiamento anti ebraico), è l’allegoria dell’uomo che rivendica la libertà di idee ed anche di religione, a costo della sua stessa vita. Davanti ai sacerdoti che lo processano e poi di fronte a Ponzio Pilato che quasi lo implora di difendersi per discolparsi, non volendo essere costretto a suffragare la richiesta di Caifa affinchè lo condanni a morte (spinto in ciò anche dalla moglie Claudia che ha invece intuito la natura straordinaria di quell’uomo e ne teme le conseguenze), Gesù potrebbe ancora salvarsi, se solo rinnegasse se stesso, ed invece non cede, così come è capitato a numerosi martiri che nel corso della storia hanno sacrificato la vita in nome dei loro ideali. A tal proposito è emblematica la straziante scena del massacro che subisce Gesù con le terribili frustate dei soldati che si accaniscono con sadismo su di lui. Nonostante i loro sforzi, dopo una serie di colpi che sarebbero stati letali per molti, Gesù li sorprende rialzandosi ostinatamente, pur già gravemente ferito e con le mani legate, così che sono costretti a cambiare addirittura strumento di tortura per vederlo infine stramazzare al suolo in una pozza di sangue, come fosse il luogo di un macello, con la pelle e la carne a brandelli. È una sequenza di insopportabile brutalità e bestiale sopraffazione fisica che mette a disagio ma allo stesso tempo esalta il coraggio e la perseveranza del Cristo, il quale sopporta il dolore fisico con incredibile resistenza sin quasi ad ignorarlo, per assurdo, rendendo ancora più evidente il significato del suo sacrificio agli occhi della madre Maria, della Maddalena e quelli, fra i suoi discepoli, che l’hanno tradito come Giuda, o si sono defilati, oppure, come aveva predetto a Pietro, l’avrebbe rinnegato ‘tre volte prima che canti il gallo' per salvarsi dalla furia di chi l’aveva riconosciuto come suo seguace. 

Non posso garantire che la sequenza degli eventi mostrati rispecchi con assoluta precisione quella raccontata nei libri sacri, ma alla luce di quanto espresso sin qui sembra evidente che non fosse neppure l’obiettivo di quest’opera, la quale può certamente scuotere ed imbarazzare per le esplicite ed insistite scene di violenza che rappresenta, ma colpisce sicuramente nell’intimo lasciando intendere, per allargare l’orizzonte, quale possa essere stato in tutte le epoche lo strazio patito dalle persone fatte oggetto di tortura che per non piegarsi hanno patito sino in fondo le conseguenze della loro fede o della loro ideologia.

Dal punto di vista scenografico è molto suggestiva tutta la parte della via crucis sino all’ascesa sulla collina del Golgota e persino la descrizione, anche in questo caso curata sin nei minimi particolari, del procedimento riguardante la crocifissione. La sequenza che riprende l’atto di fissare i chiodi nella parte posteriore della croce dopo averla rigirata con il Cristo già inchiodato, trasmette un dolore fisico che è avvertibile anche stando comodamente, si fa per dire nell’occasione, seduti in poltrona. La scena del terremoto e l’improvvisa tempesta che si scatena subito dopo che Gesù è spirato è certamente evocativa, ma risulta un po’ esagerato l’effluvio di sangue generato della lancia che il soldato romano, intimorito, gli conficca nel petto per verificare la sua morte effettiva, prima di consentire a Maria e Maddalena di recuperarne le spoglie per la sepoltura. La scena della resurrezione, pur caratterizzata dalla bella immagine della luce che penetra nella grotta quando viene rimossa la grossa pietra che la ostruisce, risulta tuttavia un po’ sbrigativa e mostra Gesù risorto che si alza ed esce con le stigmate dei chiodi sulle mani come fosse una specie di alieno piuttosto che il figlio di Dio che torna alla destra del Padre.

La Passione di Cristo è stato interamente girato in Italia, a Matera e nei dintorni per quanto riguarda gli esterni, oppure a Cinecittà. Si narra che gli stessi interpreti siano stati colpiti spiritualmente durante le riprese. Una buona parte degli attori principali sono italiani: da Sergio Rubini (nei panni di Disma), a Claudia Gerini (Claudia Procula, moglie di Ponzio Pilato), a Rosalinda Celentano (Satana che tenta ed accompagna Cristo durante il suo supplizio), a Mattia Sbragia (il sacerdote Caifa) e via dicendo, oltre alla già citata Monica Bellucci. Pur essendo un film di chiara impronta internazionale che ha concorso anche a qualche premio Oscar, Mel Gibson ha voluto che fosse interamente recitato in aramaico e latino con i sottotitoli in italiano nel nostro caso, seppure la forza delle immagini è tale e la sequenza degli eventi così nota che le didascalie potrebbero anche non esserci ed il contesto non cambierebbe poi molto. Una scelta comunque davvero coraggiosa da parte del regista australiano, considerando che è un’opera destinata, almeno nelle intenzioni, al grande pubblico. Nonostante sia stata oggetto di critiche anche feroci, ha comunque raggiunto i suoi obiettivi risultando a conti fatti un ottimo investimento al botteghino. Una nota a margine è rappresentata dal povero Jim Caviezel nei panni di Cristo che ha dovuto certamente sottoporsi ad ore ed ore di trucco per rappresentare in tutta la sua orribile intensità il dolore prima e l’agonia poi sulla croce. Pare che abbia contratto pure una polmonite per essersi esposto troppo a lungo sulla croce con il corpo praticamente nudo.

In definitiva, un’opera inevitabilmente contraddittoria che ha però il merito di non aver ‘speculato’ dal punto di vista spettacolare sulla Passione di Cristo, ma di averla rispettata ed espressa in maniera così realistica da emozionare persino chi non ha il dono della fede ed anche coloro che al cinema sono abituati ad affrontare le situazioni e le scene più crude.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 4 voti.

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Marco_Biasio (ha votato 6 questo film) alle 19:14 del 16 maggio 2011 ha scritto:

Splendida recensione, Maurizio, e concordo su tutto. Ma quello che tu ritieni un punto di forza (l'insistere sulla violenza fisica come allegoria della perversione umana) io lo vedo appena un gradino al di sotto del semplice exploitation. Carina - anche se forse un po' pretenziosa - la scelta di scrivere i dialoghi in ebraico ed aramaico, azzeccato il bianco e nero e ottimamente interpretati i ruoli principali (a partire da Caviezel, un peccato non abbia poi proficuamente proseguito nella sua carriera attoriale). Tuttavia vi sono riletture completamente differenti che sono, tuttavia, notevolmente migliori, a mio modo di vedere (quella di Pasolini, per esempio). Qui, oltre al gioco cromatico ed alla sofferenza in itself, non trova spazio molto altro.

maupes, autore, alle 21:39 del 16 maggio 2011 ha scritto:

Grazie Marco, anche la tua chiave di lettura è assolutamente condivisibile. Si tratta di un'opera che nello sfruttamento, come dici tu, della violenza come mezzo di espressione e per conquistarsi una fetta di originalità riguardo un argomento sul quale è già stato detto e scritto di tutto e di più, accetta il confronto ed il rischio dell'ambiguità. Io ritengo che riesca a trasmettere soprattutto, al di là persino della storia e della figura particolare che descrive, sia una sensazione fisica del supplizio patito da Cristo che della perversione e crudeltà senza limiti in certe situazioni che è capace di esprimere l'uomo, ma alla stessa stregua e con pieno diritto qualcun altro potrebbe trovare questa prospettiva non soltanto insopportabile per l'efferatezza delle immagini, ma addirittura tacciarla di ruffianeria, se non proprio di oscenità.

dalvans (ha votato 2 questo film) alle 14:44 del 21 ottobre 2011 ha scritto:

Mah...

Mah...