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7/10

Man in the Dark regia di Fede Alvarez

Thriller
recensione di Fabio Secchi Frau

Alcuni ragazzi si introducono nella casa di un uomo cieco per commettere un crimine. Considerando le condizioni del padrone di casa i giovani sono convinti che si tratterà di una passeggiata, ma le cose non andranno come previsto.

  Bentornato, thriller. Thrill, per gli amici.

  Fede Alvarez, 38enne uruguayano innamorato del cinema per coniugare terrori di ogni declinazione, torna ai forti orrori. Proprio quei grandi cult americani, detti trapped movies, degli Anni Settanta-Ottanta, in cui un gruppo di ragazzini, che si credevano solitamente tanto fighi, finivano in una casa abitata da ambigui personaggi pronti a tutto in nome dell’omicidio spassionato e sadico.

  L’autore, infatti, dopo il debutto in pompa magna con il reboot di La casa e un episodio del serial Dal tramonto all'alba - La serie, racconta il gioco al gatto col topo di un violento e pazzo cieco di Detroit alle prese con tre ladruncoli. Il tutto sulla scia di quel cinema di magnifiche ossessioni legate agli slasher movies, che lo hanno fatto infatuare fin dai suoi primi cortometraggi.

  Stilisticamente, Alvarez dimostra di saper vedere al buio. In alcune di queste inquadrature appassionate, delinea una storia virata alla sopravvivenza e dimostra di aver capito il vecchio cinema del jumpscare e della tensione implacabile, portando a un solo risultato: la sua ultima fatica cinematografica, che ti prende al lazo, alla gola, al cuore palpitante, tutto appassiona ed è tecnicamente perfetto (lunghi piani medi, carrellate che rivelano nuovi pericoli, l’uso della visione notturna del found footage). Un lavoro compiuto per coinvolgere e avere un intenso sopravvento emotivo sullo spettatore, scivolando però pericolosamente nel difetto di volergli mostrare a tutti i costi anche le scene più sgradevoli alla vista. È proprio necessario molestare lo spettatore infondendo anche una sensazione di disagio vero e proprio?

  Un’incapacità di gusto che si scontra con una solida narrazione (firmata dal regista stesso e dal fido Rodo Sayagues) basata su una quindicina di battute di dialogo contro un linguaggio visivo e sonoro che guida il film nei corridoi della suspense.

  Come in tutti i trapped movies, ci sono i colpi bassi del destino. Insomma, quando finalmente si riesce a fare un sospiro di sollievo, ecco che arrivano due braccia forzute e sudaticce che ti riportano dentro la casa nella quale probabilmente sarai smembrato. Il riferimento a Leatherface di Non aprite quella porta è obbligatorio, ma non così pesante da avvertirlo pienamente. Lo si annusa nell’aria, come dei segugi.

  C’è anche un po’ di quel sottovalutato Panic Room di David Fincher, ma rinnovato nell’inesorabile e sinistro avanzare in un labirinto contorto e chiuso dall’interno.

  Forse, sarebbe stato meglio snellire un po’ lo script, evitare certe forzature (ci sono evidenti problemi di plausibilità) e descrivere meglio i personaggi principali (purtroppo solo fugacemente inquadrati in poche linee per dare vantaggio a scene più scioccanti). Nonostante questo, la sceneggiatura rimane comunque costante nel mantenere la tensione in situazioni fisicamente e concettualmente contenute, senza mai eccedere nella frenesia o nell’esagerazione.

  Quanto al cast, Stephen Lang, già notato da Cameron e Faenza, offre un’appassionata fisicità e trovate perfide, agendo da uomo intimidatorio, rabbioso, depresso e disperato. Se ne va in giro, armato dei suoi muscoli o di una pistola, come se fosse Nick Parker in Furia cieca di Noyce. Il suo personaggio crede di aver sempre diritto all’ultima parola (più che parola, l’ultimo calvario tumultuoso e vendicativo per i suoi ospiti), creandosi un mondo parallelo in cui i ciechi sono altri e non lui. Un uomo così, un bad ass crudele ma anche infantilmente bisognoso di affetto, sarebbe stato una pacchia per Rutger Hauer e Lang, pur sessantaquattenne, regge il peso del cattivo sedotto dall’idea di una rivalsa in nome di ciò che lui crede Giusto, trasformandosi in quella che è una continuazione moderna del suo Increase Mather nel wicked serial Salem. Sia lui che il resto del cast, per entrare meglio nei personaggi e per recitare in maniera più convincente alcune scene, hanno acconsentito a indossare lenti a contatto che limitassero fortemente la loro visione, soprattutto in condizioni di scarsità di luce.

  Gli interni decrepiti di Naaman Marshall dimostrano che non c’è cosa fuori posto. Quando poi si riesce a ricreare una casa di un brutto quartiere di Detroit in Ungheria (dove il film è stato girato), allora hai fatto in maniera eccelsa il tuo lavoro. Oltre a questo, il film non molla la presa anche grazie al trio della sala di montaggio, Eric L. Beason, Louise Ford e Gardner Gould, che hanno ottimizzato il ritmo della pellicola. Incredibile e polverosa la fotografia di Pedro Luque che in un’approfondita lettura mostra tutti gli strati dell’anima del nostro cattivo. Creativa e brillante, ma soprattutto efficace, la colonna sonora di Roque Baños che accompagna lo spettatore nella terrificante casa degli orrori, imitando il battito cardiaco e dando il suo massimo durante situazioni spaventose. Brutale e feroce.

  Il titolo italiano non è decisamente scorretto, per una volta! Il Don’t Breathe originale è stato scartato in favore dell’originario Man in the Dark, il primo titolo della pellicola in fase di pre-lavorazione e lavorazione. Per chiudere, una piccola considerazione: Man in the Dark non sarebbe nulla se non ci fosse stata dall’autore una certa partecipazione emotiva ai fatti, l’amore per un tipo di cinema e letteratura e la sicurezza che certi linguaggi “di genere” siano eterni e in grado di spaventarvi per sempre.

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AndreaKant (ha votato 8 questo film) alle 13:51 del 25 settembre 2016 ha scritto:

Non si respira

Incredibile come riesce a tenerti sospeso per tutto il tempo!