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8/10

Lo chiamavano Jeeg Robot regia di Gabriele Mainetti

Fantasy
recensione di Giulia Betti

Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere un forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l'eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d'acciaio.

Tutti necessitiamo di una luce. Il film d’esordio di Gabriele Mainetti racconta di questo, del bisogno di nascere e vederla. Una luce come speranza, idolo, meta e immagine da emulare.

Lo avevamo già conosciuto con Basette e poi ancora con Tiger Boy, questo bisogno del novello regista e del suo brillante e semi sconosciuto collaboratore alla sceneggiatura Nicola Guaglialone di assegnare ai loro eroi una via d’uscita, fatta di carne o di celluloide, concreta e tangibile o protagonista di un immaginario condiviso, quello dei cartoni animati.

Sono tutti esseri fragili i personaggi raccontati dai due autori romani, vite violate, violentate, massacrate da nemici feroci, odiati, pericolosi. Adulti erano i familiari del protagonista di Basette, interpretato da Valerio Mastandrea, che lo hanno destinato ad una vita da ladro, d’umiliazione, di mancata dignità ed infine di morte. Catartica naturalmente. Adulto il preside della scuola elementare che ha costretto il piccolo Matteo a vivere l’infanzia come il luogo delle molestie sessuali, ed infine adulto, più viscido e marcio degli altri fin’ora citati il padre dell’ingenua Alessia, prigioniera in un corpo troppo sensuale, da sempre oltraggiato da un genitore delinquente.

Adulti sono per antonomasia anche i nemici giurati dei cartoni animati, i grandi che non hanno più desideri, che hanno invertito il senso di marcia, che detestano i colori, che di notte non sognano, che non hanno eroi da stimare, solo invidia da vendere.

Ed in un mondo avariato, nel pieno della sua decomposizione, dove le bombe uccidono la pace ed il loro fumo il sole, non c’è terreno fertile per far crescere eroi candidi.

Lo vediamo fuggire come un cagnaccio colpevole, rozzo, sporco, pesante nel volto e nell’ansimare stanco, quello tipico di un uomo che giovane non è più.

Non aveva nemici, perché non aveva amici. Non aveva bisogno di un super potere, a lui bastavano, per vivere in pace, un bersaglio da scippare, una vaschetta di budini alla vaniglia confezionati e qualche DVD pornografico per concludere un giorno positivamente. È stata una melma radioattiva, languida e tossica a trascinarlo in un destino alternativo, fatto di luce, di valori ed obbiettivi, ed insieme a lei, la mente bambina e indifesa di una giovane donna offesa dalla vita.

Il primo fu Lupin III, poi Er Tigre ed ora Jeeg Robot. Sono loro gli unici supereroi dei film di Mainetti, mai star in primo piano, ma personaggi secondari, luci necessarie a mettere in evidenza nel buio delle loro esistenze, le qualità dei veri protagonisti. Così è stato per il ladruncolo di Basette che ha sostituito la bruttura della sua delinquenza con l’eleganza dell’immaginazione, per il bambino di Tiger Boy, che ha preso lo stimolo e la forza necessaria per ribellarsi al nemico, e per Alessia, che è riuscita a dare un volto vero al suo amore, a cercare la protezione in un uomo di carne e spirito e non ad un robot della tv.

Ma allora Enzo Ceccotti non è un supereroe? A mio avviso no, è solo l’incarnazione di una grossa metafora sociale, e come lui il feroce antagonista, il viscido Zingaro, interpretato da un sempre più stupefacente Luca Marinelli che si ritrova a vestire i panni di un personaggio scritto alla perfezione.

Enzo Ceccotti è incarnazione della pigrizia dei buoni, dell’omertà dei deboli, dell’egoismo dei codardi, della inquietudine dei tristi e della tenerezza dei soli. Mentre lo Zingaro è volgare rappresentazione della bruttura dell’altra metà del mondo, gli ambigui cacciatori di fama, gli equivoci e perversi con la brama del successo, i subdoli abbindolatori, gli infidi comizianti. È un trasformista ripugnante innamorato di sé stesso, un sadico sodomizzatore adulatore di canzonette italiane, desideroso d’uccidere pur d’ottenere visibilità.

Una grossa allegoria della società attuale, questo è Lo chiamavano Jeeg Robot, con i suoi tanti livelli di lettura e di interpretazione, una macchina da guerra fra i titoli italiani usciti di recente, un felice compare al fianco di Suburra e Non essere cattivo, per sperare in un ritorno del cinema di genere.   

 

 

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