R Recensione

6/10

Né Romeo né Giulietta regia di Veronica Pivetti

Commedia
recensione di Giulia Betti

Rocco ha sedici anni, genitori separati, un ottimo rapporto con la mamma e la stravagante nonna, ma pessimo col padre, egocentrico e distante. Sempre vicini a lui, i suoi migliori amici: Maria, una simpatica ragazzina romana molto vivace, e Mauri, un po' goffo e ingenuo. Tutto cambia quando, a scuola, Rocco si innamora di un altro ragazzo e decide di rivelare la propria omosessualità ai genitori. Deluso dalla loro reazione, scappa di casa per andare a vedere il concerto del suo cantante preferito, giovane icona gay. Così madre e nonna lo inseguono in un viaggio esilarante, che porterà tutti a Milano e a conoscersi meglio...

 

Avrete già sicuramente letto ovunque (dove più, dove meno) una consistente quantità di complimenti ed approvazioni nei confronti della neo-regista Veronica Pivetti e del suo primo film, Né Romeo né Giulietta, finalizzato a smantellare l’omofobia nella società italiana andando a prelevarla con un aguzzo ago di siringa, uno ad uno, in tutti i “nuclei” familiari del nostro paese. Bel progetto, nobile intenzione, grande merito.

 

Se non fosse che il film, pur vestendosi di buoni propositi e facendosi scudo con la “non esperienza” della regista (che della pellicola è pure sceneggiatrice, produttrice ed attrice protagonista) si dimostra qualitativamente inferiore alla già cospicua lista di film di tematica omosessuale realizzati sino ad oggi in Italia.

Di registi che in passato se ne occuparono, se non dichiaratamente per far passare un messaggio sociale, quantomeno per sottolineare l’esistenza e la dignità dell’omosessualità, vorrei ricordare Vittorio Caprioli, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Franco Zeffirelli, Bernardo Bertolucci ed Ettore Scola.

Quello che dagli anni’90 sino ad oggi ha detenuto il testimone di regista rappresentate del cinema gay italiano è, senza dubbio alcuno, l’italo-turco Ferzan Özpetek. Quasi tutte le sue opere presentano la tematica omosessuale, quando in primo piano quando in secondo. Tra le più importanti ricordiamo Il bagno turco, Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Saturno contro, Mine vaganti e Magnifica presenza.

Come si può quindi affibbiare alla Pivetti, l’aggettivo “coraggiosa” per aver affrontato il suddetto tema nel suo film d’esordio, quando alle spalle aveva già un’ampia lista di tentativi e sperimentazioni, quasi sempre ben riusciti? Forse per il fatto che si sia abbassata a raccontarne la germinazione nel giovane animo d’un adolescente? Mi sembra riduttivo.

Un esordio, per ottenere approvazione e determinare un eco, deve essere originale, sperimentale, audace, sorprendente e necessario, o quanto meno possedere almeno una di queste caratteristiche elencate. Quello della Pivetti non vanta nessuna delle citate proprietà, e non perché non sia un film ben fatto, ma poiché si dimostra un prodotto mal collocato.

Lo sbaglio reale e determinante è stato commesso nei riguardi nella scelta del mezzo. La Pivetti, non vorrei dire con troppo ottimismo (sarebbe screditante), ma forse con troppa ambizione, ha scelto di lottare nel ring dei migliori, degli eccezionali, pur essendo non solo una “dilettante”, ma anche una regista non particolarmente illuminata. Non avrebbe dovuto selezionare il grande schermo per diffondere la sua parola per immagini, ma l’opzione veramente trasgressiva, moderna, inebriante sarebbe dovuta essere quella televisiva, per una larga lista di motivi:

1- Veronica Pivetti è un volto del piccolo schermo, certamente (ma non ci metterei la mano sul fuoco) nessuno dimentica i suoi lavori con Verdone o con la Wertmuller, ma sicuramente e senza ombra di dubbio tutti ricordano il suo ruolo di Prof Rai.

2- Lo stile registico e la fotografia del film in questione sono deboli per il Cinema, ma esatti per la televisione.

3- Imbastire un film sul coming out di un ragazzino non è nulla di troppo originale, soprattutto in questo periodo della storia del cinema, ma trasmettere in prima serata, su di un canale Rai, una serie televisiva di pari contenuto, non solo si sarebbe dimostrato essere più coraggioso, ma sicuramente, se l’obbiettivo della Pivetti era quello di invadere le case degli italiani e convincere i genitori ad accogliere amorevolmente la natura sessuale del proprio figlio, anche più efficace. Il cinema è caro, il canone Rai lo si paga comunque, tanto meglio fruire più contenuti possibili. No?

 

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