Vanishing on 7th Street regia di Brad Anderson
HorrorUn misterioso e globale blackout causa la scomparsa della popolazione. Ne rimangono solo le vesti e gli oggetti personali. Un piccolo gruppo di sopravvissuti, tra cui un reporter, un’infermiera e un macchinista della metropolitana si rifugiano in una tavola calda sulla settima strada. I sopravvissuti dovranno sconfiggere l’orrore dell’Apocalisse e difendersi dalle oscure ombre che li minacciano.
Brad Anderson sta costruendo la sua carriera dirigendo episodi di celebri serie tv (giusto per citare una parte del suo rinomato curriculum: The Shield, Masters Of Horror, The Wire, The Killing, Fringe, Boardwalk Empire e l’imminente Alcatraz), ma nelle sue poche incursioni al cinema ha dato prova di sapersi destreggiare egregiamente anche sul grande schermo.
Con i suoi lungometraggi si è dedicato principalmente a esplorare la linea di demarcazione tra thriller e horror, seguendo un filone narrativo scandito principalmente da drammi e conflitti psicologici. Alcune volte positivamente (The Machinist, da noi tradotto banalmente “L’uomo senza sonno”) altre in maniera più timida (Session 9, che tra l’altro è forse il primo lungometraggio girato interamente in digitale).
La sua ultima fatica, arrivata da noi con un po’ di ritardo, sfrutta uno dei tòpoi più stimolanti della cultura horror, ovvero la paura del buio. Un argomento finora utilizzato frequentemente solo all’interno di alcuni telefilm per adolescenti, o marginalmente intaccato da alcuni film come espediente per colpi di scena. Vanishing On 7th Street è principalmente un racconto di sopravvivenza (se fosse un videogioco lo chiameremmo tranquillamente survival horror) che si fonde con gli stilemi del thriller sovrannaturale: l’inizio suscita rimembranze di zombie-movies o addirittura film catastrofici, data l’ambientazione e alcune trovate ad effetto, ma fortunatamente man mano che la pellicola procede assume un’identità ben più marcata e dà ampio spazio all’introspezione dei protagonisti, e all’incognita sulle loro aspettative di vita.
La bambinesca paura delle tenebre diventa un incubo reale e tangibile per tutti, così una volta apprese le “regole del gioco” Hayden Christensen (spesso poco considerato, ingiustamente a mio avviso, e qui alle prese con quella che potrebbe essere la sua prova migliore) diventa uno dei pochi superstiti di questa tenebrosa calamità: fuggitivi che devono letteralmente rintanarsi sotto la luce per evitare di essere inghiottiti dall’oscurità, circondandosi di torce, cellulari, luci al neon, e pregando di non esaurire le batterie. Sulla sua strada incontra John Leguizamo, a suo agio in questi ruoli data l’esperienza in tanti film di stampo simile, e Thandie Newton con figlio al seguito, che pure regala una prova molto sentita; ognuno dei quattro protagonisti ha almeno una scena clou individuale e il montaggio riesce a enfatizzare tali scene in maniera lodevole.
Come in un film dell’orrore che si prenda sul serio l’accento è posto sull’atmosfera, sulla lenta e crescente tensione, piuttosto che su blande apparizioni improvvise che fanno sussultare; Anderson ovviamente non ci risparmia scene a effetto, ma per fortuna ben dosate e gestite con un uso sapiente dei mezzi.A tal proposito è da segnalare innanzitutto la regia molto raffinata e ricercata: l’ambientazione da blockbuster ben presto lascia spazio a inquadrature e scenografie da horror vecchia scuola (fondamentalmente la storia si svolge quasi tutta in pochi ambienti chiusi e non mi meraviglierei nello scoprire la scarsa entità del budget, perché il regista sa chiaramente come far fruttare i mezzi a disposizione senza far sembrare il film un prodotto di nicchia) che sono il meglio che si può chiedere ad una produzione del genere, per evitare di scadere in prodotti mediocri come Io Sono Leggenda.
Impeccabile il lavoro svolto sul fronte effetti speciali: le ombre che prendono vita e le sagome tetre che pedinano i personaggi sono inquietanti quanto basta per fornire allo spettatore quel costante senso di angoscia e ansia che cresce e si propaga ogni volta che le luci si affievoliscono; in questo senso un ruolo importante è svolto dalla fotografia, alle prese con dinamiche e illuminazioni impegnative (azzeccata la scelta della cinepresa Red One che in notturna fa la sua porca figura), e dal sonoro, che tramite i rumori e i sussurri delle ombre dà una spinta in più alla suggestione.
Se si vuole trovare il pelo nell’uovo la sceneggiatura non offre niente di nuovo sotto il sole: lo svolgimento per forza di cose ricorda storie viste e riviste, e un pallido tentativo di fornire un background a questa apocalisse oscura risulta poco convincente; il copione riesce a evitare la messa in scena di emozioni facili, senza calcare la mano sui classici rimpianti che affliggono i superstiti in queste situazioni, stereotipi di cui soffre gran parte di questi prodotti e che tendono a suscitare quel falso senso di compassione che non giova molto all’empatia. Tuttavia le caratterizzazioni sono solide, i dialoghi e le interazioni tra i personaggi tutt’altro che banali e la narrazione si concede anche diversi momenti di riflessione su temi come la fede e la solitudine.
Critico e pubblica non sembrano aver gradito l’ultima opera di Brad Anderson, ma personalmente vorrei vedere più film di questo calibro. Vanishing On 7th Street non fa certo gridare al miracolo e non sarà ricordato per l’innovazione, ma ha il grande pregio di non volersi uniformare al piattume che ha fatto cadere in disgrazia questo genere da diversi anni: l’autore porta avanti la sua poetica in maniera decisa, raccontando storie di personalità fragili messe a dura prova da eventi fuori dalla loro portata, e nel farlo riesce a sviluppare un’interessante evoluzione personale sul versante tecnico. Promosso.
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Hayden Christensen
John Leguizamo
Thandie Newton
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Rango Gore Verbinski
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