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9/10

Youth - La giovinezza regia di Paolo Sorrentino

Drammatico
recensione di Alice Grisa

In un elegante centro benessere a valle delle Alpi, due anziani amici, un direttore d'orchestra e un regista, trascorrono alcuni giorni di vacanza. Il regista sta lavorando al suo "film testamento" con un team di sceneggiatori. Il direttore d'orchestra è volontariamente in pensione. Ma un emissario della regina Elisabetta gli chiede di tornare alla musica, anche solo per una sera.

 

Reduce da un Oscar “difficile”, massacrato dalla gente comune sui social quanto dalla critica radical chic sulle riviste “intellettuali”, poetico e controverso, esteta ed “estetico”, cervellotico, barocco e manierista, Paolo Sorrentino torna a Cannes. Che cos’è la grande bellezza, al di là delle terrazze romane squarciate dal cielo, al di là del product placement Martini o della città divina e orrorifica, se non la libertà di “andare oltre”? E Paolo Sorrentino va oltre. Va oltre anche con Youth (come nella storia di Jep Gambardella). Cross-sorrentinianamente, si potrebbe dire che in realtà la grande bellezza sia la giovinezza. E il mondo un pulitissimo centro wellness.

Dove Sorrentino mette tutto (ma proprio tutto): il senso della vita, il tempo che passa, il prima e il dopo, i genitori, i figli, il dolore, la malinconia, l’arte, il sogno, l’incubo, il desiderio, la meraviglia, il terrore, le ossessioni. Che evaporano sottili e fragili dalle vasche termali. Che si sciolgono nel fango terapeutico. Che volano sopra la cima di una montagna, in quel blu che taglia i cavi della funivia per perdersi verso l’infinito. Gli ottant’anni di Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel) dovrebbero naufragare dolci nei mari termali di una SPA di lusso. Tra massaggiatrici, prati verdi e pasti light. Ma non è così. Mick è ossessionato dal suo ultimo film. Fred è ossessionato e basta. E apatico. Che sia proprio l’apatia, quei “non” reiterati, il segnale definitivo che la giovinezza è oggettivamente scivolata via, prima che si potesse trattenerla? Non bere, non correre, non mangiare, non lavorare, non amare, non fare sforzi, non esagerare.

Fred se ne rende conto, ma, oggettivamente, non gliene importa niente. Si lascia vivere dai giorni (di vacanza), si fa lacerare dalle pillole di un passato pieno di lati oscuri (“Non ricordo i miei genitori” confida all’amico di sempre Mick; “Avevi decine di donne e la mamma lo sapeva” gli ricorda la figlia Lena, Rachel Weisz); poi Fred si (pre)occupa dei problemi della prostata, della carta di una caramella Rossana da accartocciare all’infinito (come sé stesso?), di Lena, un “bilancio” in carne e ossa di tutto quello che (non) ha fatto. Fred, ottantenne a ridosso di una soglia ignota, accetta di farsi trapassare dall’esistenza. Mick invece la rifiuta, accanendosi a piegare la realtà e l’arte al proprio disegno. Proprio come un regista circondato dai suoi specchi (e dai suoi spettri). Come Fellini nel girotondo surreale alla fine di 8 ½.

Ma Sorrentino va oltre. Crea un microcosmo wellness e lo arreda (come sempre) in modo barocco, come se avesse svaligiato l’Ikea degli esseri umani. Anche se, in realtà, i suoi “soprammobili” sono più maschere che persone. Sono corpi (su cui la macchina da presa insiste in modo ossessivo) anziani, deformati, destabilizzati, pieni di rughe, pieni di quella vita che sta scivolando via. O giovani, splendidi, liberi. Ogni giorno che passa è un nuovo “ieri” da collezionare e nessuno sembra trovare un modo sano di rapportarsi a futuro e passato. Onirico e terreno, vero e finto, un fake Maradona devastato dall’obesità e dai problemi respiratori, palleggia in modo sorprendente con una pallina da tennis richiamando il sogno (il passato) su un presente che (per lui) sembra rigettare qualunque età dell’oro, ormai andata perduta. Una luccicante “ingombrante” Miss Universo sfila sulla passerella di San Marco, scontrandosi con l’anziano Fred, febbrile nell’immaginazione ma apatico nella quotidianità. L’attore giovane e frustrato (Paul Dano) che è ricordato solo per la sua interpretazione di un robot (un Birdman prima del tempo?) deve vestirsi da Hitler per rendersi conto che per il cinema vale la pena raccontare solo il desiderio e non l’orrore.

Ma è davvero così? Sorrentino bypassa la domanda: insiste sui virtuosismi di stile, le inquadrature a sorpresa, i movimenti di macchina non convenzionali, la patina di estetismo esasperante, i colori, le forme, gli animali, gli specchi, un’enorme centrifuga per un film che, come La grande bellezza, non verrà acclamato all’unanimità. Ma è forse importante? In realtà non ci sono eroi, solo compromessi. Forse è proprio questo (l’amaro) senso del crescere, capire che nella vita è tutto relativo. Fred ha scritto “Canzoni semplici” per la moglie, pensa a lei, ma dopotutto le ha reso la vita un inferno (con inatteso epilogo veneziano). Mick ha fallito con suo figlio, è arrogante sul lavoro e probabilmente è stato anche insieme alla ragazza che piaceva a Fred. Non esiste la totale correttezza, non esiste la coerenza, non esiste forse neanche un senso. È necessario smettere di pensare “chi vuol esser lieto sia, del diman non v’è certezza” per superare lo scoglio della giovinezza. Ma quello che vale per gli umani non vale per l’arte. Il cinema e la musica brillano della giovinezza eterna. Si possono capire, hanno senso, sono estasi. E possono “andare oltre” quanto vogliono. Ecco la grande dichiarazione d’amore di Paolo Sorrentino.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 6 voti.
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alexmn 9/10
Upuaut 7/10

C Commenti

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forever007 (ha votato 9 questo film) alle 10:39 del 28 maggio 2015 ha scritto:

La recensione di questo film secondo me è molto complicata, quindi ammiro il tuo senso del dovere e la tua forza di volontà nell'averla scritta. E' un film talmente ricco da concentrarsi poco su alcune cose, quindi da rivedere molte volte per apprezzare i diversi punti di vista che, crescendo, potremmo avere e le diverse tematiche che tocca. Io avrei preferito si concentrasse più su Keitel che su Caine, mi sembrava un personaggio più interessante, sembrava aver davvero qualcosa da dire rispetto a Caine: alla fine sembra di non averlo sviscerato abbastanza come personaggio, come se fosse una bozza di qualcosa che non è ancora stato. Mentre seppur più lineare Mick è completo, ha una storia forte, ma più realistica (paradossalmente) di Fred. E poi le scene finali riguardanti la figlia che conosce l'alpinista sembravano molto forzate. Ci sono molte cose positive e memorabili dal punto di vista "tecnico", ovviamente la colonna sonora, il modo in cui raffigura le "anime" dell'albergo (credo che volesse renderle così quando inquadrava le saune), Hitler, i dialoghi Fred-Lena e Brenda-Mick, i venti minuti finali perfetti, i sogni di Fred, Mick e Lena; però ripeto è come se avesse fatto un film senza avere avuto un'ispirazione vera e nonostante ciò avesse centrato l'obiettivo al primo colpo. Un altro aspetto positivo è il fatto che ci ho visto oltre all'esplicito riferimento in Fellini, come ne LGB, anche un pò di Leox Caras(per il fatto che è quasi un film "per il cinema" ed alcune scene, anche evitabili per alcuni, ma che comunque contribuiscono a rendere tutto più tecnicamente magniloquente, lo dimostrano). Resta pertanto un grande film. e quindi il mio voto è estremamente positivo.

Piccola nota: visti i tre film italiani a Cannes (mia classifica personale 1Garrone,2Sorrentino,3Moretti) c'è solo da dire che ci hanno snobbato, certo non ho visto Deephan o the Lobster o Son of Saul e quindi sembro parlare per partito preso perchè sono italiano ecc ecc ma vedendo le tematiche di questi film non mi sembrano così unici, mentre sia Garrone che Sorrentino hanno fatto dei film che almeno negli ultimi anni non si erano ancora visti (intendo con gli stessi intenti e la stessa tecnica cinematografica, film fantasy se ne vedono, ma mai così "reali")

Alice Grisa, autore, alle 23:25 del 7 giugno 2015 ha scritto:

forever007, nessun senso del dovere. Solo passione. A Cannes vince un certo "tipo" di film.

tramblogy alle 18:22 del 8 giugno 2015 ha scritto:

magari con qualche contenuto umano....