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9/10

C era una Volta in Anatolia regia di Nuri Bilge Ceylan

Drammatico
recensione di Francesco Carabelli

Un gruppo di uomini alla ricerca di un cadavere. La notte asiatica in Anatolia. Storie di uomini alla ricerca della verità....

Il film, premiato col Gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2011, è opera matura del regista turco  Nuri Bilge Ceylan. È la storia di un assassinio e della ricerca di un cadavere e della successiva autopsia. Quello che emerge dalla pellicola è un forte spessore morale, un interesse per l’uomo e i valori umani a partire dal rispetto per la vita umana, per i morti, per il matrimonio e i figli. In parte le vicende si rifanno alle esperienze di medico legale di uno degli sceneggiatori. In un certo senso il regista si pone a difesa dei valori tradizionali e della famiglia in una società turca che vuole cambiare inseguendo il sogno europeo. I discorsi tra il procuratore che segue le indagini e il medico incaricato dell’autopsia e dell’analisi del cadavere, i dialoghi tra gli agenti di polizia, i momenti di convivialità presso la casa di un sindaco di uno sperduto paese dell’Anatolia, vertono tutti su questi temi sempiterni e ci ricordano altre opere di maestri mediorientali come Abbas Kiarostami. L’ambientazione nel centro dell’Anatolia è molto suggestiva. Le riprese notturne e al crepuscolo tra le colline sono fotografate con maestria e attenzione ai colori e alla luce. In qualche modo le ambientazioni ci riportano alla memoria quel Canto notturno di un pastore errante nell’Asia, opera che Leopardi scrisse pur non avendo mai visitato queste zone, grazie alla sua capacità di ricostruirle con l’immaginazione. Figura cardine nella narrazione è quella del medico, dottor Cemal, il cui forte attaccamento alla professione, oltre che la profonda umanità e l’attenzione all’altro ne fanno centro di gravitazione e autorità di riferimento per tutti gli uomini che partecipano alle ricerche del cadavere. Del medico vediamo l’evoluzione da una certa passività ad una maggiore partecipazione agli avvenimenti, tanto che alla fine prende delle decisioni che sembrano in contrasto con il suo carattere Altre figure, che ne fanno da contraltare, sono quella del procuratore, uomo integerrimo e scrupoloso, che però, come emergerà dal corso del film, deve fare i conti con la morte della propria moglie per cause apparentemente inspiegabili e quella del commissario di polizia, uomo passionario e istintivo che soffre per la malattia psichica del figlio e ha poca fiducia nei metodi ortodossi di indagine. Le ricerche notturne sembrano non sortire alcun risultato, ma all’alba finalmente il gruppo rinviene un cadavere affiorante e la serenità torna tra gli indaganti, che possono così tornare in città per l’autopsia. La storia in sé potrebbe sembrar banale, ma la capacità di drammatizzazione e teatralizzazione delle vicende oltre che alcuni esperimenti a livello del sonoro e delle immagini rendono il tutto molto singolare. In particolare, soprattutto nelle fase iniziali, mentre le immagini procedono con grandi panoramiche sulle colline dell’Anatolia, a livello di colonna sonora, udiamo i dialoghi che il gruppo intrattiene. Per lungo tempo il regista non usa piani ravvicinati e controcampi, ma si limita a riportare i dialoghi stando a distanza dai protagonisti. Ci sono inoltre sequenze di tutto rispetto, come quelle all’interno della casa del sindaco, nelle quali l’uso della luce artificiale è sapiente e ricercato, quasi a costruire un sogno di cui protagonista è la figlia del sindaco (il regista cita come fonti di ispirazione per questa sequenza  la pittura fiamminga). Da un punto di vista della colonna sonora è da notare l’assenza di musiche extradiegetiche. I tempi del montaggio si dilatano e seguono la lentezza della storia che si dipana per due ore e mezza. La visione però non stanca, affascinati dal racconto e dalla straordinaria capacità del regista di metterlo in immagini, aiutato da un gruppo di attori affiatato e molto professionale (da contare anche la partecipazione di alcuni attori non professionisti). I dialoghi sono molto curati e studiati nei dettagli dagli sceneggiatori. Il regista dice di ispirarsi agli scrittori russi come Dostoievskij e Cechov per quella miscela di grottesco e tragico che caratterizza la storia, nella quale hanno spazio obiettività e soggettività. Il titolo sarà visto dai più come  un omaggio all’opera di Leone, ma è soprattutto  un tentativo di dare un valore universale ed eterno  ai fatti che possono avvenire anche  in una landa sperduta della Turchia.

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hayleystark (ha votato 9 questo film) alle 19:38 del 2 gennaio 2013 ha scritto:

Film splendido e splendida recensione!

tramblogy alle 8:54 del primo novembre 2014 ha scritto:

Bellissimo, quello successivo (regno d' inverno) ancora di più !