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7/10

The Rum Diary - Cronache di una Passione regia di Bruce Robinson

Drammatico
recensione di Alessandro Giovannini

Puerto Rico, 1960. Il giornalista free lance Paul Kemp (Johnny Depp), arriva dal continente per essere assunto dal quotidiano locale San Juan Star, diretto dal nevrotico Lotterman (Richard Jenkins). Il collega Sala (Michael Rispoli) lo introduce nel mondo losco della città: alcool a fiumi (da cui lo stesso Kemp è dipendente), droghe, combattimenti tra galli, criminalità e tensioni sociali dovute a conflitti di classe e di etnia. Kemp si fa subito alcuni amici e alcuni nemici. Più ambigua è invece la figura di Sanderson (Aaron Eckhart), misterioso uomo d'affari milionario che farà al giornalista losche proposte. L'infatuazione di Kemp per la compagna di Sanderson, Chenault (Amber Heard), non migliorerà la situazione.

Il film è tratto dal libro omonimo di Hunter S. Thompson (scritore, tra l'altro, di Paura e disgusto a Las Vegas, da cui è stato tratto il film Paura e delirio a Las Vegas, con Depp nel cast), pubblicato negli anni '90 ma scritto da Thompson nel '59 ed in seguito accantonato. Depp, amico personale di Thompson, l'ha trovato per puro caso nella cantina dello scrittore, abbandonato e dimenticato. Convinto della bontà dell'opera, ha spinto Thompson a pubblicarlo e ne ha acquistato i diritti per adattarlo. Sempre su volontà dell'attore, sceneggiatura e regia sono stati affidati a Bruce Robinson (noto principalmente per aver sceneggiato Urla del silenzio). Il libro è vagamente autobiografico, dato che Thompson visse a Puerto Rico negli anni '60 e tentò davvero di farsi assumere al San Juan Star.

Il film è una specie di rappresentazione del sogno americano al contrario, o meglio in negativo: mostra i lati peggiori del capitalismo e della razza bianca, in tante forme, non solo quella economica. I rapporti di potere e possesso tra le persone si declinano in vari gradi di sottomissione e sfruttamento. I soldi sono l'unica ragione di vita, l'alcool l'unico anestetico che permette a chi non li ha di sopravvivere. Nei modi di un thriller giornalistico, la regia dà vita ad un'amalgama strana di registri di genere, aggiungendoci spunti comici e momenti drammatici, nonchè parentesi surreali e visioni indotte da sostanze stupefacenti. La fotografia di Dariusz Wolski, che ricorre solo a luci naturali, nonché la scelta di filmare in pellicola 16mm, conferisce all'immagine oscurità e opacità, a rispecchiare un'atmosfera passata che può far venire in mente le atmosfere da esotismo delirante del Pasto Nudo cornenberg-borroughsiano nonché di un film come Chiedi alla polvere.

Noir senza essere giallo, disilluso senza essere disperato o acido, The rum diary ha pochi difetti, ma essi spiccano: molto prolisso e mancante di ritmo nella seconda metà, inconcludente ed ellittico nel finale, sembra non avere la capacità di definire un discorso che rimane abbozzato. La descrizione d'ambiente è ottima ed anche il suo valore metaforico è evidente, ma l'ambiguità dell'agire e della volontà del protagonista, fino alla fine incerto sul da farsi ed in definitiva sconfitto e fuggiasco, pone non pochi problemi riguardo una possibile pars construens, che sembra mancante. Inoltre il decisionismo che sembra pervadere Kemp nell'ultima parte non è affatto in linea col carattere inerte e remissivo che ha mostrato in tutto il film. Il personaggio così ben reso da un Depp in gran forma viene mortificato da un finale insoddisfacente a livello di scrittura che lo capovolge a farne per forza un eroe, mentre andava benissimo lasciarlo come l'alcolizzato ed inetto che era stato per la precedente ora e mezza (non sembra nemmeno avere i requisiti morali per effettuare tale cambio repentino d'atteggiamento). Il film è riscattato da un cast ben scelto e da una pregevole scenografia che restituisce una ricostruzione d'ambiente credibile e suggestiva. Efficace anche la colonna sonora.

Un buon film che avrebbe potuto essere ancor meglio con qualche accorgimento in sceneggiatura.

 

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