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9/10

Brazil regia di Terry Gilliam

Drammatico
recensione di Diego Sali

In un mondo dove la burocrazia e lo statalismo regnano incontrastati, anche una lettera sbagliata può essere fonte di malintesi .

Da questo errore nasce l’avventura di Sam Laurie, impiegatuccio represso dal lavoro e dalla madre, che in un ultimo slancio di ribellione ed amore non ricambiato si getta a capofitto in una impari lotta contro la perfetta macchina statale che tutto vede e tutto decide.

Di fianco a lui Harry Tuttle ( Robert De Niro ), tenterà di aiutarlo in questa sfida impossibile  tra bizzarri personaggi e visioni oniriche che hanno reso questa pellicola di Terry Gilliam una tra le più forti e allo stesso tempo irreali denuncie dello schiavismo istituzionale e “democratico”  a cui l’uomo moderno deve soggiogare.

 

Cos’è Brazil? Brazil è un allegro motivetto che riecheggia lungo tutta la durata del film, in uno stridente contrasto tra le atmosfere dell’ambientazione e la spensieratezza della canzone stessa.

Ma Brazil è anche evocazione: richiamo alla libertà che da sempre questa terra richiama (in modo errato e superficiale, è bene sottolinearlo) quasi in modo Pavloviano nelle nostre menti.

Terry Gilliam ha prodotto un capolavoro : pronti a essere smentiti, bien sur, ma la capacità con cui unisce messaggio visivo e denuncia politica è una rarità che difficilmente il cinema moderno è riuscita a regalarci.

Consapevoli si che l’omaggio a 1984 del sempreverde George Orwell non è minimamente velato da Gilliam, ma la trasposizione di quest’ultimo in un film che si puo definire fantascientifico, rende questa pellicola una pagina indelebile del cinema d’autore.

Non bisogna farsi ingannare dal grottesco, dalla bizzarria e dal classico humour che contraddistingue il regista sin dai tempi dei Monty Phyton. Queste prerogative sono anzi subordinate a un pessimismo ed una fatalità che nel film rispecchiano la debolezza dell’ individuo nei confronti del mostro che essi stesso ha creato.

Il mostro è lo stato. Il mostro è l’apparato che esso ha creato per controllarci e non lasciarci alcuna libertà che non sia fittizia ed inutile.

E proprio come in 1984, qui Sam e nel libro Winston, la ribellione e la consapevolezza hanno come punto di partenza l’amore nei confronti di una donna.

Sam (Jonathan Pryce), inizia a sognare di una fascinosa e misteriosa ragazza bionda, Jill (Kim Greist), che scoprirà essere la vicina di casa di un uomo ingiustamente arrestato per un errore di procedura , della quale Lui stesso deve occuparsi.

Inizia così nel tentativo di conquistarla,  un  percorso  frammentato da sogni immaginifici, dove a pochi passi dalla conquista si ritroverà a lottare contro una creatura gigantesca e imbattibile, che un volta tolta la maschera, scoprirà essere se stesso, vittima e carnefice allo stesso tempo.

In un susseguirsi di azione e imprevisti Sam riuscirà ad ottenere l’amore della ragazza ed arrivare fino alla cima della piramide di questo sistema, scoprendo amaramente che  esso funziona meglio di quanto non si creda e non concede la minima possibilità concreta di essere sconfitto, ma in un modo quasi cinico e perverso lascia che Sam scopra da solo le regole e il risultato finale del gioco.

Il fattore che più inquieta però è che fantascienza e realtà sono più vicine di quanto siamo portati a credere o a far finta di non vedere.

I ministeri, gli impiegati, le carte timbrate, i funzionari dei vari dipartimenti, il controllo capillare e gli archivi di ogni singolo cittadino; fermiamoci un secondo e proviamo a guardare la realtà che ci circonda: non è esattamente la stessa cosa? E non è forse che anche nel mondo reale è ormai dato di fatto che il controllo viene propagandato come male necessario per una maggiore libertà individuale?

Ci dispiace non poter analizzare, per mancanza di spazio, le critiche che Gilliam pone attraverso le sue immagini all’ipertecnologia (in contrapposizione alla paralisi statalista) , al falso mito del progresso e a tutta un'altra serie di tematiche, quali l’alienazione e la disindividualizzazione imperante della nostra epoca.

Rimane pero forte e chiaro, nonostante sia posto in modo allusivo ed allegorico dal regista, il messaggio: può il singolo individuo lottare contro il "SISTEMA" (in qualunque chiave politica esso sia interpretato) senza uscirne gioco forza sconfitto in partenza? E soprattutto il sacrificio individuale ha in sè un valore di ribellione comprensibile dalla maggioranza o rimane un martirio isolato che presto verrà messo nel dimenticatoio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

V Voti

Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 6 voti.
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alexmn 9/10
Slask 9/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo film) alle 22:12 del 10 marzo 2010 ha scritto:

Brazil, per me, è un bell'enigma, nel senso che non so bene dove e come inquadrarlo, e soprattutto non so nemmeno se mi piaccia per davvero. Diciamo che, dalle premesse, mi sarei aspettato un plot molto più sbilanciato sul lato "apocalittico", che sarebbe forse risultata anche la scelta, in ogni caso, più prevedibile, visto l'argomento trattato. Questa mistura di commedia nera e fantascienza, Orwell e Monty Python, alla prima visione come alla quinta, mi ha invece lasciato un po' perplesso. Vi sono indubbiamente delle trovate geniali, come l'allucinazione ad occhi aperti vissuta da Sam sulla sedia di morte con tanto di deflagrazione del "palazzaccio" e tragicomico funerale di sua madre, ma anche qualcosa che io percepisco come pedanteria (il legame affettuoso tra i due protagonisti, che sa molto da "Fahrenheit 451") e dei personaggi, come la figlia della vecchia amica della madre di Sam, troppo legati ad un immaginario macchiettistico. Cosa dire? Se non altro, non è sicuramente quello che ad una prima impressione potrebbe apparire. Anche nel finale: prevale l'umorismo nero, grottesco, oppure la disillusione più amara e feroce?