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6/10

E La Nave Va regia di Federico Fellini

Drammatico
recensione di Alessandro Pascale

1914: il piroscafo "Glora N." salpa dal molo n. 10 di un non meglio definito porto italiano con a bordo le ceneri della "divina" cantante lirica Edmea Tetua. Meta della crociera: l'isoletta dell'Egeo di Erimo, nelle cui acque, per ottemperare alle ultime volontà del soprano, le ceneri dovranno essere sparse. A bordo della nave stanno celebrità varie, nobili ed amici della defunta artista, descritti con un'ironia comprensiva ed impietosa al contempo stesso dal giornalista Orlando, a bordo per redigere una cronaca dell'evento. Il corso della storia irrompe però con forza: a Sarajevo il granduca Ferdinando è ucciso e la Prima Guerra Mondiale scoppia; contemporaneamente, il comandante della nave si trova costretto a dover soccorrere dei naufraghi serbi. In vista della meta, il piroscafo italiano incrocia una corazzata austriaca.

I vecchi critici militanti del “realismo socialista” avrebbero senz’altro accusato questo film di Fellini di “formalismo” o di altre amenità del genere. D’altronde i vecchi critici militanti in questione probabilmente sono ancora incapaci di apprezzare la qualsivoglia cosa che non si avvicini almeno un minimo ai canoni del neorealismo (e per Fellini il passaggio in questione è superato almeno dal 1963 con Otto e mezzo).

Il problema di E la nave va quindi non è sicuramente lo sfoggio di costumi, la regia aerea, la camera da presa curiosa che ondeggia come la barca su cui si svolgono i “non-eventi” (anche se rispetto all’enorme panfilo con maggiore maestria ed eleganza). Il punto è proprio in quel virgolettato qui sopra, che vuole evidenziare la trama asfittica e in fin dei conti quasi inesistente dell’opera: un viaggio in barca che in realtà appare fin da subito un’evidente viaggio nel vuoto, o nel nulla che dir si voglia.

Nient’altro che un pretesto costruito per consentire a Fellini di lasciarsi andare fanciullescamente alla rappresentazione di un mondo in disfacimento: quello dell’arte (nello specifico della lirica) e quello del vecchio mondo aristocratico. Entrambi in rovina e ormai inadeguati ai tempi moderni, si abbandonano in un viaggio (letterale e metaforico, anzi quasi metafisico) senza ritorno, intuendo e probabilmente accettando di evadere da una realtà non più consona alla propria stessa natura.

Eppure nel decadente percorso che conduce al declino questo stesso mondo trova l’occasione di rigenerarsi e di riscoprire il piacere della vita, sfruttando il contatto con il mondo degli umili (qui un gruppo di profughi serbi), che consente per un attimo di mettere da parte ipocrisie, vizi e nefandezze morali a favore della riscoperta di un senso umanitario e valoriale più profondo. Solo una ragazza accetterà integralmente questo “nuovo mondo” e il conseguente “salto” sociale, trovando in tale scelta la salvezza dalla catastrofe. Per gli altri il naufragio sarà in certi casi parodistico, in altri tragico.

Non c’è una via fissa per riprendersi dal contatto con il mondo reale (qui esemplificata dall’incontro-scontro con la nave austriaca, simbolo della guerra e più in generale delle atrocità di cui è capace l’uomo), e solo alcuni ce la fanno, senza che questi siano necessariamente i migliori o i più furbi. Il pessimismo dell’ultimo Fellini emerge qui in tutta la sua pienezza, appena temperato dalla maestosità dei costumi e da uno humour clownesco ormai in disarmo dopo i fasti del decennio precedente.

Basti pensare in tal senso al confronto con Prova d’orchestra, di quattro anni antecedente: entrambi speculari per molti versi (l’argomento musicale, il metacinema smascherato dagli stessi attori che si rivolgono sempre guardando in camera, la struttura narrativa a mosaico e discontinua, senza una vera e propria trama) eppure così diversi nell’attitudine che vi sta dietro: roboante, rivoluzionario, caotico e movimentista il primo, compassato, moderato, lento e statico il secondo.

Una serie di caratteristiche che sulla lunga si rivelano il peggior difetto dell’opera: una lentezza che in certi momenti diventa assai pesante da digerire. Da segnalare infine lo splendido inizio del film in versione cinematografo delle origini, con bianco-nero e didascalie a mò di spiegazioni. Un piccolo tocco di classe per un autore che anche quando non entusiasma mantiene un elevatissimo tasso di eleganza.

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