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9/10

Jackie regia di Pablo Larrain

Biografico
recensione di Stefano Oddi

All'interno della cornice narrativa dell'incontro-intervista tra il giornalista politico Theodore H. White e Jacqueline Kennedy, avvenuto una settimana dopo il tragico attentato di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Jackie ripercorre i quattro giorni della vita della first lady intercorsi tra la morte di JFK e il suo funerale.

 

I saw myself in the mirror: my whole face spattered with blood and hair. I wiped it off with Kleenex. History! [...] Then one second later I thought, why did I wash the blood off? I should have left it there, let them see what they've done. If I'd just had the blood and caked hair when they took the picture. Then later I said to Bobby: what's the line between history and drama? I should have kept the blood on.

[Jacqueline Kennedy – LIFE, 6 December 1963]

 

 

Don't let it be forgot, that once there was a spot, for one brief shining moment that was known as Camelot.

[Camelot - Alan Jay Lerner]

 

 

Primo film statunitense di Pablo Larrain e prima escursione del suo sguardo irriducibile, perennemente mutevole, non categorizzabile al di fuori delle coordinate geografiche e storico-sociali della sua nazione, Jackie si innesta senza scorie nello straordinario percorso autoriale inaugurato dal regista cileno nel 2006, configurandosi come una preziosa summa di tutti gli elementi costitutivi del suo cinema.

Nel descrivere – attraverso un frastagliato, elusivo e anti-lineare caleidoscopio di brandelli esistenziali e memoriali – i quattro giorni della vita di Jacqueline Kennedy (una magistrale Natalie Portman) sospesi tra la tragica mattina dell'attentato di Dallas e il funerale di JFK, Larrain ricataloga, rovescia e riplasma tutte le ossessioni tematiche ed estetiche che hanno fatto della sua breve filmografia una delle più indispensabili espressioni del cinema d'autore dell'ultimo decennio.

In Jackie riemerge, in primis, la drammatica consapevolezza del carattere sfuggente, inesprimibile della Storia, il senso profondo della sua ineluttabile oscurità, fil rouge della precedente produzione larrainiana. Pur penetrando per la prima volta in modo diretto luoghi, figure e depositari della storiografia pubblica e "ufficiale", il regista cileno ne rigetta l'intelligibilità: la Storia appare scalciante, ridotta a brandelli sparsi e fluttuanti, come accadeva nei suoi primi film. Essa si riflette sfocata nei finestrini delle auto e delle vetrine, scorre dietro a porte chiuse, attraversa cornette telefoniche lontane da chi ascolta e schermi televisivi messi a tacere al momento opportuno. La sua unica traccia reale, concreta, ineludibile sembra coincidere così (come accadeva in Post Mortem) con le viscere dei corpi falciati dalla sua scure e, nello specifico, con il sangue di JFK esploso sul volto e la gonna rosa di sua moglie, un significante prezioso che la donna tenta di conservare il più a lungo possibile, in un disperato appiglio alla possibilità di una verità tangibile che lei stessa sarà costretta a negare. First Lady di una nazione e prima donna protagonista del cinema di Larrain, Jackie modula e domina infatti il valore e il senso del vero nell'intervista con Theodore H. White (LIFE) che funge da struttura-contenitore all'interno del quale il film si sviluppa: è lei a ricostruire gli eventi, a selezionare il narrabile, a decretare lo scorrere della temporalità, a negare quanto l'immagine audiovisiva palesa ("I haven't said that!" diventa uno dei Leitmotive della sua "confessione"), a imporre censure e finzioni, a connotare l'individualità tutta umana di JFK di una commovente tensione epica, nel tentativo di trasformare la sua figura in un'immagine iconica di infallibilità eroica, la sua vita in modello, la sua storia in mito (tracciando peraltro un legame evidentissimo con il Neruda eternamente teso alla narrativizzazione epica del proprio destino, protagonista del precedente film di Larrain).

In questo senso, Jackie si propone, in linea con la generale insofferenza del suo autore alla rigidità delle strutture di genere, come un biopic essenzialmente negato: la strutturazione lineare di un'identità lascia il posto all'esposizione di un contradditorio groviglio di frammenti della stessa, il racconto di una vita cede all'incerto flusso di coscienza di un'anima colta in un momento di crisi non più narrativizzabile, se non nei termini di un caleidoscopio di affermazioni e negazioni costanti. Jackie ammette di aver dimenticato tutto eppure ricorda lo sparo, le grida convulse, il sangue, ogni istante (“I told everyone I can't remember. I can remember everything”), canalizza le sue energie nella sofferta mitizzazione del defunto Kennedy, idealmente connesso a Lincoln e alle figure del ciclo cavalleresco arturiano, e insieme ripiega egoisticamente quella tensione su sé stessa (“It wasn't for Jack or his legacy, it was for me”), tende senza soluzione di continuità alla gloria e all'anonimato, alla rinascita e al suicidio, alla vita e alla morte.

La rappresentazione biografica si trasforma così in ossimoro compiuto: la stessa Casa Bianca, grembo primordiale e luogo madre del film, esplode semanticamente nel corto circuito estetico che la vuole simbolico e universale referente del Pubblico e spazio del privato, del nascosto, del rimosso, nella grandiosa tensione costruita da Larrain tra le immagini del suo film, i materiali di repertorio e (in una progressione inarrestabile di ricostruzioni di secondo livello) i frammenti di A Tour of the White House with Mrs. John F. Kennedy (Franklin J. Schaffner, 1962), (ri)creati in una sorta di impossibile remake dal regista cileno.

Proprio la saturazione del filmico, l'uso di fonti eterogenee, la (magistrale) contaminazione del footage con le immagini diegetiche rivendica infine (come accadeva in No) un'attualizzante, sotterranea, parallela riflessione sulle coordinate epistemologiche della società postmoderna, digitale, massmediale, informatizzata. Se, citando Gianni Vattimo, oggi “non appare più possibile parlare della storia come qualcosa di unitario” ma, al massimo, come un campo aperto di molteplicità “in cui radio, televisione, giornali [diventano] elementi di una generale esplosione e moltiplicazione di Weltanschaungen, di visioni del mondo” (“La società trasparente” 1990), Jackie nella sua labirintica struttura di mascheramenti e rovesciamenti, si propone come dramma sull'impossibilità del narrare (il vero) nell'era in cui le dicotomie positivistiche sono crollate, l'immagine e il suo referente oggettivo non sono più distinguibili, il mito si è fatto Storia e la Storia mito.

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