Viaggio In Inghilterra regia di Richard Attenborough
DrammaticoTra il 1950 e il 1960, lo scrittore C.S. Lewis (chiamato Jack dai suoi amici) e l’americana Joy Gresham si conoscono ad Oxford, dove Lewis insegna e vive con suo fratello un’esistenza tranquilla, dedita al lavoro e ai suoi studi. Lei, in qualche modo, crea disordine nella sua vita, sconvolgendola e cambiando totalmente il suo punto di vista su ogni cosa. Dopo un periodo in cui si crea tra loro una profonda amicizia, Joy ottiene il divorzio dal marito alcolista e infedele e si trasferisce definitivamente in Inghilterra, con suo figlio Douglas; i due s’innamorano, ma lei si ammala di cancro e trascorre gli ultimi giorni della sua vita con Jack, in un appassionato viaggio nei luoghi più suggestivi della campagna inglese.
Il film di Richard Attenborough è delicato, profondo, classico, un’opera in cui la meticolosità formale è lo strumento per lasciare spazio a domande e dubbi che, lentamente, iniziano ad agitarsi nella mente di Jack, prima fermo nelle sue granitiche certezze e poi sempre più sconvolto da quello che prova e che non è pronto ad affrontare. È la storia di un uomo che legge e scrive per non sentirsi solo, che crea storie perché ha paura di affrontare la vita reale, perché non accetta il rischio in cui ci si potrebbe imbattere quando si decide di appartenere anche ad un’altra persona.
Gli Anni Cinquanta degli ambienti intellettuali inglesi sono riprodotti con una sorprendente accuratezza, con un ordine apparente che rispecchia una magia conservatrice tanto rassicurante, quanto artefatta. Le convinzioni, le teorie del professore universitario sono stabili, attraenti, perfette, così come può esserlo un bellissimo quadro che raffigura un paesaggio che non si ha il coraggio di andare a cercare, di esplorare nella realtà. La scenografia e le scelte stilistiche, rintracciabili in un codice cinematografico fatto di primi piani, intimi e raccolti e di immensi e suggestivi campi lunghissimi, confermano le legittime previsioni dello spettatore avvezzo a questo genere di storie, ma la sceneggiatura, i dialoghi, a momenti anche agguerriti, tra i due protagonisti, propongono una valida alternativa alla chiusura a cui è destinata una vita basata su risposte sicure e prevedibili.
Anthony Hopkins riesce a dare vita ad un personaggio convincente e intimamente tratteggiato e Debra Winger sa essere adorabile ma determinata, agguerrita ma amabilmente fragile. Lo sceneggiatore William Nicholson adatta al grande schermo un’opera teatrale creando una pellicola intensa e commovente che dà un’idea del suo obiettivo già dal titolo originale, Shadowlands, nome che viene dal ciclo di romanzi dello stesso Lewis, “Le cronache di Narnia”. Qui, il nostro mondo e tutti gli altri mondi sono chiamati "ombre" perché sarebbero solo una vaga rappresentazione della realtà nella sua pienezza.
Spesso ci si crea un personale equilibrio, un mondo in cui niente ci possa turbare, che siamo abituati a tenere sotto controllo, ma a che prezzo? A costo della totale perdita delle passioni, quelle tangibili, sofferte, tanto sconcertanti quanto meravigliosamente necessarie. “Perché dovremmo cercare la sofferenza?" Il professore sicuro di sé e certo delle sue teorie, all’inizio della storia, sosteneva che “Il dolore è il megafono di Dio per risvegliare un mondo sordo”. D’altra parte, l’uomo che ha fatto i conti con la sua esperienza, che ha avuto il coraggio di conoscere i segreti celati sotto la polvere dei suoi vecchi soprabiti nascosti in soffitta, è riuscito a comprendere che non ha senso avere dei sogni, ammirare un incanto eterno se non lo si cerca mai di raggiungere, come una “Valle Dorata” ritratta in un quadro, che si può interamente ammirare solo viaggiando e arrivando nel luogo tangibile in cui si trova.
L’unico modo per apprezzare interamente un attimo di felicità è saper accettare anche tutte le sofferenze e le passioni che fanno parte di esso, senza rinnegarle, ma affrontandole con il dubbio, con la necessità di trovare risposte a domande che probabilmente resteranno irrisolte. Così, talvolta, si traccia un confine immaginario tra pensiero e pratica, tra narrazione e realtà, dimenticando che nessuno dei due esiste senza il suo opposto, che bisogna aprirsi a tutto per avere la possibilità di comprendere le proprie necessità. Come si può desiderare qualcosa se non si prova il senso di mancanza per l’oggetto del nostro desiderio? Non si può amare e desiderare qualcuno senza accettare la possibilità di perderlo: non esiste soluzione all’incertezza, ma soltanto la forza con cui si affrontano le nostre paure. Questo è l’unico modo per non restare intrappolati tra le pagine di un libro o inerti ad ammirare un dipinto, ma per avere “La terribile audacia d'un momento d'abbandono, che una vita di prudenza non potrà mai revocare” (citando T.S.Eliot), la stessa audacia che ci esorta a vivere desiderando pienamente ciò che si ama, abbandonandosi all’imprudenza di pochi istanti che, da soli, valgono più di ogni incrollabile sicurezza.
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