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8/10

Bronson regia di Nicolas Winding Refn

Biografico
recensione di Fulvia Massimi

Diciannovenne introverso e incazzato, Michael Peterson cerca la notorietà rapinando un ufficio postale ma finisce in carcere, dove l’occasione di diventare famoso (con lo pseudonimo di “Charlie Bronson”) si fa ancora più ghiotta, in un crescendo di violenza e follia lungo trentaquattro anni.

Forse persuasi dal successo ottenuto a Cannes 2011 da Nicolas Winding Refn – Palma d’oro per la miglior regia grazie all’atteso Drive - i distributori italiani si decidono a far arrivare anche nelle nostre sale (a due anni dall’uscita britannica) il cult carcerario realizzato dal regista danese nell’intervallo tra il capitolo conclusivo della trilogia Pusher e Valhalla Rising.

Ispirato alla vera storia del “prigioniero più pericoloso del Regno Unito” (in carcere dal ’74 e per trent’anni in completo isolamento), Bronson si inserisce a pieno titolo nel filone britannico del biopic atipico, costruito per frammenti pesantemente romanzati e incentrato su una figura complessa (e complessata) ai limiti del surreale.

Apprezzato in RocknRolla di Guy Ritchie e più recentemente nel capolavoro onirico di Christopher Nolan Inception, Tom Hardy offre con Bronson una performance sorprendente, fondata su una capacità di mimesi interpretativa che nulla ha da invidiare a quella del connazionale premio Oscar Christian Bale. Ingrassato, rasato, nascosto dietro gli stravaganti baffi e i tic psicotici di Bronson (con cui l’attore inglese ha lavorato a stretto contatto), Hardy si trasfigura totalmente, assumendo la natura animalesca, l’istrionismo e la profonda solitudine del suo personaggio come fossero le proprie.

Sovvertendo le regole del genere biografico tradizionale, Refn (cui norme e convenzioni sembrano andare piuttosto strette) gioca con testi e paratesti cinematografici (ma non solo), procedendo per sottrazione ellittica e rarefazione dialogica e trovando nella recitazione “slapstick” di Hardy il veicolo per trasformare la propria opera in un film (quasi) muto.

L’interesse predominante per l’esplorazione degli aspetti visivi spinge il cineasta danese verso la decostruzione della linearità narrativa (attraverso una sceneggiatura dalla struttura non convenzionale, scritta a quattro mani con Brock Norman Brock) e l’intento deformante della messa in scena, improntata ad un grottesco iperrealismo, si esalta negli spazi claustrofobici dell’istituto di detenzione (penale e mentale) come nello squallore della vita piccolo-borghese di provincia, sui ring clandestini come nello spazio santificato (dall’ultimo fotogramma) della cella.

Sul tema del doppio la pellicola di Refn – riuscito pastiche stilistico – si struttura tanto a livello psicologico che drammaturgico: la follia schizofrenica di Charlie e le sue velleità artistiche trovano un corrispettivo nello sdoppiamento dell’impianto “narrativo”, che alla semplice voce-over del protagonista preferisce l’allestimento di un grottesco (avan)spettacolo teatrale (in cui Hardy, mimo inquietante e sessualmente bifronte, dà il meglio di sé) e l’esplicita interpellazione del pubblico, diegetico ed extra-diegetico.

Delle suggestioni kubrickiane che hanno indotto la critica al rischioso paragone con Arancia Meccanica Bronson conserva certamente l’innovazione formale, il gusto per l’anomalia e la commistione postmoderna degli stili nonché l’accostamento tra violenza gratuita (esplicitata nei suoi dettagli più raccapriccianti) e musica classica (da antologia la sequenza finale nell’atelier d’arte), riletto in un’ottica contrastiva che non ha, però, nulla a che vedere con gli intenti paradossalmente rieducativi del romanzo di Burgess.

Sebbene entrambi frutto di una ribellione sociale più o meno consapevole, inscritta nel clima sovversivo (a livello storico quanto cinematografico) dei Seventies (Kubrick per ovvia collocazione cronologica e Refn per ricostruzione filmica), Alex DeLarge e Charlie Bronson non partecipano della stessa forma di follia: la normalizzazione indotta e il pensiero critico maturato dal “drugo” nel suo contatto con la riabilitazione carceraria non trovano corrispettivi nella brutalità cieca di Bronson, showman della violenza alla ricerca di una realizzazione mediatica impossibile oltre le  sbarre.

Lighting cameraman per l’ultimo Kubrick, il direttore della fotografia Larry Smith lavora di saturazione cromatica e sporcatura dell’immagine, nella direzione di un uso straniante ed espressionista della luce, vicino più al ruvido (sur)realismo di Gangster n°1 di McGuigan (pellicola di cui Bronson condivide tanto l’etica che l’estetica) che non alle atmosfere pop e allucinate di Arancia Meccanica.

Nella scelta dei brani per la colonna sonora permane l’intenzione (anch’essa kubrickiana) di indirizzare la forma filmica verso valori visivo-sonori piuttosto che narrativi, imprimendo alla messa in scena un andamento ritmico-musicale attraverso il montaggio (di Mat Newman), attivo anche in senso "drammatico". La sintassi irregolare, infatti, confonde cronologie ed eventi, destrutturando la progressione biografica e riducendo il racconto ad un ruvido minimalismo, volto ad indagare le motivazioni psicologiche del personaggio piuttosto che la fenomenologia dei suoi comportamenti.

Il carattere eversivo del cinema di Refn ha così modo di dispiegarsi attraverso il concorso di coefficienti tecnico-artistici anti-convenzionali, elevando un’estetica della deformazione a esempio di fascinazione filmica. Praticamente sconosciuto in Italia se non nei circuiti web per estimatori di genere, Bronson potrebbe trarre giovamento dal prossimo passaggio in sala (nonostante la prevedibile penalizzazione “linguistica”) ma se la congiuntura distributiva non dovesse rivelarsi favorevole rimarrebbe in ogni caso titolo irrinunciabile per cinefili ed esploratori di nuovi orizzonti visivi.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 3 voti.
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alexmn 9/10

C Commenti

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alexmn (ha votato 9 questo film) alle 11:01 del 17 giugno 2011 ha scritto:

refn è un regista di gran talento. bronson è stupendo, così come la trilogia pusher (soprattutto il secondo). ma quello che veramente ho apprezzato di più è stato l'ultimo, drive. sarà che ho una passione per il noir (non solo al cinema), però è stata davvero una gran esperienza filmica. la trama non è niente di innovativo, ma la regia è superlativa. e poi, grazie al cielo, era in lingua originale!

tornando a bronson, se il paragone con kubrick potrebbe anche starci, refn sa affrancarsi da un riferimento così alto per creare un linguaggio fortemente suo e di gran valore, pur nella valenza forse più di spettacolarizzazione e un po' meno sostanziale. detto questo, è indubbio che le implicazioni dietro l'esistenza reale di una figura come bronson sono ampie e coinvolgono tutte le basi di un'intera società e dei suoi modelli di comportamento e di vita. il discorso sarebbe molto lungo

e non vedo l'ora di tom hardy diretto da nolan!!

hayleystark, autore, alle 11:46 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Anche qui una doppia recensione ci stava proprio.. Non hai idea di quanto ti invidi per aver visto Drive, è quel genere di film la cui attesa mi farà immensamente soffrire xD

alexmn (ha votato 9 questo film) alle 11:56 del 17 giugno 2011 ha scritto:

ho fatto il diavolo a quattro per potercela fare, però ringrazio immensamente chi organizza la rassegna di cannes (e venezia) a milano anche perchè la data d'uscita continua ad essere 'prossimamente' sui vari siti...uff.

in effetti una bella doppia recensione ci stava