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7/10

Only God Forgives regia di Nicolas Winding Refn

Thriller
recensione di Giulia Bramati e Alessio Colangelo

Julian vive a Bangkok con il fratello Billy. Quando quest’ultimo viene ucciso, la madre rientra dagli Stati Uniti per chiedere vendetta. Ma Julian conosce la causa dell’omicidio e non vuole intervenire.

Giulia Bramati (voto 6):

Non solo Dio perdona. Forse anche gli ammiratori di Nicholas W. Refn possono perdonarlo per questa sua nuova pellicola "Only God Forgives", che non convince.

A sua difesa, va detto che dopo aver girato un capolavoro come "Drive" è difficile riuscire a ripetersi, soprattutto se si utilizzano gli stessi mezzi a supporto di una sceneggiatura scialba.

Il regista cerca di non deludere le aspettative presentando un film che lui ha definito mistico per il suo sapore orientaleggiante. Ambientato nella periferia malavitosa di Bangkok, il film racconta la storia di Julian, uno spacciatore di droga solitario che passa le sue serate in compagnia di una prostituta. Quando suo fratello Billy viene ucciso, giunge dagli Stati Uniti la madre, decisa a vendicarlo. Julian rifiuta di accontentare la richiesta della madre perché conosce il motivo per cui il fratello è stato ucciso: a sua volta egli aveva violentato e ucciso la figlia del suo assassino.

Il film procede lento, la storia tarda a concretizzarsi. Refn cerca di trascinare lo spettatore in questa atmosfera buia e ambigua, ravvivata soltanto dalla potente colonna sonora di Cliff Martinez. La fotografia è perfetta, come del resto lo sono le luci, saggiamente disposte per ricreare ambientazioni suggestive. Viene fatto largo uso di luci al neon per creare particolari scenari, soprattutto luci rosse nelle scene in cui sono presenti prostitute e luci blu nelle scene di lotta. Già in “Drive", però, avevamo visto queste scelte, dunque Refn sembra ripetersi, senza aggiungere nulla di nuovo.

La narrazione procede attraverso i primi piani dei protagonisti, si predilige il silenzio alla parola. I dialoghi sono ridotti al minimo e non risultano particolarmente brillanti. Unica eccezione sono le battute affidate al personaggio della madre, interpretato da una sorprendente Kristin Scott Thomas, perfettamente a suo agio in un ruolo tanto diverso da quanto ci ha abituati a vedere finora. 

Ryan Goslin interpreta Julian e si cala anche nel ruolo di produttore esecutivo. Evidentemente l'attore ha creduto nel talento di Refn, che gli ha regalato un clamoroso successo affidandogli il ruolo di protagonista in "Drive". In "Only God Forgives" Goslin è piuttosto inespressivo - come del resto gran parte del cast.

Molte sono le scene di violenza che si susseguono nel corso della pellicola. Sin dall'inizio, quando Billy compie una carneficina, viene dato ampio spazio alla tortura e al sangue.

La regia non è maniacalmente curata come in "Drive". Refn è sì attento ai dettagli, come si intuisce dalla numerose inquadrature delle mani di Ryan Goslin, elemento centrale in tutta la pellicola, ma non si spinge oltre a questo. 

L'elemento più rilevante di "Only God Forgives" è dunque la fotografia. Il DP Larry Smith si dimostra attento a dare equilibrio alle inquadrature attraverso uno studio geometrico e cromatico: gli shots risultano molto ben bilanciati. Spesso, nelle scene in cui il protagonista Julian è solo, la macchina da presa viene posta in una stanza adiacente a quella in cui sta lui, provocando un effetto di cornice creato dal vano della porta che collega le due stanze. Questa scelta risulta funzionale alla narrazione.

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Alessio Colangelo (voto 8):

“È inutile chiedere a dio ciò che si può ottenere da soli.”  Alejandro Jodorowsky

Non esiste un solo fotogramma del film che non abbia una estrema estetizzazione dell’ immagine. Inquadrare per Refn è un atto che viene caricato di una serie di elementi che potremmo definire come segni, simboli, a volte metafore. Oggetti e uomini si mescolano in un cortocircuito metanarrativo immerso in una atmosfera perennemente satura di ogni tipo di cromatismo. Infatti l’uso del colore, esagerato ed eccessivo,  verrà sicuramente notato dallo spettatore (ricordiamo che Refn è daltonico) e si noterà inoltre come venga anch’esso risucchiato dalla violenza pervasivamente intrinseca ai personaggi Refniani. Il film, per certi versi astratto e permeato da una logica di raffigurazione a tratti onirico-simbolica, ci parla soprattutto della grande conflittualità interna all’essere umano diviso a metà tra la purezza e la dannazione. Mentre in Quentin Tarantino la violenza rappresentata diventa una forma artistica, ma anche un fine narrativo, nel regista danese la violenza assume il ruolo di paesaggio caricando la narrazione di immagini di luoghi chiusi e borderline;  raffigurando bordelli , sale da ballo, night club, strade deserte, il regista ci pone in un ambiente il più possibilmente degradato, ma con l’accortezza di rendercelo  quasi piacevole dipingendolo con colori forti e giocando anche con contrasti di luce particolari che riescono a spiazzare lo sguardo dello spettatore: ecco dunque il contesto nel quale il corto circuito estetico tra colore e violenza impone la sua  importanza rispetto alla narrazione. La macchina da presa si muove lentissima lasciando al montaggio il compito di velocizzare e rendere frenetica la messa in scena. Nessuna sfocatura, tutte le immagini sono nitide e chiare, ma è proprio nella loro composizione prospettica e cromatica che risiede la loro indecifrabilità. Il suono interviene a colmare la scena con rumori metallici, cupi brontolii che aumentano l’idea del surreale e del magico. Per certi versi le atmosfere ricche di luci al neon, (rossi accesi e blu elettrici) ricordano un po’ i deliri visionari di Enter The Void di Gaspar Noè anche se la raffigurazione dell’uomo,  nel film di Refn, tende ad includere l’essere umano all’ interno della rappresentazione con  schiaccianti primi e primissimi piani. Con dialoghi  ridotti all’essenziale il film lascia spazio alla convincente mimica degli attori: Ryan Goslin dimostra di essere un attore capace di dare molte sfumature ad un personaggio che preferisce l’azione alla parola;  notevole la performance di Kristin Scott Thomas qui alle prese con una very bad-mama per la quale la brama di vendetta finirà per ucciderla. Il tema centrale del film è proprio quello della vendetta e della punizione che il poliziotto spietato opera al di fuori della legge. Proprio come in un western trapiantato in Thailandia assistiamo alla implacabile distruzione di tutti i personaggi, nel finale ci viene da affermare che non resta nemmeno il poliziotto, ma solo la sua indiscutibile malvagità. Solo dio Perdona.

In conclusione possiamo affermare che Nicholas Winding Refn resta un regista con una propria precisa poetica filmica pienamente iscrivibile in uno stile citazionista e post-moderno, i suoi film sono pienamente “cinematografici”. L’unico difetto di  questo film  è la mancanza di una storia originale  capace di coinvolgere lo spettatore da un punto di vista narrativo, ma  Refn potrà forse stupirci di nuovo nel suo prossimo film I Walk With The Dead che ci porterà in nuovo violentissimo paradiso (o inferno?) visionario.

 

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 12 voti.

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alexmn (ha votato 8 questo film) alle 11:04 del 27 maggio 2013 ha scritto:

son davvero curioso di vederlo..già dal trailer e delle varie clip la fotografia pare 'na bomba!

Alessio Colangelo (ha votato 7 questo film) alle 19:01 del 27 maggio 2013 ha scritto:

Bella la doppia recensione. Due modi e due prospettive diverse di vedere il film...

tramblogy alle 1:33 del 2 giugno 2013 ha scritto:

Se vi piace sto film, non riesco piu a comprendere l essere umano...

alexmn (ha votato 8 questo film) alle 9:54 del 2 giugno 2013 ha scritto:

come diceva il saggio, mi farei delle domande e mi darei delle risposte

tramblogy alle 13:47 del 2 giugno 2013 ha scritto:

Le domande sempre....sono le risposte che non arrivano...

alexmn (ha votato 8 questo film) alle 13:58 del 2 giugno 2013 ha scritto:

con quest'ultimo refn arrivano dopo giorni..una lunga digestione..

tramblogy alle 14:54 del 2 giugno 2013 ha scritto:

No fidati questo film e' digeribilissimo...scivolato nel cesso senza l uso dei succhi gastrici ....di una leggerezza....tenerezza...ma per la scott thomas questo e altro.

misterlonely (ha votato 8 questo film) alle 4:19 del 3 giugno 2013 ha scritto:

l'atto definitivo di smarcamento di Refn dal cinema mainstream e dalla pericolosa onda del successo che dopo Drive rischiava di farlo diventare in fretta un'icona modaiola alla Tarantino. per i 90 minuti del film era come se sullo schermo ci fosse scritto "e adesso faccio quello che cazzo mi pare". sì, il film non avrebbe mai avuto una distribuzione del genere se non fosse stato per Ryan Gosling e per la scia lasciata da Drive. in ogni caso quel che resta è un film affascinante, con degli incomprensibili scivoloni di sceneggiatura (il dialogo a tavola della madre a proposito del pene del fratello morto) ma con una fotografia ed una regia talmente curate e ricercate da rendere impossibile una una stroncatura vera e propria, anzi. sicuramente un film che crescerà con il tempo. da vedere e da studiare.

misterlonely (ha votato 8 questo film) alle 4:19 del 3 giugno 2013 ha scritto:

l'atto definitivo di smarcamento di Refn dal cinema mainstream e dalla pericolosa onda del successo che dopo Drive rischiava di farlo diventare in fretta un'icona modaiola alla Tarantino. per i 90 minuti del film era come se sullo schermo ci fosse scritto "e adesso faccio quello che cazzo mi pare". sì, il film non avrebbe mai avuto una distribuzione del genere se non fosse stato per Ryan Gosling e per la scia lasciata da Drive. in ogni caso quel che resta è un film affascinante, con degli incomprensibili scivoloni di sceneggiatura (il dialogo a tavola della madre a proposito del pene del fratello morto) ma con una fotografia ed una regia talmente curate e ricercate da rendere impossibile una una stroncatura vera e propria, anzi. sicuramente un film che crescerà con il tempo. da vedere e da studiare.

alejo90 (ha votato 8 questo film) alle 9:05 del 12 giugno 2013 ha scritto:

Marshall McLuhan scriveva che "il tatto è un rapporto tra tutti i sensi e non il contatto isolato tra pelle e oggetto". Questo film è profondamente "tattile", sia nel coinvolgimento sinestetico cui obbliga lo spettatore (immerso in un caleidoscopio di suoni ed in una cacofonia di colori), sia nella sua fissazione per le mani di Julian (il fratello "debole", interpretato da Ryan Gosling), offerteci in primi piani distribuiti nell'arco di tutto il film. Mani arrendevoli che vorrebbero essere forti, che si stringono in pugni chiusi (sete di potere o frustrazione per la propria incapacità?) o tendono lentamente verso soglie proibite (in una metafora fallica che evoca complessi di castrazione e sogni edipici non troppo velati). Qui sono i sensi, più che i fatti, a contare: la vista - quella spettatoriale, indebolita da zone d'ombra e riprese in notturna, ostacolata da impervie architetture in cui luci contrastanti filtrano da ignoti recessi; quella di Julian, persa in un vuoto che sembra renderlo non molto cosciente di quanto accade attorno a lui, più concentrata su una lama di spada che pre-vede nella sua mente - e l'udito - quello spettatoriale, vezzeggiato dai brani elettronici di Cliff Martinez; quello dei personaggi, permeato di insulti, minacce, urli di spavento, supplica, dolore - diiventano categorie che vengono prima della narrazione in ordine di importanza, anzi se ne fanno carico in vece della scrittura, che rinuncia quasi totalmente a didascalie verbali, inquadramenti sociologici o esposizione razionale degli eventi (o meglio, a esposizione di eventi razionali). Se la verosimiglianza, la classicità e la linearità non sono certo il forte del film - il che spiega la delusione di buona parte del pubblico, ansiosa di assistere ad un altro Drive - Solo Dio perdona ha dalla sua una carica nuova per Refn, un qualcosa che prima non c'era, un qualcosa che rende compiuto questo film e che, mancando, rendeva inconcludente Valhalla Rising (il suo film che, a mio parere, più assomiglia a quest'ultimo): una poetica oltre che uno stile. Una visione del mondo oltre che una tecnica. Un'idea di (sete di) vendetta e di (assenza di) perdono molto personali e per certi versi alternativi alla maggior parte dei film inerenti questi argomenti.

E poi la violenza.

Tanta violenza.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo film) alle 22:42 del 30 dicembre 2013 ha scritto:

concordo con la vicinanza a Valhalla Rising, di cui riprende l'atmosfera rarefatta.

Da Bronson invece riprende la violenza esasperantemente fine a sè stessa, in un pulp che non è un pulp, ma viene sommerso in fotografie e scenografie al limite del surreale e dell'onirico, andando a sfiorare il Kubrick più visionario, o se volete anche un po' di Lynch. Tanta tanta desolazione comunque, catturata con complicità implacabile da Refn. Drive era un'altra cosa. Qui però si rimane su livelli notevoli. Concordo sulla bella prova di Kristin Scott Thomas. Gosling forse poteva fare di più in effetti. Va bene che ha il ruolo dell'antieroe un po' depresso e passivo, però insomma, a volte sembra quasi che ci goda in quella sua posa da "bello maledetto"

Stefano Luigi Maurizi (ha votato 10 questo film) alle 22:49 del 4 novembre ha scritto:

Per me il miglior Refn, sensazionale, uno dei migliori 10 film del nuovo millennio

alexmn (ha votato 8 questo film) alle 20:30 del 5 novembre ha scritto:

il miglior refn mi sembra davvero eccessivo. un film che è quasi solo forma (meno di drive, le scene visivamente interessanti qui sono quasi soltanto quelle del trailer) e ha una scrittura veramente povera sia a livello di trama che di personaggi..se questo è 10, drive è 18 e la trilogia pusher 20.