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7/10

Magic in the Moonlight regia di Woody Allen

Commedia
recensione di A. Graziosi

 L’illusionista cinese Wei Ling Soo (Colin Firth) è il più celebrato mago della sua epoca, ma pochi sanno che il suo costume cela l’identità di Stanley Crawford, uno scorbutico ed arrogante inglese con un’altissima opinione di sé stesso ed un’avversione per i finti medium che dichiarano di essere in grado di realizzare magie. Convinto dal suo vecchio amico, Howard Burkan (Simon McBurney), Stanley si reca in missione nella residenza della famiglia Catledge, in Costa Azzurra: Grace la madre (Jacki Weaver), Brice il figlio (Hamish Linklater) e Caroline la figlia (Erica Leerhsen). Si presenta come un uomo d’affari di nome Stanley Taplinger per smascherare la giovane ed affascinante chiaroveggente Sophie Baker (Emma Stone) che risiede lì insieme a sua madre (Marcia Gay Harden). Sophie arriva a villa Catledge su invito di Grace, la quale è convinta che Sophie la possa aiutare ad entrare in contatto con il suo ultimo marito e, una volta giunta lì, attira l’attenzione di Brice, che si innamora di lei perdutamente. Già dal suo primo incontro con Sophie, Stanley la taccia di essere una mistificatrice facile da smascherare. Ma, con sua grande sorpresa e disagio, Sophie si esibisce in diversi esercizi di lettura della mente che sfuggono a qualunque comprensione razionale e che lasciano Stanley sbigottito. Dopo qualche tempo, Stanley confessa alla sua adorata zia Vanessa (Eileen Atkins) di aver iniziato a chiedersi se i poteri di Sophie siano reali davvero. Se così fosse, Stanley si renderebbe conto, che tutto sarebbe possibile e le sue convinzioni verrebbero a crollare. Quello che segue è una serie di eventi magici nel vero senso della parola e che sconvolgeranno le vite dei personaggi. Alla fine, il migliore trucco messo in mostra in Magic In The Moonlight è quello che inganna tutti quanti noi.

Come ogni anno, torna Woody Allen a deliziarci regalandoci un nuovo film: già cominciare la visione con il suo amato tipico “carattere tipografico” troneggiante da sempre nei titoli è un'emozione. Magic in the Moonlight in particolare è poi una graziosissima “bomboniera”, da gustarsi in tutta tranquillità in tutto il suo splendore. Siamo di fronte ad un film che sprizza gusto da tutte le parti in ogni possibile scelta. Fotografia incantevole, costumi di una fattura e bellezza rare oggigiorno, inquadrature dalla composizione così perfetta da sembrare quadri.

Dopo la durezza di Blue Jasmine, il grande maestro newyorkese si lascia andare per un attimo concedendosi una storia all'insegna della leggerezza e ispirata alle screwball comedy degli anni Trenta e Quaranta, un contesto in cui il massimo problema della vita può anche esser quello di riuscire a comunicare e intendersi con uno spirito per nulla affine al proprio. Quali attori più adatti e retrò di Colin Firth e Emma Stone per lo scopo?

L'argomento ricorrente è uno di quelli cari da sempre ad un certo filone alleniano, ovvero se credere o meno ad aldilà, fenomeni metafisici, spiritici, etc. In particolare sul piatto della bilancia viene messa la tranquillità incosciente che può possono dare la credenza, l'irrazionalità, la magia versus il cinismo di chi passa la vita solo a smascherare credenze altrui e a chiudersi misantropicamente in camera propria. Il trucco per cercare di avvicinarsi alla felicità sta nel mezzo, ovvero di farsi guidare dall'irrazionalità almeno in ambito sentimentale, dove non c'è ragione che tenga.

Il vero peccato è che, nonostante tutto questo materiale bellissimo di cui è costituito Magic in the Moonlight, l'insieme non risulta sempre vitale ma al contrario leggermente scritto e costruito, soprattutto nel secondo atto, dando luogo ad un film a tratti tendente al manieristico. Rimane comunque in ogni caso un film da vedere, piacevole.

Estremamente interessante è il discorso metafilmico sotteso riguardo i trucchi magici e l'illusione scenica, che non possono che rimandare alla concezione di Woody Allen stesso del cinema come “trucco” per ingannare la paura della morte: Woody ha avuto ed ha la fortuna, vista la sua immensa bravura, di usare il cinema lavorando incostantemente ad un film dopo l'altro “costruendo illusioni”, mentre noi comuni mortali possiamo godere dell'aspetto del piacere visivo di questa illusione chiamata cinema e godere di un “elefante che scompare”, cosa che può restituire per un po' senso e piacere alla vita, come fa Mickey Sachs/Allen in Hannah e le sue sorelle grazie alla sala cinematografica che proietta i Fratelli Marx. Insomma Allen mago e illusionista, noi pubblico in cerca di nuove illusioni di cui nutrirci.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 3 voti.
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alexmn 7/10

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