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8/10

La Quinta Stagione regia di Peter Brosens, Jessica Woodworth.

Drammatico
recensione di Ivana Mette

In un villaggio delle Ardenne, le vite di due adolescenti, Alice e Thomas, si intrecciano a quelle di altri abitanti, in uno scenario desolato dove domina “lo zio inverno”, il quale non si decide a lasciare spazio alla primavera. A causa di una misteriosa calamità, le stagioni si trovano infatti sconvolte e la natura mostra i suoi aspetti più desolati, mentre gli animali continuano a portare avanti il letargo. Solo l’arrivo di un apicoltore sembra far ritrovare agli abitanti un po’ di speranza, ma sarà soltanto un rito pagano a dare la possibilità di sventare la scomparsa della civiltà.

Giunti al capitolo conclusivo della trilogia sul rapporto uomo-natura, Brosen e Woodworth propongono un prodotto estremamente elegante e curato. Le scene costruite con il formalismo dei tableau vivant del XIX secolo, dove però l’elemento umano ha una sua ragione d’essere ed interagisce col mondo circostante. A tal fine si è optato per l’utilizzo per lo più di camera statica. Nessun movimento di macchina frenetico e caotico. Riprese per lo più ad altezza uomo , con campi lunghi e a figura intera, con pochi piani americani e inquadrature dal basso. I movimenti di macchina mostrano una quasi totale assenza di dolly, con spostamenti lineari e piani sequenza mai eccessivamente lunghi.

Il simbolismo messo in scena fa trasparire l’intenzione dei registi di mettere in evidenza il difficile rapporto con la natura. Rapporto dato non soltanto da un immersione fisica dei personaggi nel paesaggio rurale che, per quanto arido e spoglio, rappresenta quella che è la loro interiorità e i loro sentimenti, andando quasi a fondersi con essi con movimenti quasi statici; ma anche nelle conversazioni con un gallo (che si verificano all’inizio e verso la fine del film) unico animale che pare essersi adattato all’alterazione delle stagioni, seppur con importanti ripercussioni: egli infatti non canta più. Tale perdita è anche una perdita dell’uomo stesso circa la cognizione del tempo e dello spazio, ritrovandosi a fluttuare in un limbo dal quale non riesce ad uscire. L’uomo attraverso quei dialoghi animaleschi livella il suo essere a quello del gallo.

Risalta subito allo sguardo, sin dalla prima inquadratura, l’utilizzo sapiente dell’illuminazione che arriva a rappresentare l’environment filmico e la sua atmosfera. Da essa spiccano colori che talvolta si fondono col paesaggio, permettendo al personaggio che li porta una fusione con l’ambiente. Altri invece spiccano come a segnare il distacco tra natura e uomo e la predominanza della prima sull’elemento umano, il quale continua a muoversi in essa con inerzia, in una formula che vagamente ricorda quella dei personaggi di Gus Van Sant.

La costruzione scenica fortemente pittorica, che può sembrare rievocare Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, ha in sè insita una forte angoscia ed un mood contemplativo. E all’interno di essa si dipanano i personaggi avvolti da un alone suggestivo da disaster movie post apocalittico, seppur caratterizzato da un’alta soavità e ricercatezza. La composizione risulta essere estremamente armonica, elevando le altisonanti rappresentazioni e costruzioni fotografiche al di sopra di una trama che nel suo complesso risulta essere eccessivamente piatta e banale.

A fare di questa opera una degna rappresentante del cinema d’autore nordico, che certamente va ad arricchire, è sicuramente altro. E tali elementi di ricchezza vanno ricercati nell’intento registico di mettere in scena la ribellione della natura verso i soprusi dell’uomo, il quale si ritrova dunque costretto ad abbandonare un ecosistema che gli è ostile, per muoversi alla ricerca di altri mondi abitabili. Seguendo la falsa riga di prodotti più commerciali di film di genere del filone fantasy, La Quinta Stagione arriva ad intrecciare realtà immersive apocalittiche con l’esoterismo dei riti pagani e delle superstizioni, in un mix di magia e realtà nella quale la figura umana risulta essere quasi un ospite indesiderato, che va a dimostrare ancora una volta il suo bigottismo e la sua propensione verso la distruzione. Emblematica a tal fine è l’esecuzione dell’apicoltore.

In conclusione, il film risulta essere la conferma della sapienza e abilità dei due coniugi belgi che nel loro cinema sperimentale ridanno valore e solennità all’arte, prendendo in esame un tema che risulterà sempre essere contemporaneo. Lasciano l’animo dello spettatore in preda ad un intenso stato di angoscia, conseguente alla presa di coscienza di una realtà inquieta e pronta ad implodere su di essa senza lasciare dietro di se alcuna speranza.

 

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IvanaM 8/10

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