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5/10

Il Grande Match regia di Peter Segal

Commedia
recensione di Alessandro Pascale

Billy "The Kid" McDonnen (Robert De Niro) e Henry "Razor" Sharp (Sylvester Stallone) sono due pugili rivali ormai in pensione. Nonostante siano passati più di trent'anni dal loro ritiro, non hanno smesso di odiarsi e la loro rivalità non si è mai placata. Trent'anni dopo il manager di Bill, in uscita di un videogioco, organizza a quest'ultimo un incontro con la società per registrare i movimenti del suo personaggio. Ma anche Henry si trova lì per lo stesso motivo e, dopo una scaramuccia, i due si azzuffano. Un video della rissa circola in rete e la gente torna ad interessarsi alla loro faida. Per regolare i conti, dunque, decidono di sfidarsi in un ultimo epico scontro. Nel preparare il match, tuttavia, riemergono le loro problematiche personali e fisiche.

Era estremamente probabile che il grande clamore creato attorno a Il grande match finisse in un nulla di fatto. E così purtroppo è stato. L'attesa era stata montata ad arte: da un lato Sylvester Stallone, alias Rocky Balboa, dall'altro Robert De Niro, indimenticabile Toro Scatenato nel capolavoro di Scorsese. Al centro un ring, in cui far combattere due leggende del cinema sulla boxe (e non solo), nonostante fossero ormai un (bel) po' stagionate, giunte ormai oltre la sessantina.

Ce la si poteva giostrare in tante maniere, anche se chiaramente la vis comica era quella più adeguata. Così ha provato a fare Peter Segal, nome non eclatante ma con un dignitoso curriculum di mestierante alle spalle. Il risultato però non regge: gli unici efficaci sprazzi di comicità vengono dalla verve dell'istrionico De Niro, che nei panni di un bolso Billy "The Kid" McDonnen risulta inarrivabile quando esulta come un bambino in mezzo alla strada alla notizia che potrà avere il tanto atteso scontro finale atteso da trent'anni. Avversario l'ormai operaio Henry "Razor" Sharp, cioè lo Stallone di sempre: serio, impettito, muto, incapace di articolare un qualsiasi sprazzo di espressività. Hanno provato ad affiancargli un vecchio scorbutico ma simpatico come Alan Arkin a fargli da allenatore, ma evidentemente stare a fianco di Stallone ha depresso pure lui. Decisamente fuori luogo e poco riuscita la presenza di Kevin Hart nel ruolo del “Don King” di turno: né carne né pesce, anzi molto imbarazzo.

Per riempire i buchi di un soggetto costruito sostanzialmente sull'attesa dello scontro finale c'è di tutto: l'America colpita dalla crisi in cui gli operai vengono mandati a casa (senza troppi drammi, c'è da dire); i vecchi che nessuno vuole e per i quali le case di cure sono salate anche per i vecchi amici a loro debitori; famiglie che si ricompongono attraverso un percorso di formazione giostrato con escursioni nel taglio drammatico (Jon Bernthal, il “figlio spuntato fuori dal nulla”) e sentimentale (una Kim Basinger espressiva come un ghiacciolo) che appesantiscono la vicenda, già debilitata da una sceneggiatura debole anche sul piano delle battute.

I momenti migliori e più vivaci sono alla fine quelli in cui Stallone e De Niro si scontrano, dentro e fuori dal ring. Nonostante tutto anche il finale boxistico riesce a reggere non scadendo nel ridicolo, riuscendo anzi a dare i momenti migliori di un'opera altrimenti assai vacillante, e comunque insufficiente per forma e contenuti. Meglio non pensare ai bei tempi andati di Rocky e Toro Scatenato...

V Voti

Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 3 voti.
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K.O.P. 7/10

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SanteCaserio (ha votato 6 questo film) alle 20:13 del 13 gennaio 2014 ha scritto:

Sarà merito di Alan Arkin, o del fatto che mi aspettavo di peggio, o forse è il fatto che riesco a digerire Stallone. Giuste le critiche e la recensione, ma resto convinto che non era facile evitare di scadere nel ridicolo con un De Niro 70enne a tirare di boxe.

Altair882 (ha votato 6 questo film) alle 19:29 del 11 giugno ha scritto:

Remake di un incontro "estremo" di boxe tra stallone e de niro tutto da ridere. Non un film eccezzionale ma può divertire...