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8/10

Mezzogiorno di fuoco regia di Fred Zinnemann

Western
recensione di Jacopo Rossi

È una tranquilla giornata di giugno nella cittadina di Hadleyville. Lo sceriffo Will Kane si è appena sposato con la giovane quacchera Amy ed è in procinto di dare le dimissioni, quando all’improvviso irrompe la notizia che, col treno di mezzogiorno, arriverà in paese una banda capeggiata da Frank Miller, un criminale arrestato da Kane cinque anni prima, adesso in cerca di vendetta. Anziché darsi alla fuga come vorrebbe la neosposa, lo sceriffo cercherà con ogni mezzo di organizzare la difesa del villaggio reclutando fra la popolazione degli agenti di sicurezza: ma i cittadini, compreso il giovane vicesceriffo Harvey Pell, per codardia o per altri motivi rifiuteranno tutti di offrire il loro aiuto, e a Kane non resterà altro da fare che affrontare Miller da solo.

Era il 1952, e nella Hollywood di allora un film come High noon non mancò di destare qualche perplessità. Fu considerato troppo “europeo” il regista austriaco Fred Zinnemann per un genere prettamente statunitense come il western; troppo anziano il divo Gary Cooper per il ruolo di protagonista; troppo rischiose le implicazioni politiche del tema di fondo – la denuncia acuminata del conformismo e della vigliaccheria umana – che in tempi di maccartismo non potevano non destare sospetti nella commissione per le attività antiamericane: tanto più che lo sceneggiatore Carl Foreman era un intellettuale di sinistra destinato in seguito a finire nelle liste nere di Hollywood.

A dispetto di tutto questo l’opera si aggiudicò quattro meritati oscar (attore protagonista, canzone, montaggio, colonna sonora), un consenso pressoché unanime di pubblico e critica e un posto stabile nella storia del cinema. Rivisto oggi il film di Zinnemann può apparire un po’ invecchiato nello schematismo delle psicologie e delle dinamiche, ma si conferma come un luminoso esempio di western se non proprio intellettuale (come sostennero alcuni critici), sicuramente “adulto”: tanto tradizionale nell’ambientazione e nei personaggi quanto innovativo nelle tematiche e nell’impianto della storia, ispirata a un racconto di John W. Cunnigham.

Caso quasi unico nella storia del cinema, il tempo dell’azione e quello della proiezione coincidono: l’ora e mezzo che intercorre fra il matrimonio di Kane e l’arrivo di Miller va di pari passo con la durata della pellicola. Il film è puntellato di inquadrature di orologi, e sfrutta bene l’inesorabile scorrere del conto alla rovescia come mezzo per accrescere la suspense: eppure l’attenzione non è incentrata tanto sul duello fra il protagonista e il villain – che occupa solo qualche minuto prima dell’epilogo – quanto sugli avvenimenti che lo precedono. In quell’ora e mezzo di spossante attesa, di fronte all’irriducibile senso morale dello sceriffo che in perfetta solitudine si sente in dovere di difendere fino alla fine la propria città (l’interpretazione di Cooper è ammirevolmente sobria e misurata), a poco a poco vengono a galla la viltà, il conformismo, la cattiveria e il rancore represso di uomini e donne fino ad allora considerati amici.

L’allusione alle vergognose conseguenze del maccartismo è sin troppo evidente. Ma anche senza privilegiare questa chiave di lettura, la visione che emerge dal quadro è tutt’altro che indulgente e consolatoria. Ai tempi destò sconcerto il (bellissimo) finale, dove Kane scaglia il distintivo a terra (un gesto di cui bene si ricorderà Don Siegel venti anni dopo in Dirty Harry) e lascia Hadleyville senza degnare di una sola parola la folla dei cittadini che nel rapido volgere di un’ora e mezzo hanno calato la maschera e rivelato tutta la propria meschineria.

Il bersaglio della denuncia è insomma chiaro: il cieco conformismo della masse. Da un lato quelli che per ambizione o risentimento non esitano a salire sul carro del vincitore: come il vicesceriffo Pell, che negherà ogni aiuto a Kane dopo che questi ha rifiutato di promuoverlo. Dall’altro quelli che per non incorrere nei guai si danno alla fuga o si rifugiano nell’indifferenza e nel silenzio: come la moglie di Kane, una quacchera ostinatamente contraria alla violenza (l’interprete è una Grace Kelly al primo ruolo importante) che alla fine per difendere il marito rinuncerà al proprio cieco pacifismo e interverrà nel duello sparando ad uno degli scagnozzi di Miller.

Si può forse rimproverare a Zinnemann, a Foreman e al produttore Stanley Kramer (da sempre artefice e promotore di un cinema “civile” e impegnato) di aver un po’ sacrificato l’approfondimento psicologico dei personaggi rispetto all’illustrazione sin didascalica della tesi di fondo: ma certo non si possono mettere in discussione la sincerità delle intenzioni, frutto di uno spirito autenticamente democratico e progressista, né l’impeccabile realizzazione del progetto, dovuta alla convergenza di alcuni fra i migliori talenti di Hollywood.

La gran parte del merito va ovviamente alla regia di Zinnemann che, l’anno prima di dirigere il dramma antimilitarista Da qui all’eternità, offre un mirabile distillato del suo stile sobrio e rigoroso (mai un eccesso d’enfasi, mai una sottolineatura eccessiva), “ritmando” gli stacchi delle inquadrature sui ritmi ossessivi della colonna sonora. Ma non vanno dimenticati gli apporti dell’operatore Floyd Crosby, responsabile della una luminosa fotografia in b/n, e del compositore Dimitri Tiomkin, autore di un’eccellente partitura costruita sulle variazioni della canzone Do not forsake me, oh my darling.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 2 voti.

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dalvans (ha votato 10 questo film) alle 0:24 del 12 ottobre 2011 ha scritto:

Indimenticabile

Il primo ed unico capolavoro di Zinnemann