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9/10

La Prima Notte Di Quiete regia di Valerio Zurlini

Drammatico
recensione di Maurizio Pessione

Il professor Daniele Dominici ottiene un incarico temporaneo in un liceo di Rimini. Fra le allieve della classe che gli è stata assegnata c’è Vanina, una ragazza molto bella ma stranamente malinconica, negativa ed introversa. Alcuni suoi compagni fanno spesso delle battute allusive nei suoi confronti. Vanina frequenta un ricco ed equivoco personaggio del posto, Gerardo, che la maltratta, inganna e tradisce. Daniele convive con Monica ma oramai non hanno più nulla da dirsi, stanno insieme per abitudine e disperazione. La loro unione è per Daniele l’espressione della sua vita in generale: vuota, senza illusioni ed obiettivi. Le uniche cose che l’attraggono ancora sono la poesia e l’arte. Nell’incontrare Vanina è come se improvvisamente avesse riconosciuto un quadro di valore in mezzo a tanti falsi ed è un colpo di frusta per lui, che se ne innamora perdutamente, riconoscendo in lei la sua stessa apparentemente insanabile tristezza. Nonostante le minacce della madre della ragazza e la pessima reputazione che gode Vanina presso la compagnia che frequenta, dopo uno scontro con Gerardo, che segue ad una notte d’amore trascorsa con la ragazza, Dominici decide di rifarsi una vita scappando con lei, anche se Monica minaccia di suicidarsi. La prima notte di quiete non ha però nulla a che vedere con Vanina ed il futuro che intendono trascorrere assieme.

…La prima notte di quiete è un verso di Goethe, è la morte. Esprime l’idea che l’uomo nella sua traversata della vita ambisce a un riposo che solo la morte potrà dargli. Ma parlare di questo film non mi è molto gradito; era un film pieno di cose, di cose che giudico importanti, e che nel film invece non ci sono. All’origine, si trattava del terzo episodio di un film che non ho potuto fare, che non mi hanno lasciato fare, ‘Il Paradiso all’Ombra delle Spade’… Ed era una sceneggiatura molto bella. La necessità di avere una coproduzione e di avere Delon – la presenza di Delon, la volgarità di Delon – mi ha costretto a considerare solo in parte il copione e le ambizioni del progetto. Da un certo momento in poi ho solo cercato di finire alla svelta, più alla svelta possibile. La lavorazione di quel film è stata semplicemente una tortura.” (Valerio Zurlini in “Il cinema italiano d’oggi” di Faldini & Fofi, Mondadori 1984).

È piuttosto sorprendente leggere questo commento dello stesso regista Valerio Zurlini riguardo la sua opera, soprattutto considerando che per molti è diventata un vero e proprio cult ed è ritenuta un capitolo fondamentale della cinematografia nostrana degli anni settanta.

Winston Churchill diceva che ‘un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà, mentre il pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità’. Il professor Daniele Dominici (Alain Delon) non è né l’uno, né l’altro: è ateo e nichilista, nel senso che non ha più aspettative, non ha più speranze ed ha già messo da parte ogni illusione pur essendo soltanto intorno ai quarant’anni. Siamo nel periodo della contestazione giovanile del sessantotto, della quale a lui però non frega niente: ‘Per me neri o rossi siete tutti uguali, i neri solo più cretini’, risponde ai suoi allievi quando lo sollecitano ad esprimersi in merito. Eppure con loro ha un rapporto franco e tollerante come non sono abituati ad instaurare con gli altri insegnanti. In realtà la sua non è complicità, né una maniera anticonformista di fare pedagogia: semplicemente non gliene importa nulla neppure dell’insegnamento e lo dice con franchezza sia all’attonito preside (Salvo Randone) che alla sua stessa classe quando afferma che lui al massimo può ‘spiegare perché un verso del Petrarca è bello e presumo di saperlo fare’ ma senza volerlo imporre a nessuno. Siamo insomma esattamente all’opposto rispetto all’ottimismo del professor Keating di L’Attimo Fuggente il quale metteva tutto il suo entusiasmo ed il suo metodo didattico fuori dalle convenzioni al servizio dei suoi allievi, ritenendo che una società migliore debba essere costituita da persone capaci di ragionare con la propria testa senza seguire pedissequamente le regole definite da altri.

Daniele invece è un uomo che non si aspetta più nulla dalla vita, sopravvive per inerzia, come se avesse l’elettroencefalogramma piatto, senza avere il coraggio e la voglia di farla finita in una società nella quale non è ancora prevista la pratica dell’eutanasia. Gli unici sussulti del suo immaginario grafico vitale sono rappresentati dalla declamazione di alcune poesie e la contemplazione di certe opere d’arte. Come se una (la poesia) e l’altra (l’opera d’arte) si fondessero magicamente fra loro, egli ne trova ideale personificazione nel contrasto dissonante di bellezza, malinconia e rassegnazione, che coglie con insolito acume per un apatico cronico qual’è diventato da tempo, in una sua alunna, Vanina (Sonia Petrova). La ragazza ha solo 19 anni ma Daniele pare aver intuito e riconosciuto immediatamente l’angoscia che sembra pervaderla. Vanina infatti è l’unica a rifiutarsi di scegliere il tema apparentemente più facile fra i due che Dominici ha assegnato il primo giorno di lezione: ‘Parlate di voi stessi’ (giusto per capire più velocemente con chi ha a che fare) e ne prende istintivamente le difese perché riconosce immediatamente in lei qualcosa che gli appartiene e lo tormenta, oltre a vederla così distante dal conformismo dei suoi compagni e coetanei. E quando più avanti si scopre ineluttabilmente innamorato di lei, che è comunque un modo assolutamente irrazionale ma ottimistico di relazionarsi con la vita, prova la stessa sensazione di sorpresa mista ad eccitazione che ha letto nel volto del turista australiano che è giunto a Rimini con il suo yacht, nella prima scena del film, dopo aver perso l’orientamento durante la navigazione, così come si può perderlo durante il corso dell’esistenza in senso lato.

Daniele Dominici, nonostante il preside nel colloquio di presentazione gliene chieda invano riscontro, nega di essere il figlio del comandante eroe di guerra, morto in combattimento ad El Alamein. Egli ha troncato da tempo con il suo passato, la ricca famiglia borghese alla quale appartiene e si è rifugiato all’estero, in Inghilterra prima ed in Francia poi (ecco perché legge il quotidiano ‘Le Figaro’ e la rivista ‘Newsweek’), ma la sua fuga ha origine anche in una tragedia, il suicidio del suo primo amore Livia, che ha immortalato in un libricino di poesie, a lei medesima dedicato. Da allora ha vagato senza meta, rinnegando se stesso, le sue oramai sepolte chimere, il potere utopistico della stessa poesia e dell’arte, sino a tornare, come fosse un effetto del caso o un richiamo irresistibile, ai luoghi di origine dove, nell’incontrare Vanina, trova una inaspettata e vitale boccata d’ossigeno per uscire dal coma intellettuale ed affettivo nel quale è sprofondato. Daniele rivede in lei la ‘Madonna del Parto’ di Piero della Francesca e nel descriverla con passione di fronte alla ragazza che ha invitato ad andare insieme a lui a Montecchi per rimirarla, ottiene un doppio scopo: scuotere Vanina dal suo torpore e colpirla per la sensibilità umana ed artistica che lui dimostra di possedere, inconsueta nelle persone che lei è abituata a frequentare. Salvo poi deluderla al ritorno quando si ferma con l’auto al buio di una strada, proprio dove lei sperava non accadesse, per evitare la banalità di un approccio qualunque mentre avrebbe voluto concludere quella bella ed insolita giornata in maniera meno squallida, essendo abituata ad essere considerata soltanto una donna facile da quelli che la circondano. Per un curioso gioco delle parti, stavolta è il professor Dominici a ricevere una lezione dall’allieva e subito dopo a riguadagnare la sua stima e fiducia confessandole: ‘…lo sconforto che hai dentro, la tua malinconia senza rimedio, non riesco a sopportarla…’.

D’altronde Daniele è un personaggio contradditorio. Ad esempio, appena arrivato a Rimini non ha esitato ad entrare in una compagnia costituita da una serie di personaggi equivoci, amici per causa più che per effetto, vivendo in provincia. Una sorta di Vitelloni Amici Miei che hanno smarrito però ogni forma ironica e goliardica sopraffatti dalla noia e dalle consuetudini per sprofondare nell’alcool, nella droga, nel sesso privo di qualsiasi sentimento, mordendosi persino fra loro come cani rabbiosi. Fra di essi c’è lo stesso Gerardo (Adalberto Maria Merli), Marcello (Renato Salvatori) e, soprattutto, il dottor Giovanni Mosca (Giancarlo Giannini), detto ‘Spider’ dai suoi compagni di (s)venture. Quest’ultimo è un uomo di buona cultura e letture, l’unico ad avere qualcosa in comune con Dominici, del quale è in grado di decifrare la sofferenza interiore e che avverte nei suoi confronti un qualcosa di analogo a quello che Daniele prova verso Vanina: un bisogno istintivo di proteggerlo per assonanza, essendo entrambi di un livello intellettivo incomprensibile per gli altri, qualcosa che difatti viene inteso addirittura per un approccio omosessuale da Marcello, abituato invece a ragionare senza andare oltre le apparenze. Difatti è proprio ‘Spider’ a trovare la chiave per scardinare le barriere esterne che ha eretto su di sè da tempo Daniele e quell’aria di mistero che lo circonda e lo rende affascinante al tempo stesso, ovvero una breve raccolta di poesie intitolata appunto ‘La Prima Notte Di Quiete’, che rappresenta una sorta di confessione e dannazione senza tregua al tempo stesso, nonostante egli ne chiarisca il senso asserendo che la morte corrisponde alla prima notte senza sogni. ‘Puoi giocare a man bassa con questa massa di caproni, ma non con me!’, rivela infatti ‘Spider’ a Daniele e sarà anche l’unico a rimanere al suo fianco sino alla fine, sostenendolo pure economicamente,  nonchè ad essere testimone, nella sequenza che chiude il film, della differenza abissale fra Daniele ed i rappresentanti della famiglia con la quale lui ha chiuso a suo tempo e che sembrano statue di cera provenienti da un’epoca remota.

Daniele convive da dieci anni con Monica (Lea Massari) anche se il loro rapporto si è consumato e spento come una candela, senza brillare mai molto. Lei lo ha anche tradito ma pur di non perderlo e tornare a capo chino dal marito che ha lasciato un tempo, si accontenta di sostenere che anche solo ‘stare insieme per disperazione vuol dire molto’ e sarebbe persino disposta ad umiliarsi accettando di dividerlo con Vanina. Daniele ha un atteggiamento contradditorio nei suoi confronti: non vuole mortificarla, ma allo stesso tempo giunge al punto di trattarla come una sorta di prostituta, sin quasi a violentarla per sfogare la frustrazione sessuale nei riguardi di Vanina quando sembra che lei gli si voglia negare, ma è anche premuroso, sino alle estreme conseguenze, quando gli viene il dubbio che davvero Monica possa aver messo in atto la minaccia di suicidarsi a seguito del suo addio definitivo. Vanina è per Daniele l’ancora di salvezza. Tentando di salvare lei per farla uscire dal vicolo cieco nel quale l’hanno cacciata prima la madre (una straordinaria e perfida Alida Valli), che l’ha prostituita sin da ragazzina, poi Gerardo ed il resto della compagnia che se la sono passata l’un l’altro, aiuta anche se stesso a superare i rimorsi che non l’hanno più abbandonato da quando il suo primo amore, Livia, si è suicidata. Gerardo, spalleggiato dagli altri suoi ‘amici’, solidali solo quando si tratta di difendere e nascondere le loro miserie, nel momento in cui scopre Vanina assieme a Daniele dopo ‘la prima notte d’amore’ trascorsa in una casa fuori mano (che è forse anche la prima della loro vita nella quale hanno raggiunto l’estatica e passionale unione fra anima e corpo senza sottostare ad alcun obbligo e compromesso) la definisce sprezzantemente come ‘…bella, ma molto, molto scomoda, con tanto passato, poco presente, niente futuro’, come certi frutti esteriormente perfetti ed invitanti ma che sono marci dentro. La reazione di Daniele è quella di colui che, pur essendone cosciente, non tollera che gli venga sporcato l’unico momento di verità che lui e Vanina stanno vivendo e nel quale sta trovando forza e motivazioni per riscattare la sua vita inutile.

Valerio Zurlini, al di là di quanto riportato all’inizio, ha realizzato un’affascinante e coinvolgente opera decadente che si esalta in un pessimismo senza speranza e che mescola assieme molti vuoti fra quelli che la nostra cultura considera invece valori e capisaldi indiscutibili: quello della vita come esperienza positiva, quello della presenza di Dio, quello della cultura come accrescimento e maturazione interiore, quello della speranza in un futuro diverso e migliore. Già a partire dalla visione di Rimini in un freddo e lugubre inverno, la spiaggia deserta, il mare grigio come il cielo (esaltati dalla fotografia di Carlo Di Palma), così diversi dall’iconografia classica e quella tromba che suona come fosse un grido di dolore amplificando ulteriormente il senso di solitudine che le immagini trasmettono, si capisce quanto possa essere cangiante, relativa e personale la percezione di un luogo. E le atmosfere che esso emana, così simili in questo caso alle irrisolvibili aspettative ed angoscie dell’animo umano. In tale concezione La Prima Notte di Quiete si avvicina a certe opere di Ingmar Bergman e di Carl Theodor Dreyer,  anticipando inoltre i temi di oppressione, disillusione e speranze vane de Il Deserto dei Tartari. La differenza sta nel fatto che in quegli autori la rappresentazione si trasforma spesso in ermetismo metafisico mentre in questo caso Zurlini è sin troppo esplicito ed anche le simbologie che semina come grani lungo il racconto nulla tolgono all’evidenza ed alla chiarezza espositiva.

Il tanto deprecato Alain Delon, quasi a voler superare l’ostilità di Zurlini (al quale qualcuno sospetta che abbia persino imposto il drammatico finale, non in linea con lo stile del regista), sfodera una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Il cappotto che indossa praticamente dall’inizio alla fine del film, così come l’immancabile sigaretta sempre in bocca, testimoniano, se ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta piattezza, malinconia e monotonia della sua vita. Alla stessa stregua le prove degli altri interpreti di spicco: dalla già citata breve ma intensa parte di Alida Valli, alla rassegnazione dolosa di Lea Massari, la tracotanza e la viltà del personaggio così efficacemente raffigurato da Adalberto Maria Merli, sino ad arrivare alla sofferta e profonda dignità e solidarietà che esprime Giancarlo Giannini nei confronti di Daniele. Tutti assieme testimoniano e contribuiscono in maniera esaustiva, già per loro conto, a delineare la forza emotiva di un’opera inusuale nel panorama del cinema italiano, ma non per questo meno significativa. Un discorso a parte merita Sonia Petrova, una meteora, che in seguito è apparsa solo in una piccola parte in Ludwig di Luchino Visconti ed in altre due opere insignificanti, ripercorrendo per così dire la lapidaria definizione citata innanzi e pronunciata dal suo amante-padrone Gerardo Pavani. Una ragazza che è già donna e non è mai stata bambina, che racchiude in un fragile e sofferto guscio un fascino ed una sensualità fuori dal comune. Essa rappresenta idealmente l’immagine della donna, come certi personaggi mitologici, che può sconvolgere la vita di chiunque: ‘Madonna del parto’ ed icona erotica che convivono armoniosamente nonostante la distanza apparentemente incolmabile fra di loro.

La Prima Notte di Quiete è anche il caso unico di un’opera cinematografica che può essere riassunta, come fosse una sorta di scatola cinese, da una canzone che viene eseguita durante la sequenza che vede il gruppo dei cosiddetti amici festeggiare il compleanno di ‘Spider’: ‘Domani è un Altro Giorno’ di Ornella Vanoni, il cui testo, per le analogie che contiene, può essere letto anche per esteso e non in versi nella classica forma lirica,senza perdere significato ed efficacia espressiva:

È uno di quei giorni che ti prende la malinconia che fino a sera non ti lascia più. La mia fede è troppo scossa ormai ma prego e penso fra di me, proviamo anche con Dio non si sa mai. E non c’è niente di più triste in giornate come queste che ricordare la felicità sapendo già che è inutile ripetere: chissà? Domani e’ un altro giorno si vedrà. È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita, bilancio che non ho quadrato mai. Posso dire d’ogni cosa che ho fatto a modo mio, ma con che risultati non saprei e non mi sono servite a niente esperienze e delusioni e se ho promesso non lo faccio più, ho sempre detto in ultimo: ho perso ancora ma domani è un altro giorno, si vedrà. È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai, beato te, sì beato te. Io di tutta un’esistenza spesa a dare, dare, dare …. non ho salvato niente, neanche te, ma nonostante tutto io non rinuncio a credere che tu potresti ritornare qui e come tanto tempo fa ripeto: chi lo sa? Domani è un altro giorno si vedrà e oggi non m’importa della stagione morta, per cui rimpianti adesso non ho più e come tanto tempo fa ripeto: chi lo sa? Domani e’ un altro giorno si vedrà, domani e’ un altro giorno si vedrà…”.

Quest’opera così particolare non solo nella cinematografia di Zurlini ma nel panorama del cinema italiano in generale, pur essendo stato realizzata durante gli anni della grande contestazione e rivolta giovanile, non è un film politico e va quindi controcorrente, scavando profondamente dentro i meandri dell’animo umano e sul significato riguardo le cose ultime della vita con le quali ogni persona di buon senso è chiamata prima o poi a fare i conti, confrontandosi con se stessa. Daniele Dominici, che qualcuno ritiene possa essere un alter ego dello stesso Valerio Zurlini, forse in ultima analisi avrebbe sottoscritto l’affermazione dello scrittore americano James Branch Cabell: 'L’ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili, il pessimista teme che possa essere vero'.

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imbalsamatore alle 17:40 del primo aprile 2014 ha scritto:

Un film veramente profondo e intimo. Grandi interpretazioni, forografia, musica, scelte registiche e tono vicini al capolavoro: 9/10. Concordo.