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7/10

Strange Circus regia di Shion Sono

Thriller
recensione di Alessandro Giovannini

Mitsuko, bambina dodicenne, è abusata dal padre Gozo, facoltoso preside di una scuola. Gozo la chiude nella custodia di un violoncello obbligandola ad assistere ai congressi carnali fra lui e la moglie. Quest'ultima scopre la verità, ed il marito inizia a riservare anche a lei lo stesso trattamento, rinchiudendola nella custodia mentre si accoppia con la figlia. sviluppi successivi portano a credere che la storia fin qui sia frutto della fantasia di una famosa scrittrice alle prese con il suo ultimo romanzo. Altri colpi di scena ribalteranno più volte le carte in tavola.

Il film si apre e si chiude con una parentesi onirica circense. Il circo potrebbe essere la vita di tutti i giorni, di cui tutti noi rappresentiamo i fenomeni da baraccone. Tutta la pellicola affonda in un nichilismo senza speranza, immerso in incubi sanguinosi e turpi violenze, non solo sessuali. Come molto cinema asiatico di tempi recenti (la trilogia coreana di Chan-Wook Park, The Housemaid di Im-Sang Soo, molti film di Takashi Miike) il tema centrale è la vendetta, anche se il regista fa di tutto per celare allo spettatore i nodi principali della vicenda: vendetta di chi nei confronti di chi?

Iniziando come un dramma famigliare a tema erotico con parentesi grottesche, la pellicola scivola poi in un finale splatter all'insegna delle emozioni più negative che un essere umano possa provare. L'arte di Sion Sono, regista poco conosciuto in Occidente (sebbene questo film abbia vinto il premio della regia al festival di Berlino 2006), si gioca sulla specularità fra il paesaggio mentale dei protagonisti e le ambientazioni: la piccola Mitzuko si aggira per corridoi scolastici grondanti sangue a seguito della violenza subita; la scrittrice Taeko riflette la propria personalità nevrotica in una casa nettamente divisa in un'elegante sala di rappresentanza ed uno sporco e disordinato locale abitativo; l'universo da incubo vissuto dai protagonisti è metaforizzato dal circo di freaks che racchiude l'intero film (e forse l'intero nostro mondo).

I contrasti cromatici sono il registro prediletto da una fotografia che predilige spazi chiusi e vicinanza ai personaggi; in effetti il senso di claustrofobia ricreato dalla pellicola è uno dei suoi pregi più evidenti. Il compiacimento estetico è in alcuni casi troppo ingombrante, e si finisce per essere saturi del rosso che spesso riempie le inquadrature. Il punto forte del film è invece la sceneggiatura, difficilmente prevedibile, che solo nel finale sembra arrancare per qualche momento; ma i continui cambi di protagonista, i colpi di scena che sconvolgono la narrazione la grande varietà di registri di genere che compongono il film lo rendono una delle produzioni più originali provenienti dall'Estremo Oriente dell'ultimo decennio. Il magnetico cast è la ciliegina sulla torta di un thriller opprimente, violento e scabroso che sicuramente riesce nell'intento di colpire emotivamente lo spettatore, lasciandolo più volte spiazzato.

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