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7/10

Cold Fish regia di Shion Sono

Thriller
recensione di Alessandro Giovannini

Nobuyuki Shamoto (Mitsuru Fukikoshi), proprietario di un piccolo negozio di pesci, ha una moglie ed una figlia, nata da un precedente matrimonio. Quest'ultima non ha gradito il ri-matrimonio del padre, di conseguenza odia i genitori. Un giorno viene sorpresa a rubare in un supermercato. I genitori si recano sul luogo; il manager rimprovera aspramente la ragazza e i genitori per l'educazione impartitale, ma il proprietario di un negozio di pesci tropicali, amico del responsabile, lo convince a desistere dallo sporgere denuncia. Scoprendo i reciproci identici lavori, l'uomo, di nome Yukio Murata (Tetsu Watanabe, in arte Denden) propone alla famiglia Shamoto che la ragazza vada a lavorare per lui. La cosa si combina, e Murata, simpatico ma invadente, finisce per insistere talmente tanto da coinvolgere in affari Nobuyuki. Dopo poco tempo però Murata si rivelerà ben più pericoloso di quel che sembra.

Il film è ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto in Giappone (ma rimaneggiato dal regista, che ne cambia soprattutto l'epilogo). Sion Sono trova nella realtà uno spunto per tratteggiare ancora una volta un ritratto sconfortante dei mali esistenziali del popolo giapponese contemporaneo: disgregazione famigliare, depravazione sessuale, patologie mentali. Con una freddezza che fa ben più terrore delle sanguinolente immagini messe in scena (pure spaventose), il regista filma la distruzione psicologica del protagonista Nobuyuki, giapponese medio con un lavoro tranquillo ed una famiglia normale, che lentamente vede crollare tutto ciò che ha costruito sotto i colpi di una follia cieca di cui è sia vittima che complice. Non si sa proprio per chi fare il tifo in questo film che non vanta nessun personaggio positivo, bensì una schiera di personcine maligne, meschine, o semplicemente pazze. Un abisso senza fondo che può solo precipitare in una violenza talmente efferata da poter essere perpetrata senza suscitare scandalo né rimorso di coscienza.

La regia di Sono è calibratissima nella costruzione narrativa, una lenta ma inesorabile discesa all'inferno, rapida quando serve, pacata nella prima metà e via via sempre più nervosa. La fotografia predilige tonalità scure e ombre, per poi far esaltare un rosso acceso della carne sanguinolenta che inonda l'inquadratura. Colonna sonora funzionale e notevole interpretazione da parte di tutti completano il quadro che, sebbene privo di particolari difetti (tolto forse qualche insistito compiacimento grand-guignolesco nella seconda parte) non brilla per originalità del plot, più canonico rispetto ad altri lavori del regista.

Consigliato, comunque.

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