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5/10

Buried - Sepolto regia di Rodrigo Cortés

Thriller
recensione di Matteo Triola

Paul (Ryan Reynolds) si ritrova rinchiuso in una cassa di legno 3 metri sotto terra con in tasca un cellulare, una matita e un accendino Zippo. Grazie a questi 3 elementi, deve capire come è finito in quella cassa, per quale motivo e come fare a guidare i soccorritori fino a lui per poterlo liberare. Mentre i 90 minuti di aria a disposizione scorrono, mantenere la calma è sempre più difficile.

Pellicola rivelazione al Sundance Film Festival 2010, questo thriller di 94 minuti dal sapore minimalista ha pretese nobili, tanto da richiamarsi al miglior Scorsese e ad un mostro sacro come Alfred Hitchcock - inevitabile il confronto con “Nodo Alla Gola” (1948) - ma i risultati sono decisamente più modesti, avendo per giunta un debito di soggetto con un film del 1998, “Sepolto Vivo”, del regista Frank Darabont.

Esperimento eclettico dello spagnolo Rodrigo Cortés e sceneggiato da Chris Sparling, il film parte da un'idea originale: sviluppare l'intero racconto all'interno della cassa nella quale è rinchiuso Paul. Quella che dovrebbe essere una corsa disperata contro il tempo rischia spesso di imbattersi nei limiti di una scenografia tanto ristretta e claustrofobica, rendendo necessario il ricorso a continue e differenti angolazioni della macchina da presa per scandire le emozioni del protagonista.

Il film comincia con il povero Paul, che legato come un salame spera fino all'ultimo di poter portare a casa la pellaccia, lottando da brava “Giovane Marmotta” e sbraitando contro segreterie e ottusi burocrati che dai loro comodissimi uffici lo rimbalzano da un numero all'altro, non curanti della sua situazione diciamo pure “particolare”. L'ironia grottesca della situazione è resa al meglio, e al pubblico non verrà meno una risatina di circostanza.

Ai limiti del credibile alcuni stratagemmi, che ricordano più il teatro dell'assurdo che non il cinema (vedi il travelling che anticipa il finale amaro del film), e che rompono l'illusione della diegesi. Preso in prestito il movente socio-politico che ha già regalato alla Bigelow l'Oscar  con “The Hurt Locker”, Cortés cerca di farci entrare nel dramma di un uomo lasciato solo dai suoi cari e dalle autorità del suo Paese proprio nel momento del massimo bisogno, estendendo in termini universali la riflessione, anche se lo fa in modo sbrigativo.

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