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5/10

Dead Man Down - Il Sapore della Vendetta regia di Niels Arden Oplev

Noir
recensione di Alessandro Giovannini

Una gang di malviventi di New York, capitanata dal boss Alphonse (Terrence Howard), è vittima di un misterioso sicario che ne sta eliminando uno ad uno i componenti. Uno dei membri della gang, l'ungherese Victor (Colin Farrell) ha anche un altro guaio: la sua vicina di casa Beatrice (Noomi Rapace), sfigurata da un incidente d'auto e auto-segregatasi in casa assieme alla madre Valentine (Isabelle Huppert) lo ha visto commettere un omicidio; minacciandolo di denunciarlo alla polizia, vuole obbligarlo ad ammazzare l'uomo che ha provocato l'incidente che le ha rovinato il volto e l'esistenza. Sorgeranno complicazioni.

Dopo il successo di Uomini che odiano le donne (2009) era prevedibile una nuova collaborazione fra il regista Arden Oplev e Noomi Rapace; tale collaborazione si è tradotta in una produzione americana tratta da una robusta sceneggiatura di genere, che non sarà originale nelle premesse ma lo è quantomeno nei modi di svolgimento dell'improbabile romance vissuta dai due protagonisti. Si tratta di un neo-noir che attinge dal patrimonio dei film gangster di Scorsese (per contenuto) e dai noir di taglio realistico più recenti (per forma) come ad esempio London Boulevard (2010, sempre con Farrell) e The Liabilty (2012).

La Rapace si toglie le vesti da maschiaccio e risalta nella sua femminilità, come già accadeva in Passion di Brian De Palma (che in pochi avranno visto). Anche la Huppert veste il ruolo per lei anomalo di madre amorevole: i brevi duetti con la figlia sono le scene più distese del film. Invece Colin Farrell ricopre il ruolo di criminale già visto altrove, e la sua recitazione è come al solito monocorde; comunque la sua poca espressività ben si adatta al personaggio taciturno e problematico che interpreta. La sceneggiatura tenta di mantenersi su binari verosimili, per quanto la storia sia abbastanza improbabile; peccato che sul finale l'anti-eroe si trasformi in una specie di Rambo in grado di far fuori decine di persone da solo: il servizio militare ungherese dev'essere davvero efficiente!

La carta giocata dell'amore impossibile fra i due protagonisti suona però troppo fuori dai canoni della credibilità per riuscire a coinvolgere davvero lo spettatore, che si trova a seguire la vicenda con una certa passività; anche le situazioni narrate, per quanto il regista si sforzi di non essere banale, risultano appartenenti al patrimonio comune del già visto. Il difetto principale del film è insomma quello di non aver nulla di nuovo da dire. Fotografia e montaggio riescono a mantenere il ritmo e la piacevolezza visiva su buoni livelli, ma si tratta di un'estetica vuota per quanto pregevole. La presenza di  un cast di fama e di una forma ricercata potrebbero farlo apparire come un'incursione autoriale nel cinema di genere, ma la verità è che una volta questo si sarebbe chiamato b-movie; può essere un piacevole film di intrattenimento ma è condannato ad esser presto dimenticato.

In una delle scene più azzeccate del film i due protagonisti si parlano per la prima volta via cellulare guardandosi dai rispettivi balconi, e mimano una stretta di mano a distanza; quella scena è una buona metafora di questo film: l'inizio fa presagire un'esperienza interessante, ma in realtà non arriva mai a toccare le corde dell'empatia spettatoriale.

 

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