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8/10

Ghost in the Shell regia di Rupert Sanders

Azione
recensione di Leda Mariani

In un futuro non troppo lontano, Major, un agente speciale ibrido tra cyborg e umano, unico nel suo genere, è alla guida di un reparto speciale della polizia, la task force speciale Section 9, incaricato di sventare i piani dei più pericolosi criminali del mondo. Grazie alle sue capacità fuori dal comune, Major è l'unica in grado di scovare ed affrontare la nuova minaccia: un nemico capace di insinuarsi nelle menti cibernetiche fino ad assumerne il completo controllo. Mentre si prepara allo scontro, emerge una terribile verità sul suo passato, ed il cyborg sarà pronta a tutto per scoprire il mistero legato alla propria esistenza.

La metafora cyberpunk del dualismo umano, tra anima e corpo.

Ghost in the Shell, dal giapponese letteralmente "Squadra mobile con corazza offensiva", è un media franchise composto da manga, anime, film, videogame e romanzi, che ruotano, a livello narrativo, sulle indagini della cosiddetta "Section 9", un'organizzazione antiterroristica che agisce in un futuristico Giappone dai toni cyberpunk. L'opera fondamentale di partenza è il manga Ghost in the Shell, di Masamune Shirow, serializzato per la prima volta in Giappone sullo Young Magazine, nel 1989. I sequel disegnati dallo stesso Shirow sono Ghost in the Shell 1.5: Human-Error Processor, uscito in un volume unico nel 2003, e Ghost in the Shell 2: ManMachine Interface, del 2001. A partire dal manga originario sono poi stati realizzati due film d'animazione: Ghost in the Shell del 1995, e Ghost in the Shell - L'attacco dei cyborg, del 2004, entrambi diretti da Mamoru Oshii.

Furono create anche tre serie televisive: Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (2002, regia di Kenji Kamiyama), Ghost in the Shell: Stand Alone Complex - 2nd GIG (2004, sempre di Kamiyama), e Ghost in the Shell: Arise (miniserie di un'ora del 2013, con la regia di Kazuchika Kise), oltre a tutta una serie di videogiochi.

Su questo film avevo diverse perplessità, soprattutto per il fatto che sono da almeno 20 anni una super appassionata di fumetto giapponese, di anime, di cyberpunk, robotica, ma soprattutto di questa storia, le cui serie televisive mi hanno tutto sommato delusa, rispetto allo spirito dei primi due film.

Partita dunque scettica, davanti all’ultimo bel lavoro di Rupert Sanders mi sono dovuta completamente ricredere. Il film è un mix perfetto, a livello di trama, tra i primi due, arricchito da tanti vari piccoli elementi ripresi dal manga originale: rispetta lo spirito della storia, è fluido a livello narrativo, intrattiene, e riprende anche tanti stilemi delle prime due animazioni originali, pur essendo stavolta un vero e proprio film in live action, anziché un cartone animato. Ci sono gli ormai mitici salti nel vuoto del Maggiore Motoko Kusanagi, e gli stessi scenari che ritrovavamo nel fumetto e nei primi lavori, stavolta ricostruiti con più convinzione: le città stracolme che si sviluppano in celle verticali, panorami da oriente futuristico e decadente, le pubblicità tridimensionali e gli ologrammi che invadono lo spazio in maniera esagerata e molesta, le vecchie macchine “futuristiche” degli anni ’80, oggetti Steam Punk, tutti gli elementi sia tecnici che filosofici dell’idea di web, di rete globale e di connessioni tra meccanica, fisica, biologia molecolare, neurologia e nanotecnologie, che stavano alla base del manga.

Le scene d’azione sono interessanti, chiare e ben fatte. Ritroviamo varie forme che ormai il cinema ci ha abituati a vedere, da Matrix in poi, come il salto al rallentatore, i bullet time, un mix tra tecniche di combattimento militare e forme che provengono invece dalle discipline orientali, rocamboleschi inseguimenti in macchina, ma chi conosce la storia originale sa che questo tipo di immaginario era già stato sviluppato prima della fine degli anni Ottanta, solo che all’epoca non esistevano strumenti cinematografici in grado di rendere l’idea di queste forme, che erano riproducibili solo in cartone animato, con risultati percettivi molto diversi.

Insomma il Ghost in the Shell che qualunque appassionato del manga e della storia, a livello di robotica e di nano tecnologie, avrebbe voluto vedere 20 anni fa (io per prima) e che adesso finalmente si trova di fronte. Certo, ormai reso meno sensibile da elementi che appartengono ad una cinematografia già vista, ma dobbiamo pensare che tutto ciò che si erano immaginati Shirow e Oshii, peraltro con un tipo di narrazione meno lineare, più spiralica e randomica, viene molto prima di tutto quello che dopo ne ha ripreso, a  sua volta, gli stilemi.

Le performance degli attori sono tutte di alto livello, nonostante il genere leggero e fantascientifico. Le scene drammatiche lo sono davvero e il film intrattiene, interessa, commuove, coinvolge e vive un buon livello di suspense dall’inizio alla fine. L’unica sua pecca è qualche calo di tensione qua e là, ma le scene d’azione sono così tante e talmente complesse, nel loro coinvolgere anche ambienti, macchine e scenografie, che anche questi piccoli vuoti comunque non pesano, nell’insieme che trascina con forza lo spettatore verso il finale. Scarlett Johansson, che fisicamente sembrava troppo lontana dalla figura sviluppata da Masamune Shirow e poi da Mamoru Oshii, è invece riuscita a dare l’anima giusta al Maggiore Motoko e in qualche maniera a trasfigurarsi, e i suoi lineamenti marcati alla fine risultano assolutamente adeguati all’immagine di un corpo robotico, che contiene qualcosa di completamente diverso da sé. Nello sguardo, in particolare, la Johansson è riuscita a rendere bene l’idea dello sdoppiamento e del dualismo tipico dell’umanità, di cui la storia è una ricca metafora.

Assolutamente perfetti anche Pilou Asbæk nel ruolo di Batou, personaggio chiave anche dei due film precedenti, e soprattutto il bravissimo Michael Pitt nel ruolo di Kuze, che ha reso ancora più drammatico ed intenso. Perfette le scenografie, i costumi, la fotografia coloratissima e quasi psichedelica di Jess Hall, gli effetti speciali, e tutta la macchina cinematografica impostata per l’azione, ma soprattutto intatto lo spirito della storia: i suoi messaggi, l’immagine di un futuro in cui si perde il controllo e il confine tra l’uomo e la macchina - alla Asimov, alla Philipp Dick -, ma chiarendo, per un pubblico occidentale e meno avvezzo a certi modelli narrativi orientali, la storia di manga e anime, e rendendola in sostanza più comprensibile, fluida e semplice.

La versione 3D funziona fino a circa la metà del film: è godibile, si vede molto bene e trascina dentro le azioni, ma ad un certo punto si perde, diventando più piatta, tanto da far dimenticare la percezione tridimensionale. Quindi come tipo di tecnica non è stata sfruttata appieno, a livello di impostazione di inquadrature e movimenti di macchina.

Bella la colonna sonora, ossessiva ed angosciante, di Lorne Balfe e Clint Mansell e ben dettagliato ogni passaggio logico della storia. Un film assolutamente godibile, ben fatto, da vedere e rivedere, di intrattenimento, serio, ma non pesante, preciso e visionario come doveva essere, in riferimento a ciò da cui proviene. Non chissà che rivelazione, ma un lavoro ben fatto e dignitoso. Unica vera pecca (dal mio punto di vista): certi “americanismi” che la produzione non è proprio riuscita ad evitare di inserire, come qualche frase esagerata qua e là, e soprattutto la reiterazione verbale del messaggio, della morale, in più punti verso il finale della storia, che restituisce sempre un po’ la sensazione che lo spettatore venga considerato un po’ stupido, ma che ci volgiamo fare, ogni cosa ha un prezzo e per ritrovare quell’estetica, forse in certa misura si deve soffrire…

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tramblogy alle 21:03 del 11 aprile ha scritto:

troppo bello!!!