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6/10

Che Guerrilla regia di Steven Soderbergh

Guerra
recensione di Alessandro Pascale

Ernesto Che Guevara tenta di ripetere la rivoluzione vittoriosa grazie alla lotta armata in Bolivia, uno dei paesi più poveri dell’America Latina. Ma stavolta le difficoltà sono maggiori e la sconfitta è inevitabile…

E dopo Cuba venne la Bolivia. Dopo la trionfante rivoluzione la guerriglia sconfitta. Dopo il paradiso socialista l’inferno dei ribelli dannati. Che Argentino era la grande cavalcata verso il trionfo e non indulgeva in certi punti da un certo occhio esaltato ed esaltante, vuoi nella figura del Che, vuoi nel mito della rivoluzione. Che Guerrilla ne è l’esatto contrario, l’anima complementare ma in senso negativo: il primo film era una cavalcata imperiosa verso l’alto, tutta tendente a progressi costanti, vittorie militari, avanzamenti politici, morali e fisici; Che Guerrilla invece è una discesa agli inferi, un quadro asfissiante montato su contrasti, litigi, sconfitte, sangue e morti.  

Un percorso declinante dall’inizio alla fine che quasi soffoca nella sua crudeltà di smontare caparbiamente il mito del “tattico” Guevara, incapace di comprendere l’impossibilità della lotta, o forse troppo ostinato e romantico per accettare l’idea di una ritirata tattica totale. Eppure questa spoliazione delle virtù militari e politiche del protagonista (impersonato ancora una volta mirabilmente dall’eccellente Benicio del Toro) non va a definire una figura più umana e misurata del Che, anzi ne amplifica a dismisura lo spessore morale conferendogli un carattere mistico.  

L’intero percorso in cui si cala il Che infatti non appare altro se non una lunga e dolorosa Passione, rimodernata e riallocata ovviamente a un contesto geo-storico completamente differente dall’originale, eppure paragonabile per almeno due fattori: il primo è evidentemente la situazione socio-economica di sostanziale sfruttamento di un intero popolo in miseria, incapace di reagire e perfino di riconoscere il “messia” giunto a salvarlo, giungendo anzi (nella figura dell’umile classe contadina) a tradirlo più volte (torna in mente il triplice rinnegamento di Pietro nei confronti di Gesù); il secondo è la funzione eroica e salvifica espressa dal protagonista, che è conscio della possibilità di immolarsi per un’idea, per una speranza, per l’ottica di risvegliare un intero continente. Rispolverando il motto garibaldesco di potrebbe quasi azzardare un “o la rivoluzione o la morte”, con la coscienza (o l’incoscienza?) che la morte diventa col passare del tempo sempre più probabile e verosimile.  

La natura quasi divina che viene ad acquisire il Che è ulteriormente dimostrata da altri fattori sparsi per tutto il film: il fatto che in molti si approccino a lui e cerchino un contatto fisico o verbale visto come “evento in sé”, da ricordare e tramandare; il silenzio religioso e l’assenso immediato alle sue parole e ai suoi discorsi, una condizione che riecheggia il biblico “Io sono la via, la verità, la vita”, senza peraltro che Ernesto abbia mai la presunzione anche solo di pensare di avere un simile potere; il terrore che provano nei suoi riguardi gli stessi soldati nemici, ben esemplificato dal giovane che si rifiuta di fargli la guardia in preda a evidente timore reverenziale.  

Ma più di ogni altra cosa a rendere l’idea di questa Passione è la dimensione fisica del Che che da uomo in salute e benestante parte per la Bolivia sotto le fattezze di un vecchio borghese spelacchiato, maturando però una conversione fisica notevole fino ad assumere l’aspetto esteriore (capelli e barba incolti, le ferite al corpo) in tutto e per tutto simili a quelle del Cristo. Ovviamente tutto questo sentiero di ascesa morale è calato in una versione totalmente laica (per non dire atea) in cui la morale e lo slancio vitale per l’azione giusta è del tutto inquadrato in un mito della collettività e della possibilità da parte dell’umanità di redimersi verso ideali di giustizia, uguaglianza e reale libertà. È il Che stesso ad affermarlo con parole molto semplici, quando interrogato sulle religioni enuncia: “Io credo nell’uomo!

Soderbergh si mostra molto ambizioso nel portare avanti questa immagine del Che, ma spiace dire che non si mostra capace questa volta di tenere in mano le redini del progetto, non riuscendo a sistemare il messaggio in un adeguato sfondo cinematografico. La scelta di distogliere lo sguardo da quasi tutti gli eventi di guerra e di concentrarsi in maniera quasi cronachistica sulle problematiche della preparazione della guerriglia porta inevitabilmente ad una cospicua dose di sbadigli sostanziosi per buona parte della prima metà del film. Il tentativo di colmare il vuoto con le immagini di morte e dolore risulta oltremodo stucchevole e ridondante.  

Il particolare occhio riservato all’ostica natura, figlio di ripetute visioni delle opere di Malick, Herzog e Tarkovskij, si scontra con l’incolmabile distanza tecnica tra i suddetti maestri e il qui presente Soderbergh, il quale in definitiva, detto in maniera molto prosaica, ha pisciato letteralmente fuori dal vasino. Ne esce fuori quindi un film senz’altro coraggioso e interessante, ma privo di nerbo e ritmo, adagiato su allori allegorici quasi mistici privi però di effettivi agganci ad una realtà avvincente. Riducendo ai minimi termini lo sfondo politico e militare Soderbergh elimina l’elemento fondante del film, necessario per trascinare con più grinta gli eventi evitando che questi si trascinino in maniera stanca fino ad un grandioso finale (per scelta di tempi e tecniche) che riscatta parzialmente una visione tutto sommato poco più che sufficiente.

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SanteCaserio (ha votato 4 questo film) alle 19:10 del 8 giugno 2009 ha scritto:

L'unico

elemento ad avermi convinto è la recitazione di del Toro. Credo che il modo migliore per rendere giustizia al Che sarebbe affrontare finalmente il suo impianto teorico, prima lacunoso e carente (soprattutto nelle prime battute rivoluzionarie) e poi sempre più critico e dedicato all'azione continentale. Mi spiace aver letto le interviste di Sod.. Danno il senso di un film fatto sull'icona personale, quasi che le idee politiche potessero essere distinte da quelle morali. Mi ha dato l'impressione di una mitizzazione laica. Quasi un dire; "al di là delle magliette e del consumismo che su di lui si fa, era per davvero un santo, anche se venne deviato dall'ideologia, che la storia ha sconfitto".

Peccato, la prima parte mi aveva dato altre aspettative. Sul livello tecnico concordo con la recensione; si rischia di sbadigliare. E nemmeno poco.