Che l'Argentino regia di Steven Soderbergh
BiograficoLa nascita del mito Ernesto "Che" Guevara, protagonista della gloriosa Rivoluzione Cubana e di un memorabile discorso alle Nazioni Unite.
“Intervistatrice-In meno di una settimana occupaste parecchi paesi. Non è quello che si dice una guerra lampo? Che-Si, ma questa era una guerra che si andava preparando più o meno da cento anno. E quando un popolo odia il proprio governo non è molto difficile prendere una città.”
Un film su Ernesto “Che” Guevara girato da Steven Soderbergh e interpretato da Benicio del Toro è roba che farebbe venire l’acquolina in bocca un po’ a tutti, mica solo a quei vecchi sinistrorsi-mancini dal rosso scolorito. Il Che ha un’ascendenza universale, tanto è vero che recentemente è stato “derubato” come simbolo dall’estrema destra autriaca, con proficui risultati tra l’altro…
Ma bando all’attualità, quello di Soderbergh è un tutto nel passato più glorioso ed eroico della vita di Guevara, incentrandosi ampiamente sulle fasi che hanno portato alla vittoria della rivoluzione cubana (1957-59), partendo dallo sbarco con 82 uomini (solo 12 vedranno la vittoria), fino alla vigilia della presa dell’Avana, chiudendo nella fase di massimo splendore delle speranze cubane e della foga dei combattenti, vittoriosi militarmente ma non ancora politicamente.
Spalmata tra le varie scene di guerriglia è invece l’altro avvenimento immortalato magistralmente da Soderbergh: il viaggio “americano” per New York compiuto dal Che nel 1964 in cui, nelle vesti di ministro dell’industria di Cuba, enunciò un memorabile discorso nella sede dell’ONU. Discorso in suona forte e chiara la condanna all’imperialismo americano e ai suoi complici, compresi quegli stessi governanti dell’America latina che consentono uno spudorato sfruttamento quotidiano del proprio popolo e che si sono resi partecipi ad accosentire al criminoso embargo economico imposto all’isola.
Soderbergh sceglie nell’occasione di non usare filmati d’epoca originali ma di ricostruire completamente il dibattito con un bianco-nero artistico d’annata che gode di una strepitosa fotografia, sulla scia di esperienze come Intrigo a Berlino e Thirteen Days. È forse il momento di massima espansione mediatica del Che vivente, che per l’occasione appare maturo, sicuro di sé, politico consumato e ideologo rivoluzionario che macina massime e sentenze lasciando a bocca aperta. Un busto che però Soderbergh non costruisce dal nulla, spiegando anzi come la tempra sia nata da un personaggio tremendamente umano, che si erge dall’esperienza della guerriglia, superando le costanti difficoltà respiratorie dovute all’asma, con cui il regista ha voluto significativamente iniziare il film, spiazzando certo non poco lo spettatore. Un uomo che all’inizio appare insicuro, seppur speranzoso, e che conquista gli apprezzamenti e la fiducia con un’abnegazione totale per la causa quotidiana.
“La vera arma del rivoluzionario è l’amore per l’umanità”, sancisce indelebilmente ad una allibita giornalista. È lo stesso amore che lo guida nel difficoltoso trasporto dei compagni feriti tra irte foreste. È lo stesso amore che gli impone di accettare degradazioni e compiti gravosi imposti da un Fidel Castro che ha già il piglio del consumato politico fautore della “ragion di stato”, oltre che del notevole tattico militare. È lo stesso amore che alla fine di una faticosa marcia gli impone di insegnare algebra e aritmetica a un compagno assai restio al dovere scolastico.
Non mancano d’altronde scene di un Che particolarmente eroico e spavaldo come quando dopo un paio di tentativi andati a vuoto prende il bazooka dal compagno incapace e fa centro al primo colpo, lanciandosi in prima linea contro il nemico. Una scena che ha ricordato la famosa nuotata del giovane Ernesto che ne I diari della motocicletta attraversava un lungo fiume nel cuore della notte per festeggiare con i suoi pazienti lebbrosi. In definitiva però Che l’Argentino appare molto sbilanciato sulla rappresentazione-giustificazione della Rivoluzione cubana, la quale viene raccontata in ogni dettaglio, a partire da una originaria cena in cui un gruppo di giovani borghesotti elabora folli piani di invasione di Cuba davanti a gustosi sorsi di vino rosso.
Nonostante un non perfetto bilanciamento nell’alternanza conferenza-guerriglia la scelta di Soderbergh di spezzare la linearità cronologica della storia con un continuo avanti-indietro temporale e stilistico appare riuscita, così come notevole è la rappresentazione dell’assedio finale di Santa Clara, snodo fondamentale per il controllo dell’isola. Il resto è frutto della strepitosa prova di Benicio del Toro, splendidamente a suo agio con basco e sigaro, non per niente omaggiato della palma d’oro a Cannes per la sua prestazione. Ovvio che per poter dare un giudizio definitivo sull’azzardo di Soderbergh bisognerà attendere la seconda parte di quello che appare un sublime poema epico, degno prosecutore del già nominato I diari della motocicletta.
Già così però Che l’Argentino appare un film compiuto e degno di fare storia a sé. E così come aveva iniziato il regista si diverte a terminare con un’aneddoto curioso: il Che redarguisce un soldato che aveva rubato una macchina di lusso a un cecchino nemico per lanciarsi all’Avana. Sdegno, ramanzina e ordine di tornare indietro immediatamente. La risposta è un’obbedienza immediata. “Anche se fosse stata dello stesso Batista quest’auto non è tua. Io preferirei le vesciche ai piedi piuttosto che viaggiare su un’auto rubata.” Anche questo era il Che. Cala il sipario e partono le musiche latine. Memorabile davvero.
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