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10/10

Sicilian Ghost Story regia di Fabio Grassadonia|Antonio Piazza

Fantasy
recensione di Leda Mariani

In un piccolo paese siciliano ai margini di un bosco, Giuseppe, un ragazzino di tredici anni, scompare. Luna, una compagna di classe innamorata di lui, non si rassegna alla sua misteriosa sparizione. Si ribella al clima di omertà e complicità che la circonda e pur di ritrovarlo, discende nel mondo oscuro che lo ha inghiottito e che trova in un lago una misteriosa via d’accesso. Il loro amore quasi metafisico darà vita ad una connessione mentale che permetterà a Giuseppe di restare in vita a lungo, anche se in una situazione terrificante, e a Luna di perpetrare il contatto profondo con lui, fino a quando…

Il Noir Fantasy italiano che scardina qualunque luogo comune e ritrova la tragedia greca e l’epica.

«Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.» (Giovanni Brusca, dichiarazione tratta dal libro “Ho ucciso Giovanni Falcone”, di Saverio Lodato, Mondadori)

Liberamente ispirato a diversi romanzi che hanno trattato la drammatica vicenda di Giuseppe Di Matteo, bambino rapito e ucciso barbaramente dalla mafia nei primi anni Novanta ( Saverio Lodato, “Ho ucciso Giovanni Falcone”, 1999, Mondadori - Vincenzo Vasile, Era il figlio di un pentito”, 2007, Bompiani, Pino Nazio, “Il bambino che sognava i cavalli, 779 giorni ostaggio dei Corleonesi”, Roma, Sovera, 2010), il film è una fiaba nera che riesce  splendidamente a rimanere sulla linea di confine tra la realtà anche più spietata e drammatica, e la fantasmagoria della natura e dell’esistenza.

Intensamente poetico, questo splendido lavoro di Grassadonia e Piazza, è uno di quei film che potremmo definire necessari. La regia è perfetta, la recitazione credibile e adatta, la fotografia, di Luca Bigazzi, potente ed efficace. L’entroterra siciliano rivive in tutta la sua magia ed inquietudine in uno spazio-tempo che si fa epico. Riconosciamo gli anni novanta nell’abbigliamento, negli “elementi grunge”, come i capelli colorati di blu, o la musica degli Smashing Pumpkins che Luna ascolta dal suo walkman, piuttosto che nel pupazzo di Dragon Ball di Giuseppe o nel suo album delle figurine Panini, ma la dimensione è assoluta, epica, ed allo stesso tempo potentemente riconoscibile, per chi conosce bene la Sicilia, o viene da questa splendida isola, la cui natura <<attirava gli Dei e nelle cui foreste risuonavano gli echi del flauto di Pan…>>.

La vicenda drammatica di Luna, adolescente dark e contemporanea, dalla spiccata sensibilità, che cresce in un contesto al contempo magico, magnifico, ma anche ferocemente violento, così come potremmo proprio definire sia l’entroterra siciliano, che, volendo, l’esistenza stessa, viene raccontata con ritmo e crescente senso si suspense, in questo thriller orrorifico, fiabesco e psicologico, che tiene incollati allo schermo dai titoli di testa a quelli di coda, facendo amare e soffrire assieme ai protagonisti. Bravissimi i ragazzi palermitani che interpretano i personaggi principali, in maniera estremamente naturale e mai caricaturale: Julia Jedlikowska al suo esordio nel ruolo di Luna,  Gaetano Fernandez nel difficile ruolo di Giuseppe e   Corinne Musallari nella parte della migliore amica di Luna. Ma potenti e struggenti anche la sempre splendida Sabine Timoteo nel ruolo della madre svizzera di Luna e Vincenzo Amato in quello del padre della giovane protagonista.

I registi e sceneggiatori siciliani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza hanno inaugurato la 56esima edizione della Semaine de la Critique a Cannes con questo potente e visionario film, sostenuto dalla Sicilia Film Commission e interamente girato tra i laghi e le foreste del Parco dei Nebrodi. La dimensione particolare, surreale, e difficilmente inscrivibile in un unico genere narrativo e cinematografico di Sicilian Ghost Story, ricorda molto pellicole come Il labirinto del Fauno, di  Guillermo del Toro (2006), o per la dimensione fiabesca e allo stesso tempo pregnante, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone (2015). Il confine tra realtà ed immaginazione, verità, fantasia, ed universo magico, si dissolve gradualmente: le pareti dello spazio e del tempo si confondono, aprendoci vie inaspettate, e nonostante la fantasia, che ci osserva dagli occhi di un piccolo Gufo, ci apra l’accesso a binari inaspettati, nulla impedisce alla violenza dell’umana natura di rivelarsi in tutto il suo accanimento. L’aspetto orrorifico è sottolineato anche dalla perfetta gestione dei suoni naturali, abilmente mescolati ad una linea sintetica che crea una tensione continua e logorante. Se ne esce convinti di aver visto e vissuto qualcosa di tremendo, ma di importantissimo, riuscendo quasi a toccare con mano la disperazione e il dolore di Giuseppe e il profondo senso di ingiustizia che contamina la sensibilità di Luna. Non si può restare indifferenti a questa storia, alle vicende dei personaggi, alla triste fine del piccolo Di Matteo e intrattenendo, interessando, con profonda lirica, Sicilian Ghost Story riesce a raccontarci i profondi paradossi di una terra forte e da sempre dominata dalle più enigmatiche contraddizioni, nella quale tra rovine e scempi, seppur violentato in ogni maniera, ancora risuona l’eco disperato di qualcosa di superiore e di indescrivibile.

La vicenda di Giuseppe Di Matteo (Palermo, 19 gennaio 1981 - San Giuseppe Jato, 11 gennaio 1996) è purtroppo un caso di rapimento ben noto all'opinione pubblica italiana. Il ragazzino venne tenuto prigioniero per tre anni prima di essere assassinato e sciolto nell’acido nel 1996 per impedire al padre, Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia ed ex-mafioso, di parlare. Il suo omicidio ebbe grande risalto su tutti i mezzi di comunicazione italiani anche per il cruento occultamento del cadavere, che non fu mai trovato, poiché disciolto in una vasca di acido nitrico.  Sicilian Ghost Story parte da lì, raccontando i mostri di una terra magica in chiave fantastica, orchi che letteralmente mangiano bambini, nascondendoli dietro fantasmi immaginari che non possono, e non vogliono, nasconderli del tutto. Con lucidità e spinta creativa, Grassadonia e Piazza hanno dato vita ad un'opera che riesce ad affascinare e commuovere lo spettatore, colpendolo con vigore nel profondo, molto più di quanto avrebbero potuto fare con una mera cronaca di fatti reali.

I FATTI DI CRONACA

Giuseppe Di Matteo fu rapito il pomeriggio del 23 novembre 1993, quando aveva quasi 13 anni, in un maneggio di Altofonte, da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Secondo le deposizioni di Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento, i sequestratori si travestirono da poliziotti della DIA ingannando facilmente il bambino, che credeva di poter rivedere il padre in quel periodo sotto protezione lontano dalla Sicilia. Dice Spatuzza: "Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi.” Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri.

La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando l’1 dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto "Tappaci la bocca" e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu chiaro che il rapimento era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull'uccisione dell'esattore Ignazio Salvo. Il 14 dicembre 1993 Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. In serata fu recapitato un nuovo messaggio a casa del suocero (Giuseppe Di Matteo, padre di Santino) con scritto: "Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie".

Per tutto il 1994 il ragazzino fu spostato in varie prigioni del trapanese e dell'agrigentino (per lo più masserie o edifici disabitati) e nell'estate 1995 fu rinchiuso in un vano sotto il pavimento in una sorta di casolare-bunker costruito nelle campagne di San Giuseppe Jato, dove rimase per 180 giorni fino alla sua uccisione.

Dopo un iniziale cedimento psicologico Santino Di Matteo, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio, non si piegò al ricatto, e dopo un tentativo andato a vuoto di cercarlo, con Gioacchino La Barbera e Balduccio Di Maggio, anche loro pentiti, decise di proseguire la collaborazione con la giustizia. Fu solo quando Brusca venne condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo, che decise di vendicarsi sul bambino. Brusca ordinò così l'uccisione del ragazzo, ormai fortemente dimagrito e indebolito per la prolungata e dura prigionia, che venne strangolato e successivamente sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996, all'età di 15 anni, dopo 25 mesi di prigionia: 779 giorni.

Gli esecutori materiali del delitto furono Vincenzo Chiodo, Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo. Per il sequestro e l'omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, sono stati condannati all'ergastolo circa 100 mafiosi tra cui Leoluca Bagarella, Salvatore Benigno, Salvatore Bommarito, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Giuseppe Graviano, Salvatore Grigoli, Matteo Messina Denaro, Michele Mercadante, Biagio Montalbano e Gaspare Spatuzza.

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