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6/10

After Earth regia di M. Night Shyamalan

Fantascienza
recensione di Alessandro Pascale

Mille anni dopo che la Terra è stata devastata da innumerevoli cataclismi e che l'umanità ha dovuto abbandonare il pianeta, Nova Prime è diventata la nuova patria del genere umano. Dopo essere stato lontano dalla sua famiglia per molto tempo a causa di una lunga missione, il generale Cypher Raige è finalmente pronto a far da genitore al figlio tredicenne Kitai.

Un giorno un asteroide danneggia gravemente l'astronave su cui si trovano Cypher e Kitai, e precipitano sul pianeta Terra rimanendo gli unici due sopravvissuti tra i passeggeri. Mentre suo padre giace tra la vita e la morte all'interno della navicella, il giovane Kitai dovrà attraversare il territorio minaccioso e sconosciuto del pianeta per recuperare il loro dispositivo di segnalazione d'emergenza.

Con Shyamalan non sai mai cosa aspettarti. Il fatto che la stessa cosa l'abbia scritta nell'ultima recensione scritta su un suo film (il discreto L'ultimo dominatore dell'aria) può far riflettere sul livello di stabilità che si è guadagnato nella mia testa questo assunto di partenza.

Se il regista di The Village si espone facilmente al pregiudizio e all'incertezza interpretativa il connubio con Will Smith presenta aspetti che di primo acchitto si potrebbero definire inquietanti. Non solo e non tanto perchè il principe di Bel Air è ormai immagine di puro spettacolo (la serie Men in Black, Hancock, Io sono leggenda) quanto perchè oltre a fare l'attore (peraltro in un ruolo secondario, senza infamia e senza lode) è il realizzatore del soggetto, coproduttore dell'opera e, forse proprio per i meriti pecuniari, è colui che ha imposto come protagonista del film il figlio Jaden Smith (già visto in passato in sua compagnia nel mucciniano La ricerca della felicità), che riesce a cavarsela senza troppi picchi.

Film lanciato in pompa magna. Annunciati imperiosi effetti speciali. Topos ormai classico di un futuro in cui l'umanità ha abbandonato la Terra (resa inabitabile dai disastri ambientali) per andare in nuovo pianeta dove ci si scontra con l'ancor più classico popolo alieno che gli scatena contro dei super scarafaggi giganti (che ricordano vagamente quelli di Starship Troopers).

Tutto ciò però è solo il contorno di un'opera che mostra un contenuto diverso. A Will Smith non interessa tanto denunciare i crimini ambientali dell'uomo sul pianeta, né paventare il rischio di dover far fronte collettivamente ad un'esistenza più dura in ambienti più ostili. A Smith interessa piuttosto portare avanti il sogno americano, quello per cui se hai le palle e la volontà di tirar fuori le qualità che sono dentro di te sei in grado di superare ogni avversità. In tempi di crisi economica non è un messaggio da poco: ci si nasconde dietro un film d'avventura Spielberg-hiano in cui il tema centrale è la formazione psico-fisica del giovane Kitai, voglioso di emulare le gesta eroiche del padre nella difesa della patria. In realtà dietro tutta una serie di sottotematiche poste maggiormente in superficie (la Terra, considerato pianeta ostile, ripopolata e traboccante di vita senza la presenza dell'uomo, che la guarda con quello che Kant chiamerebbe il sentimento del sublime; la dialettica familiare padre-figlio in presenza di un lutto familiare) sta quindi questo messaggio centrale: la vita è dura e le insidie del presente e del futuro sono tante e pericolosissime per la tua stessa integrità fisica; ma se credi davvero in te stesso puoi affrontare qualsiasi problema/mostro, indifferentemente dall'età, dall'etnia, dall'appartenenza sociale. Decisamente molto americano. Romantico. E scontato.

Ecco perchè se a livello stilistico il film scorre bene, si potrebbe dire in maniera godibile, si ha comunque la sgradevole sensazione di sapere fin dall'inizio come precisamente debba andare a finire una storia che non lascia granchè all'immaginazione. Soggetto debole insomma, e nonostante qualche battuta geniale (il finale “Papà voglio lavorare con la mamma!”) sceneggiatura (targata M. Night Shyamalan, Stephen Gaghan e Gary Whitta) altrettanto poco incisiva. Notevoli comunque le scenografie e la fotografia, che rendono gradevolmente d'impatto ogni fotogramma dell'opera. Comunque un po' pochino, sentiti gli imperiosi squilli di tromba lanciati dall'industria culturale per pubblicizzare il film.

V Voti

Voto degli utenti: 5,2/10 in media su 5 voti.

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tramblogy alle 14:31 del 29 novembre 2013 ha scritto:

carino...la frase finale rimette tutto a posto. (circa).