Lasciato: 2010-06-22 21:03:15
Sai Alessandro, forse vorrai il mio scalpo, ma stavo per buttarla giù io :) Vorrà dire che rimedierò presto con qualcos'altro. Anzitutto complimenti per la recensione. Sabina Guzzanti non mi è mai piaciuta troppo: un po' troppa fissazione sul personaggio Berlusconi con risicata attenzione per il resto (come, d'altronde, la cavalcata radical capitanata da Travaglio, giornalista bravissimo ma indissolubilmente legato allo psychonano). Per dirne una, di fronte a suo fratello scompare. Però, però... Però Draquila è un film bellissimo. D'accordissimo sull'influenza di Michael Moore, da anni grande amico della cineasta romana. Sabina ha realizzato un documentario quasi perfetto su un argomento tanto difficile e spinoso quale il terremoto in Abruzzo. Sospesa fra almeno tre baratri: il risultare bacchettona e moralista, l'essere ferocemente criticata dalla maggioranza, il catalizzare l'attenzione fornendo un'ennesima apologia generale del suo lavoro, contestualizzato nei fatti d'attualità (un po' quello che era successo, se vogliamo, con "Viva Zapatero": idee buone, risultato risibile e teso a giustificare il suo modus operandi). Evita con grande professionalità tutte e tre le variabili, muovendosi con destrezza e discrezione all'interno di un mondo seriamente malato. Sabina è dappertutto, nel commento, nelle interviste, nelle pantomime di Berlusconi, ma quasi non la si nota. Protezione Civile come stato dell'ombra, para-comando militare e sociale... Ci voleva del coraggio ad indagare su queste cose, del resto il documentario bene esplicita ogni difficoltà incontrata. Il fatto che la Costituzione sia apertamente violata e modificata di continuo è inquietante e mi porta a pensare che le sortite pubbliche di Berlusconi, con le relative minacce ("promesse" per i suoi elettori, ma anche la merda, senza cambiarne la sostanza, la si può chiamare cioccolato), siano niente più che specchietti per le allodole che gli permettono di operare in tutta abilità e tranquillità, approfittando del polverone alzato. Siamo di fronte ad un inetto, un infame, un omuncolo della più bassa lega, ma un geniale curatore della propria immagine ed uno sfruttatore modello dei mezzi di comunicazione. Sotto quest'aspetto si rivela essere, ancora una volta, maleficamente insuperabile. Certo, non so cosa potrebbero pensarne gli aquilani del documentario, così abbagliati dall'apparenza del motore mediatico (in effetti la parte delle interviste negli hotel è un po' pretenziosa...). Io sono uscito dalla sala disgustato. Forse perchè mi aspettavo tutt'altro, non lo so. Ma la scena finale del film è di quelle nere di disperazione, che in bocca non lasciano l'amarognolo retrogusto radical chic, bensì una sensazione di stordimento difficile da cavarsi di dosso. P.S. Visto in un cinemino diocesano all'ultima proiezione serale di un nuvoloso giovedì. 8 persone in sala... son soddisfazioni.
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