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8/10

Autopsy regia di André Øvredal

Horror
recensione di Eva Cabras

Tommy Tilden e il figlio Austin mandano avanti un'attività familiare di medicina legale in una piccola città americana. Durante le indagini su una scena del crimine, le autorità locali rinvengono un cadavere sotterrato nella casa delle vittime e lo portano dai Tilden per una rapida autopsia.

Ci sono poche cose che mi sollevano l'umore più di un film horror ben fatto ispirato alla grande tradizione del genere. Sono quelle cose che ti mettono in pace col mondo, dimostrando che il passato è stato scritto per costruire un futuro migliore e creano il gusto irresistibile del riconoscimento, il gioco delle citazioni in cui ogni cinefilo può rotolarsi per ore. Autopsy affonda le mani nella più tradizionale pozza di stratagemmi del cinema horror, ma lo fa con consapevolezza e cognizione di causa, affiancandovi un punto di vista iconografico morbosamente gustoso. I due protagonisti del film sono un medico legale e il figlio assistente, che si trovano a dover individuare la causa della morte di una giovane donna, trovata sepolta nello scantinato di una sanguinosa scena del crimine.

All'autopsia del levigato cadavere viene dedicata una larga fetta del film e ne costituisce senza dubbio la parte più interessante. Arrivata alla morgue con il nome provvisorio di Jane Doe (quello che in America si dà a tutte le donne morte non ancora identificate), la defunta ci dice fin dalla prima analisi esterna del corpo che qualcosa non torna. Sul corpo non c'è alcun segno di violenza, neanche in corrispondenza dei polsi e delle caviglie fratturate. Quando il corpo viene aperto e sezionato si scatena il pandemonio. Organi bruciati, pugnalate, strani reperti vegetali e feticci, il tutto racchiuso perfettamente dallo scrigno epidermico della ragazza, che con ogni osso o lembo di pelle ci fornisce un indizio prezioso. Il cadavere di Jane Doe si offre quindi ai medici, e al pubblico, come un puzzle inquientante, dove ogni particolare costruisce un quadro di solida tensione e di curiosità. Peccato che il dubbio sia facilmente sfatabile ben prima della rivelazione finale, specialmente per uno spettatore smaliziato, che potrà comunque bearsi dell'ampia gamma di punti di forza di Autopsy.

Il tema autoptico, in primo luogo, si presta a ottime e succulente trovate visive, senza arrivare allo splatter e mantenendo un'eleganza mortifera veramente notevole. La dissezione del cadavere viene interamente mostrata con dovizia di particolari, resi con un realismo accurato e credibile, certamente non adatto agli spettatori più sensibili. Soprattutto nella parte iniziale, la messa in scena e il corpo di Jane Doe si accavallano spesso in un interessante parallelo. Quel corpo pallido steso sul tavolo metallico mostra una superficie liscia, pulita e virginale, ma al suo interno si può solo arrivare a immaginare la quantità di dolore. Similmente si sviluppano regia e fotografia, che viaggiano sul rigoroso tracciato voluto dal norvegese André Øvredal. Visivamente rimane tutto netto e asettico, mentre appena sotto la superficie si intravede la chirurgica crudeltà che si impadronisce della seconda parte del film.

Se il racconto dell'autopsia porta una ventata di freschezza al genere, lo svolgimento più propriamente horror di Autopsy si guarda sfacciatamente indietro, pescando dai più famosi epigoni. Gli stratagemmi della narrazione orrorifica ci sono tutti, dal blackout alla tempesta in arrivo, dalle porte che si aprono da sole all'immancabile gatto sfigato. D'altra parte, il film ci dice subito che i classici sono importanti e lo fa attraverso il suo protagonista, che alla domanda sul perché mettesse i campanelli ai piedi dei cadaveri risponde: "Per assicurarmi che siano morti. Sono un tradizionalista". Ecco, l'equivalente di un occhiolino in camera.

In Autopsy si ritrovano gli elementi classici che pervadono film come La casa di Mary, The Ring, Nightmare o Blair Witch Project, buttandoci in mezzo anche un azzeccato pizzico del Ritratto di Dorian Gray, molto chic. La trama non è proprio delle più originali e sul finale si accusa a tratti una certa prevedibilità, ma pochi difetti vengono compensati da un'idea di fondo valida e sempre affascinante, un vero evergreen.

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